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Che cosa faremmo noi, se avessimo visto la Gloria di Dio? L’avessimo vista e non ci fossimo subito coperti il volto con il mantello per non vederla, come fece Mosè (Es 3, 6), che era un uomo religioso e, come ogni uomo religioso, sapeva che a guardare Dio si muore. (Le religioni, dico sempre, sono sistemi per tenere Dio a distanza di sicurezza; tutto il contrario del cristianesimo, che annuncia che Egli è venuto in mezzo a noi, abbattendo ogni filtro e ogni distanza. Ma restando Dio).

No, se l’avessimo contemplato veramente, anche solo per un nanosecondo (che sarebbe comunque un “nanosecondo eterno“, trattandosi di Lui), che faremmo? Forse resteremmo in silenzio. Quel silenzio che tutta una lunga tradizione teologica e mistica riconosce come il culmine della possibilità umana di parlare del Mistero: in termine tecnico si chiama apofatismo. Un silenzio su Dio che, forse, tenderebbe inevitabilmente a dilagare in un silenzio generale, perché si potrebbe pensare che chi ha visto Dio non ha più nient’altro di cui gli interessa parlare. Oppure, invece del silenzio, il nostro entusiasmo – parola che noi spendiamo a buon mercato per ogni variopinta passione mondana, ma che in sé vuol dire: “essere pieni di Dio” – il nostro entusiasmo forse traboccherebbe in «gemiti inesprimibili», versi inarticolati, che sono, come certi fonosimbolismi dei poeti moderni, più e meno che parole allo stesso tempo: non si trovano sul vocabolario, ma voglion dire, voglion dire … cose arcane che le parole non sanno esprimere.

Forse però una parola la diremmo: una sola parola, la prima, la parola iniziale che abbiamo isolato la volta scorsa, gloria! gloria! gloria!. E il mondo ci prenderebbe per scemi, perché ad ogni domanda che ci venisse fatta, risponderemmo sempre allo stesso modo: gloria! gloria! … (E noi saremmo felici della derisione del mondo, come certi santi folli della tradizione orientale, che in Russia poi si sono chiamati jurodivye. Del resto, anche i santi Apostoli, quando lo Spirito li investì, non sembrarono forse degli ubriachi alla buona gente di Gerusalemme? Vedi Atti 2,13).

Sì, si potrebbe fare così. Ma Dante, invece, fa un’altra cosa. Lui che la Gloria di Dio l’ha vista – (e su questo non transigo, bisogna credergli, perché lo dice esplicitamente lui stesso, come vedremo tra un momento. Chi non lo accetta, neanche come ipotesi, farebbe meglio ad andare in un’altra classe) – lui che l’ha vista, ne parla e ne parla a lungo. Ciò che abbiamo fissato l’altra volta, «la gloria», non è un punto, pieno di significato ma assoluto, irrelato, bensì è parte di un enunciato. Soggetto di una proposizione, perfettamente intellegibile alla nostra ragione (niente analogia, niente fulminazioni concettuali che cercano un senso abolendo la grammatica, come in tanta poesia del Novecento). Sintassi, non mera semantica, come direbbe il mio amico Giulio Maspero. O discorso, cioè relazione, nella quale tutte le cose acquistano, dalla loro posizione sintattica, consistenza e verità, Perciò chi ha visto Dio, potrebbe sì non aver voglia di parlare di nient’altro; ma, al contrario, potrebbe ancor meglio avere una gran voglia di parlare di tutto, perché Dio è relazione a tutto.

Questo, in estrema e povera mia sintesi, ciò che capisco io del senso profondo dei primi 12 versi. Che consiglio di imparare a memoria (io sto a metà del canto …). Ora telegraficamente qualche nota pedestre ai versi (se il desiderio di essere succinto mi rende oscuro, ditelo):

«La gloria di colui che tutto move». Privilegio del poeta sul filosofo: quest’ultimo arriva alla definizione di Dio come “motore immobile”, che è giusta, ma non scalda il cuore. Dirlo in greco, πρῶτον κινοῦν ἀκίνητον, o in latino, primum movens, fa figura ma non cambia le cose. Invece quel «colui che tutto move» è molto più di una traduzione di Aristotele: io ci vedo, ci sento Dio che fa ogni cosa, ora, in questo momento: fa me che scrivo queste parole.

«per l’universo penetra, e risplende». Che iunctura! I due verbi di solito non stanno insieme: ciò che penetra sta dentro, nel midollo delle cose, ma non si vede, non risplende; e ciò che risplende sta fuori, ma forse non è vero (non è tutt’oro quel che luccica, dice il proverbio). La Glora, invece, penetra e risplende. Pietra e luce.

«in una parte più e meno altrove». Anche questo è importantissimo. Dio è in relazione con tutto, è la consistenza di tutte le cose, è «tutto in tutti» (1 Cor 15, 29) e in un certo senso anche tutto in tutto, ma non per questo tutto è uguale. La presenza della Gloria non annega tutto in un panteismo informe e indistinto. Essa è «in una parte più e meno altrove», e noi siamo al mondo per distinguere e dare a ogni parte il suo valore. Ordinare il mondo. Vive la difference! (ma in questo senso).

«Nel ciel che più de la sua luce prende / fu’ io e vidi cose che ridire / né sa né può chi di là su discende». Ecco una poesia che comincia negando le ragioni della sua esistenza. Una poesia che si dichiara impossibile, senza alcuna (più o meno finta) tapeinosis retorica, perché non si tratta di professarsi soggettivamente impari al compito – questo lo fanno tutti i poeti, più o meno – ma di indicare un’impossibilità oggettiva: «perché appressando sé al suo disire, / nostro intelletto si profonda tanto, / che dietro la memoria non può ire». Ecco il primo fattore di degradazione dell’energia poetica: il desiderio dell’uomo è lanciato all’Infinito; l’intelletto in certe circostanze ecceszionali vi si approssima, ma quando lo fa la memoria non gli sta dietro.

«Veramente quant’io del regno santo / ne la mia mente potei far tesoro, / sarà ora materia del mio canto. Dante non soltanto afferma di aver visto la Gloria di Dio, ma sostiene anche che la sua mente ha trattenuto qualcosa, un quantum di quell’energia divina da cui è stato irradiato. «Veramente». (Certo, tutti i commenti spiegano che è un latinismo e vuol dire “nondimeno, tuttavia”; ma volete che Dante non avesse presente che tutti i lettori italofoni della Commedia avrebbero inevitabilmente sentito, prounciandola, anche il valore normale di quella parola? Quindi sì, veramente).