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Questo canto comincia con la parola «buio», che è una parola forte, di quelle che parlano già col loro suono: è nera e ci inghiotte, infatti, al solo pronunciarla. Qui poi non è un buio qualsiasi, ma proprio tenebra assoluta: «Buio d’inferno e di notte privata» – recitando il verso, a questo punto non ci sfugga l’impressionante vuoto spalancato dall’enjambement – «d’ogne pianeto, sotto pover cielo, / quant’esser può di nuvol tenebrata» – una terzina intera tutta piena di buio – «non fece al viso mio sì grosso velo / come quel fummo ch’ivi ci coperse, né a sentir di così aspro pelo, // che l’occhio stare aperto non sofferse» (vv. 1-7). L’insistenza sulla cecità è così marcata che il lettore dovrebbe accorgersene e stare all’erta. Io invece, in tanti anni, non avevo mai colto il sublime paradosso di questo esordio e mi ero accontentato del simbolismo, così piano da risultare perfino un po’ banale, che spiega questa nube scura in cui i due viandanti si trovano immersi come pena di contrappasso rispetto all’offuscamento della ragione che contrassegnò la vita degli iracondi di questa terza cornice.

Questo rimane vero, naturalmente, ma c’è un altro nesso – mirabilmente paradossale, come s’è detto – che ci aiuta a guadagnare una comprensione più profonda del canto: è quello tra l’oscurità di una condizione in cui non si vede proprio niente, ma – si noti bene! – si va dietro a «la scorta mia saputa e fida» (v. 8), seguendola «sì come cieco va dietro a sua guida / per non smarrirsi e per non dar di cozzo» (vv. 10-11), e la limpidissima teoria che tra poco sgorgherà copiosa nel canto dantesco. Com’è possibile che uno dei momenti più alti e sin qui decisivi della teoresi dantesca avvenga proprio qui, in mezzo a tenebre tanto fitte e sgradevoli da costringere a tenere gli occhi chiusi (doppia cecità)? Non è la conoscenza, fondamentalmente, visione, o contemplazione della verità? Perché dunque creare questa situazione di paradossale contrasto?

Si consideri, intanto, che andando «per l’aere amaro e sozzo» (v. 13) il pellegrino ode delle voci: quella del suo duca, innanzitutto, che lo ammonisce a non staccarsi da lui, ed altre che invocano la pace e la misericordia dall’Agnello do Dio (cfr. vv. 16-21).

Dalla visione (annullata) all’ascolto. Dall’ascolto, come insegna la rivelazione cristiana, viene la fede (fides ex auditu: Rom 10,17), e dalla fede viene la conoscenza. Si noti che, sulla soglia della lezione più importante (centrale, abbiamo già detto, perché verte sulla libertà), il maestro Dante ci rimette, in qualche modo, nella situazione iniziale del viaggio («buio d’inferno», non per nulla), come se qui si dovesse re-iniziare. Brancoliamo nel buio, ma in questo buio si ode una Voce.