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Non lasciamoci fuorviare dall’aura cortese del bel verso famoso: «biondo era e bello e di gentile aspetto» (v. 107) e cerchiamo di sottrarci subito all’“effetto Francesca”. Quello evocato qui è probabilmente uno stereotipo della pubblicistica favorevole a Manfredi («uomo biondo, bello nel volto, di piacevole aspetto» lo descrivono i cronisti, ma sappiamo che la rappresentazione del corpo dei personaggi politici non è mai neutrale). La realtà è che, ai tempi di Dante, Manfredi di Sicilia era un personaggio fortemente controverso e divisivo, amato e odiato in uguale misura a seconda degli schieramenti politici, come lo era stato su scala maggiore suo padre, l’imperatore Federico II. La distanza storica spalma generosamente sui “grandi” del passato una patina di aulica nobiltà che copre un po’ tutti: nessuno ricorda che razza di macellai siano stati, quasi sempre, i grandi condottieri dei secoli passati: i fiumi di sangue sparsi da Giulio Cesare o da Napoleone sono ormai da lungo tempo rappresi e disseccati e il lezzo dei cadaveri non ci offende più. Perfino quelli a cui la vulgata storiografica assegna il ruolo dei “cattivi” (che ne so, Attila o Gengis Khan) dopo un po’ di secoli non fanno più né orrore né terrore né schifo. Manfredi però era morto nel 1266, cioè l’anno dopo la nascita di Dante: per avere un’idea dell’impatto divisivo che la sua figura poteva ancora avere quando il poeta scrive di lui dovremmo forse porre mente ai “puzzoni” di oggi o al massimo di ieri. Per capirci e senza girarci tanto intorno: pensate a un Donald Trump con tutto il carico di odio che tanta gente (non io, sia messo a verbale) gli riserva e poi immaginate un Dante che lo definisca «biondo» (e passi), ma anche «bello e di gentile aspetto». A quanti verrebbe l’orticaria!

Tolto di mezzo l’equivoco del principe azzurro, affrettiamoci però a dire che la nobiltà (vera) che Manfredi indubbiamente possiede gli viene invece dal suo essere uno sconfitto. Il caduto, l’umiliato, il percosso, colui che è stato disarcionato e ferito a morte – quali che siano stati i suoi delitti e le sue colpe precedenti, per quanto grande sia il male fatto quand’era in sella – acquisisce infatti ad un occhio cristiano se non una parentela, quantomeno una somiglianza con l’uomo del Golgota, il servo sofferente che ha pagato – lui però senza colpa alcuna! – per i peccati di tutti. La caduta del potente, beninteso, non basta da sola a redimerlo, non lo rende affatto innocente, ma lo mette in una condizione di oggettiva vicinanza all’«uomo dei dolori che ben conosce il patire». Questo spiega il senso del gesto, profondamente e innegabilmente cristologico, che Manfredi compie per rivelare a Dante, che si è appena «disdetto / d’averlo visto mai» (vv. 109-110), la sua vera identità: «el disse: “Or vedi”; / e mostrommi una piaga a sommo ‘l petto» (vv. 110-111). E spiega anche, io credo, il senso del misterioso sorriso del v. 112, tanto discusso dagli esegeti, che anticipa l’annuncio della pace raggiunta nell’accettazione della croce.

Perché adesso arrivano i sei versi decisivi, quelli che rivelano e spiegano tutto, quelli che io, quando insegnavo, dicevo sempre ai ragazzi di imparare a memoria o di tenerseli addossi scritti in un fogliettino, perché possono salvarci la vita. La loro meraviglia sta nel fatto che in essi non vi è traccia di sentimentalismo né di intellettualismo: non ambiscono ad essere alti e profoni, ma sono puro e semplice racconto di fatti accaduti. La veste linguistica è nuda, quasi povera, senza decori né orpelli: si limita a presentare, in modo nitidamente referenziale, qualcosa che è successo. Manfredi dice cosa ha fatto lui e cosa ha fatto Dio. Nulla di più.

«Poscia ch’io ebbi rotta la persona / di due punte mortali, io mi rendei, / piangendo, a quei che volentier perdona. // Orribil furon li peccati miei; / ma la bontà infinita ha sì gran braccia, / che prende ciò che si rivolge a lei» (vv. 118-121).

Messa così, come la mette Dante tramite Manfredi, è tutta e solo una questione di posizione e di movimento. Facciamo dunque una lettura, per così dire, “meccanica” del suo racconto. «Poscia ch’io ebbi rotta la persona / di due punte mortali»: la vita che d’improvviso si spezza. Il corpo che si spezza; la macchina potente di un giovane guerriero (Manfredi aveva 34 anni quando morì) che d’un tratto non lo serve più, non gli risponde, si spacca. «Io mi rendei, / piangendo»: mi rendei, cioè mi consegnai, mi arresi. È un lasciarsi andare, un abbandonarsi, semplice come il gesto del soldato sconfitto che lascia cadere le armi e alza le braccia. Anche quel piangendo, più che una elaborazione del dolore e del pentimento, mi pare che dica di più la coscienza della sconfitta: non ci sono parole, invocazioni, preghiere; solo quel pianto. I soldati che si arrendono, in qualunque guerra, hanno tutti e sempre la stessa identica espressione spaurita, perché si sono appena consegnati al nemico che potrà fare di loro quello che vuole. Manfredi però si è consegnato a Dio.

E chi è Dio? Di tutte le definizioni che l’uomo ha tentato, questa di Dante è la più folgorante: Dio è quello che perdona volentieri. Noi raramente perdoniamo sul serio, e quando lo facciamo è con gran fatica, perché capiamo di non poterlo evitare. Ci costa perdonare, e proprio per questo quando ci riusciamo è un gran merito. Dio è diverso. Lui ha piacere di perdonare. Gli piace. Lo fa volentieri. “Volentieri”: la parola più ilare del vocabolario.

«Orribil furon li peccati miei». Come insegnava l’abate della Caridad a Miguel Mañara, una buona confessione consiste nel dire “ho fatto questo, ho fatto quest’altro” e basta, senza metterci sopra del belletto spirituale, senza ricamare su quanto ci dispiacei, soprattutto senza cercare scusanti e spiegazioni … Che cosa possa aver fatto il biondo di gentile aspetto nel corso della sua vita principesca ce lo possiamo immaginare. Se poi stessimo a sentire quel che diceva di lui la pubblicistica di parte guelfa, dovremmo pensare era una specie di mostro, che avrebbe assassinato il padre e il fratello (quasi peggio di Trump) … «ma la bontà infinita ha sì gran braccia, / che prende ciò che si rivolge a lei». Ecco, quando sopra ho detto che è una questione di meccanica, avevo in mente qualcosa come la movimentazione dei rifiuti. Paradossalmente, l’unico paragone che mi sembra adatto ad approssimarci almeno un po’ al mistero della bontà infinita evocato dai versi danteschi è quello, trivialissimo, con lo smaltimento dei rifiuti. Noi siamo estremamente schifiltosi e selettivi, in materia, e oggigiorno anche chi dovrebbe istituzionalmente occuparsi di raccogliere la spazzatura fa sempre più il difficile: la raccolta va differenziata, questo lo prendiamo, quello no, quell’altro solo se è confezionato in un certo modo, questo solo il lunedì, quell’altro solo il martedì … Dio prende su tutto, sempre.

O meglio, prende tutto e solo ciò che si rivolge a lui. Perché la bontà infinita – che non è una bontà grandissima, una bontà talmente superiore alla nostra da non vederne i confini, bensì proprio un’altra cosa rispetto a ciò che noi chiamiamo bontà, tant’è vero che sarebbe forse meglio smettere di applicare agli uomini e a Dio lo stesso termine e affermare, come insegna il vangelo (cfr. Mc 10,18; Lc 11,13), che Dio solo è buono e noi siamo tutti cattivi – la bontà infinita è sì come un immenso termovalorizzatore che brucia nel suo amore ogni nostro rifiuto, anche il più tossico, ma non può prendere ciò che noi non le portiamo.

Che ne sanno gli uomini, anche gli “uomini di chiesa”, di questo mistero divino? Ben poco, sembra dirci Dante. I versi dedicati al papa, al vescovo di Cosenza e al modo in cui hanno trattato, secondo Manfredi, «l’ossa del corpo mio» sono pieni di freddo, di pioggia e di vento, che ci raggelano dopo il calore dell’abbraccio divino (vv. 124-132). Non si dimentica facilmente quel funerale «a lume spento».

Tuttavia Dante ha un’ultima lezione da impartirci: la chiesa è quello che è, papi e cardinali in testa (e noi subito dietro). La sua mancanza di misericordia (anche quando si pretende supermisericordiosa, come al giorno d’oggi) non può nulla contro la bontà infinita: «Per lor maladizion» (lo sentite il siderale distacco di quel “loro“?) « sì non si perde, / che non possa tornar, l’etterno amore, / mentre che la speranza ha fior del verde» (vv. 133-135). Però la chiesa è la chiesa: il corpo di Cristo, come lui ha voluto; il luogo della presenza di Dio nel mondo. Quel che fa, anche se fatto male, non può essere che non conti niente. Ecco allora che il poeta-teologo si inventa che chi muore scomunicato (come Manfredi), se si consegna a Dio si salva, ma deve stare qui in lista di attesa nell’antipurgatorio per trenta volte il tempo che è durata la sua scomunica (vv. 136-141).

A meno che … Con la bontà infinita una soluzione si trova sempre: le preghiere di suffragio per i defunti! «Ché qui per qui di là molto s’avanza» (v. 145).