Tag

, ,

Vinta ormai da tempo la battaglia dell’aborto – ormai dogmatizzato al punto che anche solo dirsi pubblicamente contrari è diventato rischioso – il Kulturkampf dei “nuovi diritti“ è ora entrato, sul fronte italiano, nella campagna militare per il “diritto di suicidio“. Anche in questo caso le probabilità di vittoria sono altissime e l’arma più efficace, come in tutte le offensive precedenti, di questa che è la vera guerra mondiale, sarà il “principio di autodeterminazione“. È come il Kalashnikov: semplice, poco costoso, senza bisogno di una grande manutenzione intellettuale; non si inceppa mai e tutti sono capaci di usarlo nella sua forma più elementare. «Tu non sei obbligato (ad abortire, a suicidarti, ad affittare un utero per farti un bambino, a fare “x” o “y” e così via fino all’ennesimo “nuovo diritto” che si vorrà introdurre), ma come ti permetti di impedire agli altri di abortire, di suicidarsi, di affittare un utero, eccetera eccetera?».

Nel caso dell’aborto, per la verità, il suo impiego si sarebbe dovuto scontrare con un problema tattico teoricamente insormontabile: essendo chiaro, e non controvertibile in alcun modo, che l’abortito è un essere umano, cioè un individuo appartenente alla specie umana, se si afferma il diritto di ucciderlo il principio di autodeterminazione viene al tempo stesso affermato e negato. Viene affermato per la madre e negato per il figlio, Il che non è possibile, «per la contraddizion che nol consente». Questo problema, che è stato brillantemente risolto istupidendo la popolazione (anche a questo serviva il rimbecillimento collettivo che è stato così sistematicamente perseguito!) tanto da renderla ottusa a tale evidenza, non si pone per il suicidio. Qui la strada è apertissima. Che il mio suicidio riguardi solo me stesso pare a tutti intuitivo. Ci sarebbe sì il dolore inflitto a chi mi vuole bene (se c’è) e/o il danno provocato a coloro che eventualmente dipendano da me, ma chi di noi non è disposto a pensare che tutto ciò valga di meno, sulla bilancia dei valori, rispetto alla mia libertà di farla finita se non voglio più vivere?

Che dire in contrario? L’argomento che un ordinamento giuridico non possa, per sua natura, comprendere al suo interno un diritto al suicidio, perché il suicidio è per eccellenza l’atto più antigiuridico che vi sia, dato che colui che lo compie rompe violentemente ogni legame con la società, negando così alla radice la stessa ragion d’essere dell’ordinamento, posto che ubi societas ibi ius, a me sembrerebbe avere un peso: come può il diritto normare qualcosa che lo nega, se non considerandolo nella forma del reato? Ma è un argomento decisamente troppo raffinato: una raffica di Kalashnikov basta a farlo a pezzi. Né varrebbe molto di più obiettare che, se si afferma un diritto soggettivo al suicidio, è giocoforza porre anche un dovere corrispettivo, in capo a tutti gli altri soggetti, di rispettarlo se non addirittura di promuoverlo, con le conseguenze abnormi che non è poi così difficile intravedere. Un’altra raffica, e anche questa difesa va in pezzi. Chi volesse combattere, sulla trincea della difesa dell’ordine tradizionale della civiltà cristiana, dovrebbe poi fare i conti col morale delle truppe, cioè nostro, che è bassissimo. I comandanti latitano, dallo stato maggiore arrivano ordini confusi e balbettanti, e noi siamo qui alle prese con la nostra umana paura e la sfiducia nelle nostre armi razionali. Chi di noi, infatti, non arretra sgomento di fronte a certe terribili situazioni esistenziali, che vengono sbandierate dal nemico come prova delle sue buone ragioni; chi di noi non si chiede angosciato: “che farei io, se fossi al posto di colui che soffre così atrocemente?“.

In queste condizioni, quanti tra i cristiani d’Italia – siamo sinceri fino alla brutalità, per una volta – avrebbero delle ragioni abbastanza forti per combattere veramente la battaglia culturale e politica della difesa della vita dal concepimento alla morte naturale? Dissipo subito un equivoco: quando parlo di battaglia culturale, non penso innanzitutto a raduni, manifestazioni, cortei, raccolte di firme, dibattiti e tutta una serie di altre iniziative pubbliche, benemerite, ma che sono “secondarie” nel senso che è la situazione contingente a determinare se siano utili, opportune o anche solo possibili oppure no. No, intendo proprio la resistenza culturale, il fatto che comunque ci sia qualcuno che «non si conforma alla mentalità di questo secolo» (Rom 12,2), e dica agli altri, con la sua stessa esistenza, “vi sbagliate, non è giusto quello che fate, non è quella la verità“.

Io di ragioni ne conosco una sola, ma so che per esporla e difenderla con successo bisogna “mettere a nudo il proprio cuore“ (rubo la frase a Poe, che diceva che un libro che fosse fedele a questo titolo avrebbe incendiato il mondo, e a Baudelaire che quel libro, Mon coeur mis à nu, avrebbe voluto scriverlo, ma non lo scrisse). La ragione è che il “principio di autodeterminazione“ semplicemente non esiste, perché noi non siamo roba nostra. Un Altro è il padrone delle nostre vite; noi siamo suoi. Non nasciamo perché lo vogliamo, e questo è evidente; ma neppure viviamo perché lo vogliamo, e questo invece quasi sempre ce lo dimentichiamo; neppure della morte, dunque, possiamo essere padroni. Questo la chiesa, che crede non genericamente in “Dio” ma nel “Signore”, ha da dire agli uomini. Oggi, che molti al suo interno sono preoccupati di non dispiacere al mondo, potrebbero dirlo perfino con un certo imbarazzo, quasi scusandosi perché non è colpa loro ma del Padrone … purché lo dicessero, credendoci fino in fondo. Il Signore, nella sua infinita misericordia, credo che accoglierebbe anche quel nostro imbarazzo. Non però il nostro silenzio; non la nostra resa con la scusa che “non abbiamo ragioni adeguate”. La ragione c’è, ma per valere dev’essere piantata nel nostro cuore.