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Sento dire che anche nella prossima sessione dell’esame di stato mancherà la prova scritta di italiano, che era stata tolta nel 2020 e 2021 per la crisi pandemica. Non è un bene, naturalmente, ma, da vecchio insegnante di liceo che ci ha avuto a che fare per quarant’anni, penso che sarebbe meglio abolire tout court quell’esame (magari sostituendolo con prove di accesso all’università, per ottemperare all’obbligo previsto dal quinto comma dell’art. 33 della Costituzione), e ora provo a spiegare perché.

In linea generale non sono affatto contrario agli esami, anche perché avrebbe altrettanto poco senso che essere contario al sole o alla luna: il giudizio è una dimensione essenziale della vita umana e il suo esercizio implica necessariamente degli esami. La vita è fatta di esami, più o meno formalizzati. Che non finiscano mai, come si dice sempre, non può dunque costituire un’amara scoperta, men che meno una lamentela o una protesta, ma è la semplice constatazione di un’evidenza elementare. Alcuni si possono evitare (ricchezza e potere servono in gran parte a questo), in altri si può barare; ma in ogni caso l’ultimo, quello decisivo, è ineludibile: attende tutti, senza eccezione alcuna, e sarà condotto in maniera perfetta. Quantus tremor est futurus, / Quando judex est venturus, / Cuncta stricte discussurus.

Le prove sono certamente una croce (LInferno degli esami è il titolo eloquente di un bel libro di uno storico giapponese sul sistema di esami per i funzionari pubblici vigente nell’antico impero cinese), ma sono anche una delizia. È vero che nulla può inquietarci quanto un difficile esame da superare, ma nulla gratifica e rende fieri quanto quello stesso esame felicemente superato. Tra tutti gli esami della vita, poi, quelli della scuola sono di gran lunga i più benigni, equanimi e corroboranti, a condizione che vengano condotti con intelligenza e giusta severità. I peggiori, invece, sono gli esami fasulli, o per dolo o per faciloneria, come appunto quello che ogni anno si celebra nelle scuole del Belpaese, con una ritualità ormai stucchevole perché del tutto sproporzionata all’inconsistenza pratica.

Quell’esame, che il popolo chiama ancora (gentilianamente!) “esame di maturità”, in realtà è la degna conclusione di un sistema di valutazione scolastica in buona parte farlocco perché ormai precipuamente influenzato da una preoccupazione difensiva nei confronti degli utenti del servizio. Per evitare il babau, che sempre aleggia nelle menti di presidi e insegnanti, del temutissimo ricorso al TAR, non avere grane con le famiglie e godere per giunta della benefica e gratificante aura di “scuola di eccellenza” (come si usa dire), si sa che la strada maestra è quella di distribuire copiosamente a destra e a manca medaglie di cartone, che non costano nulla e al pubblico piacciono ancora moltissimo, senza stare a porsi il problema di quanto valgano effettivamente e se ne risulti un beneficio o un danno ai giovani che se ne fregiano (o se ne fregano).

Si vuol davvero fare del bene ai giovani? Si liberino le scuole dal fardello del valore legale del titolo di studio (e dunque dal dovere di consegnare, purchessia, l’agognato pezzo di carta, che poi serve per il concorso nella PA, per l’accesso all’università, eccetera eccetera); si tengano lontani dalle aule scolastiche avvocati e magistrati; si riconduca la valutazione alla sua funzione propria, che è quella di far sapere, in primis all’alunno e poi a chiunque ne sia interessato, che cosa egli abbia veramente imparato e che cosa sia in grado di fare. Le scuole pensino soltanto a insegnare, se ne sono capaci, e accolgano benevolmente tutti quelli che vogliono frequentarle; non facciano selezione (non è compito loro), ma riconoscano il merito di ciascuno senza regalare niente a nessuno: la valutazione del profitto sia veritiera, cioè corrisponda a ciò che il maestro veramente pensa, senza bisogno di blandire la clientela o di sottostare ai vincoli della burocrazia giudiziaria.

Io non sarei favorevole a bocciare nessuno, mai. A qualcuno consiglierei di andare altrove, a qualcun altro di fermarsi un anno in più, ma ciascuno sia libero di perseguire come meglio crede il suo interesse. Il “diploma“ (privo di valore legale, beninteso) alla fine lo darei a tutti – come del resto succede anche adesso – ma con voti veri. In sostanza, la scuola dovrebbe essere libera di attestare qualcosa del genere: “Tizio è stato con noi cinque anni (o di più, se del caso): abbiamo cercato di insegnargli questo e quello; ciò che ha imparato secondo noi è classificabile con x su y. Buona fortuna!”. Unicuique suum (fosse anche 1 su 10).