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Finalmente siamo in purgatorio. Non dimentichi, il lettore, che fino ad ora abbiamo camminato nell’antipurgatorio e che «il tempo passato fuori di quella porta» che è stata appena attraversata da Virgilio e Dante «non serve […] è come tempo perduto» (A.M. Chiavacci Leonardi). Tempo e spazio sono così strettamente correlati che le loro qualità si determinano reciprocamente: essendo quello antipurgatoriale per quanto vuoto purtuttavia tempo che realmente scorre (l’attesa delle anime che vi sono confinate ad un certo momento finirà), lo “spazio di quel tempo” è anch’esso dotato di senso, ed è comunque lontano dall’assoluta insensatezza di quel non-luogo che era l’inferno; ma ora, trovandoci nel purgatorio vero e proprio, percepiamo chiaramente, anzi tocchiamo con mano o meglio ancora sentiamo con tutto il corpo, la grande differenza tra la vaghezza di quel mezzoluogo (se posso dir così) da cui veniamo e la consistenza di un vero luogo pieno di significato, come questo in cui siamo giunti

Non è per caso che in questo canto protagoniste siano le cose, non le persone: a venire in primo piano è infatti la struttura materiale, e la valenza artistica, dello spazio in cui ci troviamo (della cui resa concreta il poeta è tanto sollecito da fornirci anche le misure, ad un certo punto). Potremmo dire che tutto converge a farci intuire che questa è una dimora, cioè un luogo in cui l’uomo può abitare, anche se temporaneamente. Un luogo che partecipa e si riempie del senso dell’attività che vi si svolge e per cui è fatto: scopriamo subito che questa attività è un lavoro educativo.

Il purgatorio, infatti, è una scuola: questa è la grande notizia che Dante ci dà. Certo, anche nell’Inferno (inteso come prima cantica della Commedia) si era fatta molta scuola, e noi lo abbiamo a più riprese sottolineato, ma era esclusivamente la scuola di Virgilio a Dante. Eran tutte lezioni in itinere, fatte in piedi e camminando, in occasioni e in ambienti di fortuna, come capitava e quando si poteva. Ne abbiamo fatto a suo tempo l’elogio, esaltando l’occasionalità della didattica, ma ciò non toglie che là fossimo nel contesto più antiscolastico che si possa immaginare. Non c’è, non ci può essere scuola per i dannati, i quali non possono imparare nulla. Tra le definizioni di inferno, segnatevi anche questa, che non è meno valida di altre: l’inferno è un posto dove non si impara nulla, anzi è il non poter imparare più nulla. Il purgatorio, al contrario, è scuola per tutti coloro che temporaneamente vi abitano e, per così dire, vi lavorano.

Dicevamo del primato delle cose in questo canto: all’inizio ci viene messa davanti agli occhi, così vicina che quasi la possiamo toccare, la materialità della pietra. «Noi salavam per una pietra fessa, / che si moveva e d’una e d’altra parte, / si come l’onda che fugge e s’appressa.» (vv. 7-9): il poeta non lo dice (benché, con una delle sue oblique finezze, la parola arte se la lasci sfuggire subito dopo, al v.9), ma noi ci arriviamo da soli: questo non è un percorso “naturale”, bensì “artificiale”: un’opera da sterratori e scalpellini che quella pietra l’hanno incisa e sistemata in maniera acconcia ad una salita. Niente di così “artistico” da indurre nel viandante la domanda su chi possa esserne l’autore, ma pur sempre arte. Poi, usciti «fuor di quella cruna» (v. 16), approdiamo ad «un piano / solingo più che strade per diserti» (vv. 20-21), e qui è la vistosa assenza di figure umane a concentrare la nostra attenzione su questo “vuoto pieno di cose”, e perciò tendenzialmente “metafisico” come in certa nostra pittura del Novecento. Non c’è nulla di vago qui, ma tutto è netto preciso e misurabile, comme il faut: «Da la sua sponda, ove confina il vano, / al piè de l’alta ripa che pur sale, / misurrebbe in tre volte un corpo umano; // e quanto l’occhio mio potea trar d’ale, / or dal sinistro e or dal destro fianco, / questa cornice mi parea cotale» (vv. 22-27). Se però nella pittura metafisica novecentesca la nettezza di contorno degli oggetti è al servizio della loro indecifrabilità, qui la scena è completamente diversa. Preso atto dell’iniziale assenza di personaggi umani – che, quando sapremo di essere nella cornice dei superbi, acquisterà pur essa un suo valore ai nostri occhi: siamo in un ambiente in cui gli uomini, a correzione della propria superbia, si muovono tra opere “più grandi di loro” ed è giusto che le cose ci vengano presentate prima di loro – ci accorgiamo subito che quel luogo è pieno di messaggi che non potrebbero essere più chiari ed eloquenti di così. Non c’è nessuno, ma tutto parla, in questo luogo e lo fa con un linguaggio perfettamente comprensibile all’uomo: «Là sù non eran mossi i piè nostri anco, / quand’io conobbi quella ripa intorno / che dritto di salita aveva manco, // esser di marmo candido e addorno / d’intagli sì, che non pur Policleto, / ma la natura lì avrebbe scorno» (vv. 28-33). Ora la protagonista del canto è sì la materia, ma in quanto materia nobile e artisticamente formata, e la questione dell’autore – che prima non si era posta scarpinando sull’opera anonima degli umili tagliapietre di cui sopra – ora spunta col richiamo al nome (del tutto favoloso per Dante, che di scultura greca non doveva averne vista mai) di Policleto. Qui siamo di fronte a una materia così mirabilmente formata che non solo lui, ma perfino la natura stessa ne avrebbe scorno.

Diremo domani dei contenuti delle tre lezioni che le cose ci impartiscono qui nel X canto. Per ora aggiungo solo una notazione in appendice: come ideale, una scuola dovrebbe essere un luogo bello. Non ricco, non lussuoso, non grandioso: bello. Non è indispensabile, intendiamoci: come s’è visto, si può fare lezione anche all’inferno, nel più antididattico degli ambienti. Però una dimora umana per sua natura tende ad acquisire anche un’estetica, e il fatto che le nostre scuole, ma intendo proprio le aule, siano di regola così brutte, nel senso di così prive di qualunque valenza estetica, la dice lunga sulla povertà educativa di cui soffrono. Come l’inferno di Dante, sono spesso dei non-luoghi, dove nessuno vorrebbe dimorare.