Tag

, , ,

Ho letto velocemente la lettera apostolica Desiderio desideravi, che il papa ha mandato anche a me, come a tutti i «fedeli laici», il 29 giugno scorso. Dopo una vita passata sui libri, anche per mestiere, faccio presto a leggere, però non sono così scemo da credere che una “lettura veloce” sia una vera lettura, quindi mi astengo da qualsiasi commento su quel testo. Posso dire soltanto che, a prima vista, mi pare che vi siano pagine belle e utili, ma temo che servirà poco allo scopo dichiarato dal papa in apertura, cioè aiutare i cristiani a «contemplare la bellezza e la verità del celebrare cristiano». Per quello, penso che non bastino delle belle parole sulla liturgia, ma ci vorrebbe più bellezza e più verità nel celebrare cristiano. Ci vorrebbe, cioè, in buona sostanza una riforma della riforma liturgica post-conciliare. Ma questo è un altro discorso, che non mi azzardo nemmeno ad aprire.

Se e quando avrò modo di tornare a meditare con la dovuta lentezza sul testo di questa lettera, dirò volentieri il frutto che ne avrò ricavato, ma c’è una annotazione che non riesco a trattanermi dal fare, perché a mio avviso è tanto importante quanto sostenibile anche sulla base di una prima lettura. In Desiderio desideravi è completamente assente, come molti commentatori hanno già osservato, Benedetto XVI. Dei papi precedenti sono citati Leone Magno (due volte), Pio XII (una volta) e Paolo VI (una volta), punto. Uno storico della chiesa che in un lontano futuro prendesse in mano questo documento non sospetterebbe mai che sia esistito Benedetto XVI, oppure, se ne avesse notizia da altre fonti, penserebbe che egli non si sia mai occupato di liturgia!

Si dirà: che differenza fa? Quando un autore scrive un testo mica è obbligato a citare tutti gli altri. Questo vale anche per i papi. Anzi, non sarebbe stato peggio, sotto un certo profilo, se in un documento di Francesco che sostiene una linea contraria a quella di Benedetto XVI fossero state infilate un paio di citazioni “di comodo”, tanto per rendere un omaggio formale al predecessore? Non sarebbe stata un’ipocrisia, che almeno è stata evitata? Sì, ma il punto è proprio questo: è evidente a tutti, quanto meno dalla promulgazione della lettera apostolica Traditionis custodes, un anno fa, che tra colui che attualmente esercita il ministero petrino e il suo immediato predecessore (che non è più papa, ma che è ancora vivo) esiste non appena una differenza di accento, e nemmeno una qualche diversità di posizione, bensì una vera e propria discontinuità; e non su una questione secondaria ma su qualcosa che è al cuore stesso della nostra fede. Per dirla in termini molto semplici e popolari, adatti a noi soldati semplici: uno dei due pensa che la messa vetus ordo sia viva, l’altro pensa che sia morta. Come due medici che, di fronte ad un corpo umano dicono: “è vivo, è una persona vivente”; “no, è solo un cadavere”. Solo che non siamo in una pagina di Pinocchio.

Questa antitesi è oggettivamente uno scandalo, nel senso etimologico di “inciampo”. E come tale andrebbe affrontata. Non si può far finta di niente, girarci attorno come se il problema non esistesse. Torniamo, come si vede, al problema della continuità, che a me pare decisivo per la chiesa oggi e che qui è stato toccato altre volte (l’ultima a proposito del cambiamento della posizione circa gli atti omosessuali: https://leonardolugaresi.wordpress.com/2022/06/16/si-rendono-conto-di-cio-che-fanno/). Se la chiesa cattolica cambia dottrina, le si apre un problema. Io direi una voragine. Se il papa dice: la messa vetus ordo – che pure alcuni, anche giovani, si ostinano a chiedere, dopo cinquant’anni! (il che vorrà pur dire qualcosa) – va estirpata perché non corrisponde alla fede della chiesa, delle due l’una: o non corrisponde più alla fede della chiesa perché tale fede è cambiata (!?!?!?!?!?), oppure era sbagliata anche prima (!?!?!?!?!?!?!?!?). L’unico tertium che si dà, per scampare a questi due disastri, è sostenere che anche la “messa vecchia” corrisponde ed esprime la fede della chiesa (quindi è buona!), ma che, pur di fronte alla richiesta di tanti suoi figli che chiedono di nutrirsi di un cibo che essi in coscienza riconoscono come il più adatto al loro bene spirituale, la madre chiesa rifiuta di darglielo semplicemente perché ha deciso così. Ma che madre sarebbe mai questa? Benedetto XVI, il quale per tutta la sua vita ha posto la liturgia al centro della sua riflessione teologica e cura pastorale (e che forse sarebbe stato anche solo per questo meritevole di una qualche attenzione da parte degli estensori di Desiderio desideravi), da papa ha ritenuto di doverlo dare, quel pane che i fedeli chiedevano. Francesco, almeno da un anno a questa parte, ha deciso esattamente il contrario: gliene lascia solo un pochino in attesa che muoiano e poi non ce n’è per nessuno. Non possono avere ragione tutti e due. Se Benedetto aveva torto, Francesco dovrebbe dirlo e, possibilmente, dimostrarlo. Far finta che non sia così è contro la verità. E se non c’è verità non ci può essere neanche la tanto auspicata bellezza.

Per questo motivo il silenzio su Benedetto XVI in questa lettera apostolica a mio modesto avviso è incomprensibile e inaccettabile.