Tag

, , ,

Nella massa dei «peccator carnali / che la ragion sommettono al talento» e che la «bufera infernal» percuote e sbatte da tutte le parti, Dante vede «venir traendo guai» (v.48), cioè urlando di dolore come cani (“guaito” chiamiamo appunto il verso insopportabile di un cane ferito o battuto), delle ombre che paragona alle gru che «van cantando lor lai, / faccendo in aere di sé lunga riga» (vv. 46-47). “Lai”, messo in rima con “guai” è parola nobile, che rimanda alla letteratura francese d’amore (i Lai di Maria di Francia e compagnia bella): roba fine, roba da signori. Annotatevi intanto questa rima lai – guai, che fa un bel cortocircuito tra alto e basso, nobili dame e cagne.

Parentesi: in quest’ultima lettura del canto mi è sorto un dubbio che non mi era mai venuto le mille altre volte precedenti: ma siamo sicuri che la similitudine vada intesa (come però mi pare intendano tutti) nel senso che queste “ombre” a differenza di tutte le altre volano in formazione rettilinea? Oppure il «come i gru» va riferito soltanto al verso che fanno (i lai-guai) e per il resto sono sbattuti come gli altri?

Comunque sia, a domanda di Dante, Virgilio spiega chi sono costoro. Potremmo pensare che qui, dal v.52 al v.69, si apra un altro capitolo di quella “poesia dei nomi” di cui abbiamo parlato qualche giorno fa a proposito degli spiriti magni del limbo. Sì e no. Infatti, se si fanno i conti, ben 9 versi su 18 sono dedicati a un solo personaggio, Semiramide, che dunque ha un ruolo preminente, mentre negli altri nove versi vengono menzionati solo 6 personaggi, aggiungendo però che Virgilio ne addita a Dante «più di mille».

Dunque, Semiramide. Di lei si dice che  «A vizio di lussuria fu si rotta, / che libito fé licito in sua legge, / per tòrre il biasmo in che era condotta» (vv.55-57). Son versi che conoscono tutti, ma proprio tutti. E non per caso: Dante, quando vuole, sa benissimo come fare a scolpire delle frasi che ti si attaccano alla memoria e non le schiodi più. In tre versi, un giudizio esauriente sul processo culturale da sempre tentato nel corso nella storia umana e oggi arrivato al suo culmine, che si chiama abolizione del giudizio.

La legge, in questo processo, gioca un ruolo di grande rilevanza. C’è infatti una fondamentale ambivalenza nel diritto, che i giuristi romani avevano già enucleato in due motti altrettanto scolpiti quanto i versi danteschi: da una parte il diritto è ars boni et aequi, cioè l’arte di realizzare il bene e la giustizia e, come tale, esso si basa su un nesso inscindibile con la verità. Dall’altra, però, quod principi placuit, legis habet vigorem. Ciò che il sovrano ha deciso è legge (e dunque la legge altro non è che il deliberato del sovrano). Qui il nesso con la verità va a farsi benedire.

Oggi (ma non da oggi) Semiramide è al governo e “libito fa licito in sua legge”. La paronomasia dantesca non è un concettino barocco, un’arguzia buona per farci ammirare quanto è spiritoso: davvero basta cambiare una “b” con una “c” per stravolgere l’intera tavola dei valori. In campo legislativo, poi, quante volte si è visto che basta spostare una virgola, sostituire una preposizione o un avverbio con un altro, inserire un inciso di quattro parole per cambiare completamente il senso di una norma!

Ma perché Semiramide ci tiene tanto a cambiare le leggi? Per tòrre il biasmo in che era condotta. Cioè appunto per abolire il giudizio. Conta sul fatto che la gente si è abituata a pensare che ciò che la legge non punisce sia lecito e che ciò che è lecito sia anche buono. Tolta la legge, tolto il giudizio.

Spiegata bene la faccenda di Semiramide, che è punto chiave perché è il prototipo di tutti i governi mondani, Dante sbriga velocemente, ma fulminandoli uno per uno, altri quattro personaggi che sono dei pezzi da novanta della storia e della grande letteratura.

Didone. Non viene neanche nominata, ma indicata con una doppia perifrasi che la inchioda a quel che ha fatto: «L’altra è colei che s’ancise amorosa, / e ruppe fede al cener di Sicheo» (vv.61-62). Fa impressione. Perché nei libri, come nella vita, a volte quello che manca può fare più impressione di quello che c’è. Didone? Uno dei più grandi, se non il più grande personaggio femminile della letteratura latina? La protagonista del IV canto dell’Eneide, quel poema che Dante ha letto e riletto per tutta la vita, amandolo sopra ogni altro … Consegnata, senza pietà, alla nuda realtà dei suoi fatti: “quella che si è uccisa per amore e ha tradito la promessa fatta a suo marito”. Punto.

Cleopatra. Liquidata con un «poi è Cleopatràs lussurïosa» (v.63). Una troia, praticamente. (Niente speculazioni sulla lunghezza del suo naso, niente complessità dei caratteri come nella tragedia di Shakespeare).

Elena. Per lei un verso e mezzo micidiale: «Elena vedi, per cui tanto reo / tempo si volse» (v,64). Nel Doctor Faustus di Marlowe, Faust vedendo finalmente l’agognata bellezza di Elena si domanda: «Was this the face that launched a thousand ships?». “Era questo il volto che fece mettere in mare mille navi?” Ma nell’opera di Marlowe lo sciagurato Faust implora da lei un bacio che lo renda immortale e ci perde l’anima. Qui la domanda resta implicita, ma a me pare che contenga una risposta mortificante: “ecco, guardala quella famosa Elena per cui si è fatta una guerra durata dieci anni!”.

Achille. «vedi ‘l grande Achille, / che con amore al fine combatteo». Il grande Achille!

Attenzione però a quello che viene subito dopo: «Poscia ch’io ebbi ‘l mio dottore udito / nomar le donne antiche e ‘cavalieri, / pietà mi giunse, e fui quasi smarrito». Noi qui ci siamo permessi di fare i monelli, di dare perfino della troia a Cleopatra e di suggerire che In fin dei conti Elena, senza trucco e senza fotoshop, non sia poi granché, ma in realtà la faccenda di cui Dante si appresta a parlarci è seria, anzi è tragica. Quelle che noi abbiamo sbertucciato, sono le «donne antiche» (tutte le volte che pronuncia la parola donna, Dante si mette in piedi e a capo chino), e con loro ci sono i cavalieri, quelli antichi e quelli della letteratura “moderna”, a partire da Tristano. C’è tutto un mondo, tutta una cultura in cui Dante è cresciuto e che ha profondamente amato.

Francamente non so come si debba intendere qui la parola pietà, se sia più compassione o piuttosto angoscia, turbamento, ma il segnale mandato dal termine smarrito (provvidenzialmente attenuato da un quasi) è chiaro e fortissimo. Smarrito era Dante nella selva oscura, prima di incontrare Virgilio. Sta per crollare tutto di nuovo?