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Di libri a questo mondo ce n’è tanti, più di quanti se ne possano leggere (specie oggi, che si ha quasi l’impressione che siano di più quelli che li scrivono di quelli che li leggono). Ce n’è di belli e ce n’è di brutti, di utili e di inutili; anche di malvagi e di dannosi, naturalmente. Ma quanti sono necessarî?

Si dice che, in proposito, avesse una sua idea minimalista quel califfo Omar, per ordine del quale nel 642 gli arabi, secondo una tradizione tutt’altro che sicura, avrebbero finito di distruggere ciò che restava della biblioteca di Alessandria: se tutti i volumi in essa custoditi portavano scritto ciò che c’è già nel Corano, erano superflui; se invece vi erano in essi cose che nel Corano mancano, erano dannosi. Un’altra tradizione, non più fondata di questa, riferisce invece che nell’Europa cristiana, alcuni secoli dopo, Tommaso d’Aquino fosse di tutt’altro avviso: timeo lectorem unius libri. In effetti, persino il più fondamentalista dei cristiani non potrebbe negare che il nostro “libro sacro” non è affatto uno, ma molti (non per niente si chiama Bibbia, cioè ta biblìa, “i libri“ al plurale).

Quindi i libri necessarî sono più di uno, e probabilmente saranno diversi, per numero e identità, a seconda dei lettori. Ciascuno si formerà, nel corso della vita, un suo canone e sarebbe interessante chiedersi qual è il nostro.

Ma cosa occorre perché un libro vi entri? La risposta di Dante forse sarebbe questa: necessario è un libro che vorremmo non smettesse mai di parlarci. Ce lo fa capire nel più singolare dei suoi appelli al lettore, ai vv. 109-114 del canto V, per descrivere il suo stato d’animo quando attende che le anime dei beati nel cielo di Mercurio gli parlino rivelando la loro condizione:

Pensa lettor, se quel che qui s’inizia

non procedesse, come tu avresti

di più savere angosciosa carizia;

e per te vederai come da questi

m’era in disio d’udir lor condizioni,

sì come a li occhi mi fur manifesti.