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Non abbiamo detto ancora abbastanza sul metodo delle tre lezioni sull’umiltà, che è strepitoso. Dopo aver premesso che l’arte di quelle tre scene ad altorilievo che contempla sulla parete della prima cornice è tale che non solo Policleto ma la natura stessa «ne avrebbe scorno», Dante insiste a più riprese sull’effetto sconvolgente che esse provocano su di lui. Si tratta di un vero e proprio conflitto cognitivo: «[L’angel] dinanzi a noi pareva sì verace / quivi intagliato in un atto soave, / che non sembiava imagine che tace. // Giurato si saria ch’el dicesse / […] e avea in atto impressa esta favella […]» (vv. 37-43); e poi: «a’ due mie’ sensi / facea dir l’un ‘No’, l’altro ‘Sì, canta’. // Similmente al fummo de li ‘ncensi / che v’era imaginato, li occhi e ‘l naso / e al sì e al no dicordi fensi» (vv. 59-63); e ancora: «l’aguglie ne l’oro / sovr’essi in vista al vento si movieno» (vv. 80-81).

Il messaggio che egli ricava dall’esperienza di questo shock sensoriale e cognitivo è chiaro ed univoco e lo rimanda limpidamente alla questione dell’Autore (o dell’Artefice, se preferite) dell’opera d’arte (questione di cui vedremo il risvolto morale, con riferimento al peccato di superbia, nel canto successivo: come sempre, nel tessuto dantesco tout se tient). Per quanto strabiliato da ciò che ha percepito, lo spettatore (o piuttosto il discepolo) è in grado di acquisire subito una confortante certezza: una roba così non può averla fatta che Dio: «Colui che mai non vide cosa nova» – (ma quant’è profonda questa definizione di Dio? Uno che, per quante ce ne possiamo inventare, non lo prenderemo mai di sorpresa, non lo coglieremo mai impreparato) – «produsse esto visibile parlare, / novello a noi perché qui non si trova» (vv. 94-96). Beato lui! E poveri noi. Perché qui sta il guaio, lo strappo, per non dire la “ferita antropologica”, che è avvenuto e di cui ancora non ci siamo resi conto fino in fondo. Non è mica più vero che quel «visibile parlare» che tanto colpisce Dante (e lo edifica), è «novello a noi perché qui non si trova» Si trova eccome!

Dio – che filosofi, teologi e studiosi delle religioni amano pensare come il “totalmente Altro” (diciamolo in tedesco, das ganz Andere, che suona ancor più distante) – stando alla Rivelazione è in realtà un Dio della prossimità: fa il mondo Lui direttamente (in trina persona, se ci è permessa la battuta, mica lo affida a un demiurgo qualsiasi), e poi una volta fattolo, plasma l’uomo con le sue mani: un bamboccino che gli somiglia. Poi ci alita sopra (incurante del virus) e gli dà vita, parla con lui, la fa abitare nel suo giardino … ed è tutto molto vicino, familiare, quasi intimo. Chi prende le distanze, semmai, è proprio l’uomo, che si nasconde per non farsi vedere nudo (capirai!) e l’Altro lo deve chiamare per farlo uscire dal nascondiglio (Gen 3, 8-10). Da allora, l’umanità non fa altro che sforzarsi di tenere Dio più distante che può. So che farò arrabbiare i miei amici storici delle religioni, ma a me pare che le religioni, in fin dei conti, nella loro più intima essenza proprio questo siano: dei sistemi per tenere Dio a distanza di sicurezza. La distanza: questa è la grande passione delle religioni, perché nello spazio della distanza c’è tutto l’agio di costruire gli apparati di decifrazione dei segni e di gestione dei rapporti col divino di cui esse consistono. Ma la distanza, e il suo controllo, è anche il core business del potere, a pensarci bene. Il potere, infatti, è sempre in qualche misura “tele-comando”, comando a distanza. La prossimità non gli è congeniale, costituisce anzi una potenziale minaccia al suo sovrano esercizio. Chiunque acquisica un potere, nel mondo, comincia col mettere a distanza gll altri, e tanto maggiore è la distanza tanto più libero da limiti è il suo potere. Quello a cui assistiamo un po’ sbalorditi in questi giorni ce lo mostra con impressionante evidenza: invisibili “padroni del mondo” – cioè del “tele-mondo” digitale in cui ci siamo rapidamente abituati a vivere ormai la maggior parte della nostra esistenza, possono fare di noi quello che vogliono, silenziarci o farci sparire, senza colpo ferire.

Dio non è così. Lui, il totalmente Altro, il vero padrone del mondo, l’unico proprietario dell’unica piattaforma social veramente universale (e dalla quale non si può uscire) cioè il creato, non usa la distanza, non la sfrutta a scopo di potere, direi che non la ama affatto. Si rivela infatti come un Dio della prossimità e della libertà. Non banna nessuno, a nessuno toglie l’account anzitempo, tollera ogni balordaggine e ogni hate speech, ma giudica tutti e tutto ed a ciascuno chiede infine conto della sua responsabilità. Eppure, se amasse la comunicazione globale a distanza, sarebbe imbattibile anche in quella. In un batter d’occhio, se volesse, potrebbe ad esempio far apparire un suo messaggio bello grande in cielo, visibile da ogni parte del mondo, percepito contemporaneamente da ciascun abitante della terra nella propria lingua (in audio per i ciechi e gli analfabeti). Se il tweet divino annunciasse l’imminente fine del mondo – come immaginò Dino Buzzati in un suo formidabile racconto così intitolato, che vi consiglio di leggere – l’effetto sarebbe travolgente. Tutti immediatamente ci pentiremmo dei nostri peccati e ci sforzeremmo fino allo spasimo di diventare buoni. Se poi il webmaster divino mettesse in alto a destra dello schermo celeste un contatore (“mancano 7 giorni, 4 ore, 26 minuti e 30 secondi 29, 28, 27 …”) e in basso il link alla più vicina chiesa cattolica, ne vedremmo delle belle: sparite le code per vaccinarsi (tanto ormai …), se ne formerebbero di lunghissime per battezzarsi e confessarsi; i ricchi bramerebbero di spogliarsi di tutti i loro averi per donarli ai poveri, che li rifiuterebbero per non perdere l’accesso privilegiato al regno dei cieli che è stato loro promesso; sarebbe una gara a perdonarsi a vicenda ogni minimo torto … Insomma, basterebbe l’annuncio, in quella forma, per provocarla davvero la fine di questo mondo, con tutte le sue schifezze. Sarebbe la più efficace didattica a distanza che si possa immaginare. Ma non ci sarebbe neanche bisogno di fare un post così pesante e ultimativo. Poiché, come ripetono tutti dopo McLuhan, “il medium è il messaggio”, il contenuto non sarebbe così determinante: non dico che Gli basterebbe scrivere in cielo “Love, love, love”, ma qualsiasi versetto della Scrittura, purché bello grande sullo schermo, farebbe il suo effetto. Anzi, già che c’è, Lui potrebbe permettersi il lusso di postare anche un passo di quelli ostici, che danno fastidio, e nessuna delle potenze mondane che ci controllano potrebbe opporsi: perfino se decidesse, tanto per dire, di proiettare Romani 1, 24-32 (che san Paolo dettò su Sua ispirazione, a quanto pare, ma che ormai nessun ecclesiastico prudente si azzarderebbe più a proclamare in pubblico), né GAFA né LGBT potrebbero organizzare alcuna rappresaglia. Persino PCC (cioè il partito comunista cinese), la più potente e la più feroce delle potenze di questo mondo, sarebbe costretto a tollerare qualunque ideogramma Dio volesse stampare sul cielo del celeste impero.

Potrebbe farlo, ma non lo fa. Non lo ha mai fatto e, per quanto possiamo capire di Lui, c’è da pensare che non lo farà mai. Perché? La ragione ce l’ha detta: perché cerca degli amici, non vuole degli schiavi impauriti (nemmeno se travestiti da followers). Che tenga alla nostra amicizia è un mistero che non arriveremo mai a comprendere, però è così e di qui deriva il suo metodo. L’amicizia, infatti, implica necessariamente la prossimità (sempre quella spirituale e, nella misura del possibile, anche quella fisica) e per questo Dio, il totalmente Altro da noi, si fa nostro prossimo. Non si manifesta più di lontano, come il Dio della distanza, concepito (e preferito) dalle religioni, con segni universalmente visibili nel cosmo ma decifrabili e interpretabili solo dagli “addetti ai lavori”. Nulla di global nel suo modo di procedere: tutto è molto locale, particolare, individuale, prossimo. Va da da un tale, Abramo, che è un uomo fra tanti; parla con lui, gli fa delle promesse, e quello gli crede. Va da altri, dopo di lui, nel corso dei secoli, sempre con la stessa modalità, finché un bel giorno va da Maria, che è una, le dà un compito sovrumano, e lei ci sta. La scena che Dante ha “visto” nel «visibile parlare» di quel marmo sovranaturale del Purgatorio e che ci ha fatto “vedere” col prodigio delle sue parole in questo canto. Ma anche Suo Figlio, quando se ne torna in cielo dopo una breve e “modesta” permanenza sulla terra, affida tutta l’impresa a un pugno di uomini: undici amici e a qualche decina di conoscenti. Nessuna pubblicità in senso moderno, solo un passaparola di ventuno secoli. Un metodo arcaico, che nel tele-mondo di oggi fa sorridere.

In realtà siamo noi che abbiamo un problema bello grosso. Un’altra volta cercheremo di tornarci sopra e di spiegare qual è.