Tag

, , , ,

Ho cominciato a leggere. Metto qui qualche nota.

Ho fatto attenzione soprattutto al movimento che si compie (o non si compie) in questo primo canto. Lo suggerisce Dante, che apre con un verso, «nel mezzo del cammin di nostra vita», che cita il più universale dei luoghi comuni. Tutti istintivamente pensiamo alla nostra vita con la metafora del viaggio. Ma siamo veramente in cammino?

Noto che Dante evoca il cammino nel primo verso, per poi smentirlo subito nel secondo e nel terzo:  dice «mi ritrovai» e “ritrovarsi” qui, in prima battuta, significa “accorgersi di essere capitati in qualche posto, senza averlo esplicitamente voluto o senza aspettarselo” (qualche tempo fa, in un altro post, mi ero accorto che dentro c’è forse nascosto un altro significato: “mi ritrovai” nel senso di “trovai di nuovo me stesso” – come se Dante concentrasse in un solo verso, il primo!, tutta la Commedia, ma questo, se c’è, è un senso che affiora dopo tante letture: l’altro è senz’altro predominante). E poi dice «che la diritta via era smarrita».

Dunque il movimento si è già fermato. Non c’è alcun cammino. Ma dove siamo? Qui confesso un imbarazzo pluridecennale: non l’ho mai capito bene. Anche adesso, dopo quest’ultima lettura, mi resta un disagio. Dante parla di selva, di valle, di colle, ma io non riesco a immaginarmi bene come sia fatto questo posto. Eppure, quando vuole – e lo vuole quasi sempre – è bravissimo a descrivere e a farci “vedere” tutti i luoghi per cui passa, e che lui vuole che prendiamo come luoghi reali, in cui è stato veramente. Quando gli serve ci dà anche le misure. La potenza del suo realismo è inarrivabile, tanto più che si misura con l’aldilà. Giustamente un grande critico, Erich Auerbach, lo definì «poeta del mondo terreno».

Allora perché qui fa cilecca? Chi vuole una prova confronti la selva di cui si parla  con la divina foresta spessa e viva del paradiso terrestre, in cima al purgatorio.

Forse la ragione è che qui non siamo affatto in un luogo. La selva è, per definizione, un luogo incompatibile con l’uomo, dunque un non luogo. Questo noi oggi facciamo più fatica a capirlo perché siamo contaminati dal naturismo imperante. Almeno da Thoreau in poi pensiamo a quanto sarebbe bello vivere nei boschi. Persino nella chiesa, a quanto pare, vi sono degli stolti che esaltano l’Amazzonia come luogo teologico. L’Amazzonia sarà il polmone verde del mondo, sarà interessantissima (e addirittura affascinante per chi ama il genere) da vedere, ma non è un posto in cui si possa vivere se non una vita miserrima. Per vivere da uomini bisogna coltivare i campi e costruire le città. Tra le piante ci sono specie selvatiche e specie coltivate; tra gli animali ce ne sono di selvaggi e di addomesticati: l’uomo è l’unica specie che esiste solo “coltivata” (cioè colta, cultivée). L’uomo selvaggio non esiste, è una contraddizione in termini. La selva (che Dante, per farci capire meglio il concetto, al v. 5, qualifica come «selvaggia», nel più autoreferenziale e incolto dei modi) è per principio inabitabile.

Ma se la selva è un non luogo, in essa non è possibile alcun vero movimento. Il movimento di un essere vivente, infatti, implica uno spazio ed uno spazio vivibile per quel vivente, cioè appunto un luogo.

La vaghezza (per non dire la vacuità) descrittiva di Dante non è dunque frutto di imperizia, come se il poeta all’inizio dell’impresa si stesse ancora “scaldando”, ma è per così dire al tempo stesso voluta e imposta dalla realtà dei fatti. Del resto lo dichiara lui stesso «quanto a dir qual era è cosa dura / esta selva selvaggia», dove “dura” non significa artisticamente difficile  (figuriamoci!), ma insopportabile.

Forse anche noi siamo in un non luogo? Forse anche noi non ci stiamo affatto muovendo? Forse non siamo veramente vivi? Può darsi che il poeta ci suggerisca di pensare a questo, dato che afferma di parlare della «nostra vita».

[Domani si continua]

Pubblicità