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Avendo meditato così limpidamente sull’irrevocabilità del dono della libertà impegnata con Dio, il discorso potrebbe sembrare chiuso. Sappiamo però da Dante che, quando la nostra intelligenza raggiunge una certezza, «posasi in essa, come fera in lustra» sì, ma poi di lì balza nuovamente in avanti, protesa da nuove domande a cercare altre risposte, in una continua e mai finita ascesa verso la Verità tutta intera. Nessuna questione, di conseguenza, si può mai cnsiderare definitivamente chiusa. Ora, per esempio, si apre il problema che la «Santa Chiesa» in certi casi dispensa dai voti, il «che par contra lo ver ch’i’ t’ho scoverto» (v. 36). Bisogna quindi tornare a studiare, per comprendere che non vi è contraddizione: nel voto vi è infatti una forma, la quale consiste nella libera disposizione della volontà che si impegna a fare o a non fare, e una materia costituita dall’oggetto dell’impegno. La prima non può in nessun caso essere annullata o commutata (si noti che in questo la posizione di Dante è molto più rigorista di quella di molti teologi del suo tempo, compreso san Tommaso); la seconda invece può essere cambiata, giammai però a proprio arbitrio, bensì solo se si è autorizzati dalla chiesa, e in ogni caso assumendo un impegno sostitutivo non minore, ma più gravoso di quello che si lascia.

Tutto questo rigore intellettuale ha un preciso riscontro morale e, se posso dir così, estetico: «Non prendan li mortali il voto a ciancia» (v. 64). Il cristianesimo è una cosa estremamente semplice, perciò anche estremamente seria, perciò anche estremamente sobria sul piano “stilistico”: tolti di mezzo tutte le sovrastrutture, i filtri, gli orpelli e gli stratagemmi delle religioni, esso mette l’uomo e Dio a diretto contatto, poichè rivela che Dio si è fatto uomo. Dio è qui. L’uomo religioso sa che «è terribile cadere nelle mani del Dio vivente» (Ebr. 10,31), quindi mette tra sé e la Divinità mille diaframmi teorici e pratici per stare a distanza di sicurezza. Esattamente come fa, esemplarmente, la Samaritana del Vangelo di Giovanni, quando si accorge che il suo dialogo con quello sconosciuto al pozzo di Giacobbe minaccia di prendere una piega preoccupante perché quel tale le si disvela come un profeta, cioè un “uomo di Dio”: a quel punto la butta sul religioso, accampando questioni rituali su cui dirottare la conversazione («Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare» Gv 4, 19-20); e quando l’altro la blocca («né su questo monte né a Gerusalemme […] ma viene l’ora, ed è questa […]» Gv 4, 21-23), ella tenta un ultimo diversivo teologico («So che deve venire il Messia […] Gv 4, 25) che viene immediatamente annientato da Gesù: «Sono io, che parlo con te» (Gv 4, 26).

Cosa può fare l’uomo, quando Dio lo guarda in faccia, a pochi centimetri da lui e gli parla così? Di fronte a Dio che ti dice «Sono io, che parlo con te», cosa puoi fare se non l’essenziale, cioè stare al punto? Ecco perché nel cristianesimo è tutto così tremendamente semplice e tremendamente serio. Il voto, che non va mai preso a ciancia, non è che l’epitome simbolica di ogni rapporto della libertà dell’uomo con la libertà di Dio che è venuto da lui (e poteva non venire!), e ora non si schioda dalla porta di casa e bussa (cfr. Apoc 3, 20). Ne consegue una semplice serietà, o seria semplicità, che è essenziale al cristianesimo. Da quest’etica della semplice serietà cristiana consegue a sua volta un’estetica, che ha la sua cifra stilistica nella sobrietà. Quella sobrietà che venne da subito notata, e spesso fraintesa e disprezzata dai pagani, come tratto caratteristico del primo cristianesimo, quando le manifestazioni esterne della nuova religione erano minime e un Tertulliano doveva replicare ai detrattori del battesimo cristiano – che pareva fatto di niente rispetto agli idolorum sollemnia vel arcana, cioè alle cerimonie fastose ed arcane dei misteri pagani – che proprio in tale povertà esso rispecchiava esattamente la semplicità e la potenza di Dio (cfr. De baptismo, 2, 1-2). Un po’ d’acqua, l’invocazione dello Spirito, una breve formula, ed ecco che nasce l’uomo nuovo! È molto feriale, dimesso e ordinario, sotto un certo aspetto, il cristianesimo.

Certo, la sobrietà non è tutto nello stile cristiano: all’altro capo della tensione polare che sempre lo anima c’è la continua fioritura di forme espressive, nel culto e nella cultura, a cui l’inventiva dello Spirito e quella degli uomini danno vita e che nel corso dei secoli si è fatta a volte persino lussureggiante. Ma senza la sobrietà, il lato umano di tale impresa prenderebbe inevitabilmente la mano, la creatività degenererebbe in licenza “artistica“, il rito diventerebbe teatro, e tutto l’apparato ecclesiastico si ridurrebbe a “civetteria religiosa” (coquetterie religieuse), come dice mirabilmente Baudelaire nel suo progettato libro sul Belgio (Pauvre Belgique!).

Ecco dunque l’apologia dantesca della sobrietà cristiana (vv. 73-84):

Siate, Cristiani, a muovervi più gravi:
non siate come penna ad ogne vento,
e non crediate ch’ogne acqua vi lavi.

Avete il novo e ’l vecchio Testamento,
e ’l pastor de la Chiesa che vi guida;
questo vi basti a vostro salvamento.

Se mala cupidigia altro vi grida,
uomini siate, e non pecore matte,
sì che ’l Giudeo di voi tra voi non rida!

Non fate com’agnel che lascia il latte
de la sua madre, e semplice e lascivo
seco medesmo a suo piacer combatte!

«Avete il novo e ‘l vecchio Testamento, / e ‘l pastor de la Chiesa che vi guida; / questo basti a vostro salvamento». Nonostante l’affollarsi di apparenze contrarie, queste parole sono vere sempre. Anche adesso.