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Terzo filo che intesse il nostro canto: lo spirito «in cui pianger matura» quella purificazione del cuore che rende degni di vedere Dio e a cui Dante si rivolge per avere ragguagli sulla sua identità e sulla ragione della pena che lo inchioda a terra, risponde dichiarando innanzitutto, e con grande solennità, di essere stato un papa: «scias quod ego fui successor Petri» (v. 99). Anche all’inferno (dove il latino non si parlava mai, qualche volta invece l’idioma stravolto di un Pluto), quando transitammo per il cerchio degli avari ci venne fatto notare, nell’assenza di nomi propri e di volti identificabili tra la massa dei peccatori, che l’unico tratto distintivo era la chierica di molti di loro: «Questi fuor cherci, che non hano coperchio / piloso al capo, e papi e cardinali, / in cui usa avarizia il suo soperchio» (Inferno, VII, vv. 46-48). Ora, nel purgatorio, il primo avaro che ci viene presentato, questa volta con nome e cognome, è un papa: Adriano V, al secolo Ottobuono dei Fieschi, che “regnò” per 39 giorni, dall’11 luglio al 18 agosto del 1276.

Questa insistenza ha evidentemente un significato, che si capisce meglio se si scrosta subito l’equivoco di intendere l’avarizia nella sola accezione riduttiva e banalizzante di tirchieria, spilorceria, grettezza, insomma di qull’attaccamento morboso alla roba di cui è facile, tutto sommato, sentirsi (o piuttosto credersi) superiori, tanto è palese il suo carattere patologico. Qui si fa invece un discorso sul potere (e non a caso il secondo avaro che incontreremo nel canto successivo sarà un re). Un discorso sulla chiesa e il potere; sul potere nella chiesa e sulla fascinazione del potere sul cuore umano. Discorso, come ognuno può capire da sé, di lancinante attualità e sempre “scandaloso” per il cristiano, perché anche adesso che la chiesa sembra avere infinitamente meno potere di quello che aveva un tempo (e certo non ne ha alcuno nei confronti delle potenze mondane), come organizzazione umana essa non può non contemplare al suo interno anche l’esistenza del potere. L’autorità nella chiesa – che per definizione dovrebbe consistere unicamente nel servizio all’unica exousia in essa concepibile, che è quella del suo unico capo, Gesù Cristo – è anche, inevitabilmente, in pratica l’esercizio di un potere. C’è qui, inevitabilmente ripeto, se non uno scandalo perlomeno una provocazione ineliminabile dall’esperienza cristiana. E c’è anche la ragione forse più profonda del peso tremendo che l’autorità getta sulle spalle di colui che la esercita: «un mese e poco più prova’ io come / pesa il gran manto a chi dal fango il guarda, / che piuma sembran tutte l’altre some» (vv. 103-105). Ciò che faceva dire a Paolo, dopo aver “bastonato” i cristiani di Corinto: «Noi non intendiamo fare da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia, perché nella fede voi siete saldi» (2 Cor 1,24).

Discorso sul potere che mette a fuoco innanzitutto il tema del fascino del potere. Ricordiamoci sempre il sogno della femmina balba e ciò che abbiamo detto in proposito, perché quella visione è la chiave di lettura che l’autore ci fornisce per le tre cornici che ci restano da attraversare. Guardiamola dunque negli occhi, questa gran puttana che è il potere. Elias Canetti scrive, in Massa e potere, che l’essenza del potere è far morire gli altri al mio posto: gli altri muoiono e io no, perché sono io che li faccio morire. È probabile che sia questa la formula del suo filtro magico, ma è un inganno che si può vincere: far morire gli altri sì, è possibile (i re, questo fanno), ma che questo basti a salvarci la vita … è tutto un altro paio di maniche. Ci sono stati, nella storia della chiesa, papi che lo sono diventati loro malgrado, senza volerlo affatto, subendo il papato come un fardello ripugnante; e ve ne sono stati altri che lo sono diventati perché lo desideravano, lo volevano con tutte le forze. Adriano V, per sua ammissione, fu uno di questi. La grazia di stato, per lui, si rivelò nell’improvvisa scoperta dell’inganno in cui era avviluppata la sua vita: «come fatto fui roman pastore, / così scopersi la vita bugiarda» (vv. 107-108).

Immaginiamo la scena: una vita per diventare papa, e finalmente ce l’ha fatta. Anni e anni di carriera, di mosse calcolate al millimetro, di raffinate strategie; di sacrifici, anche, e di apprensioni … finalmente il conclave dove tutto va come deve andare, l’elezione, i festeggiamenti, i cardinali che gli prestano obbedienza … Ma viene la notte per tutti, anche per il nuovo papa, viene il momento in cui è da solo, nella sua camera: «Vidi che lì non s’acquetava il core, / né più salir potiesi in quella vita; / per che di questa in me s’accese amore» (vv. 109-111).

Perché il potere può far molto per un uomo, ma non può fare che non sia più un uomo. Un uomo potente, è solo un uomo. E che cos’è un uomo? Uno che ha in sé un domanda a cui non è in grado di dare risposta: «Ciascun confusamente un bene apprende / ne qual si queti l’anima e disira; per che di giugner lui ciascun contende», come era stato detto mirabilmente nel canto XVII (vv. 127-129), con versi che suonano in totale accordo con questi. Ecco, sono diventato papa: e con ciò? Solo che ora non ho più nulla da desiderare a questo mondo.

Fatta questa scoperta, quel papa è salvo. Dio, subito dopo, nella sua imperscrutabile provvidenza lo chiama a sé.