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Concludiamo la nostra sommaria lettura del Discorso 14 di Agostino.

«5. Vedete che, nonostante abbondino i poveri, a buona ragione stiamo cercando il [vero] povero. Lo cerchiamo in mezzo a una turba di poveri, e a stento lo troviamo. Mi sta dinanzi il povero e io cerco il povero (Occurrit mihi pauper, et quaeropauperem). Nel frattempo porgi pure la mano al povero che ti trovi davanti». Tanto perché sia chiaro che il discorso di Agostino non vuol essere in nessun modo un alibi per giustificare l’egoismo e l’indifferenza dei ricchi. Certo che i poveri vanno soccorsi e aiutati: il problema è se e quali debbano essere presi a modello.

Dopo aver indicato nell’invidia sociale uno delle più acute contraddizioni alla povertà evangelica (8), Agostino ci dice dove possiamo incontrare il “vero povero”, al cui esempio conformare la nostra vita.

«9. Abbiamo ora trovato il vero povero, abbiamo trovato il pio umile, che non confida in se stesso, il povero vero, membro di quel Povero che per noi è divenuto povero pur essendo ricco. Guarda il nostro Ricco, che per noi si è fatto povero, pur essendo ricco [2 Cor 8,9]. Vedi come è ricco: Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto [Gv 1,3]. Vale di più creare l’oro che possederlo. Tu sei ricco di oro, argento, bestiame, famiglia, terreni, frutti: ma queste cose non te le sei potute creare tu. Guarda il [vero] ricco: Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lui. E ora vedi come è povero: Il Verbo si è fatto carne ed ha abitato in mezzo a noi [Gv 1,14]. Chi mai sarà in grado di pensare adeguatamente alle sue ricchezze: come le produca, lui che non diviene; come le crei, lui che è increato; come dia ad esse una forma, lui che non ha forma; come le faccia mutevoli, lui immutabile; come le faccia temporali, lui eterno? Chi può pensare adeguatamente alle sue ricchezze? Pensiamo piuttosto alla sua povertà, affinché a noi, poveri, sia dato comprendere almeno questa. Viene concepito dall’utero verginale di una donna, viene rinchiuso nel grembo di una madre. O povertà! Nasce in un angusto rifugio, avvolto in pannicelli da bambini, è deposto in una mangiatoia, diventa quasi foraggio per umili bestie; inoltre il Signore del cielo e della terra, il Creatore degli angeli, colui che ha fatto e creato tutte le cose visibili e invisibili, succhia, vagisce, cresce, si sottopone alle varie età, nasconde la gloria; infine viene preso, condannato, flagellato, schernito, coperto di sputi, schiaffeggiato, coronato di spine, sospeso ad una croce, trafitto da una lancia. O povertà! Ecco il capo dei poveri che cerco. Vero povero è chi troviamo essere membro di questo povero (Ecce caput pauperum quos requiro, cuius pauperis membrum invenimus verum pauperem)».

Non sfugga la densità teologica dell’osservazione di Agostino, che implicitamente ci avverte: se non riusciamo ad avere la minima idea dell’infinita ricchezza del Figlio di Dio, ci è impossibile anche pensare seriamente la povertà a cui Egli si consegna irrimediabilmente con l’incarnazione. E la mancanza di un serio pensiero dell’incarnazione come povertà impedisce di fondare teologicamente qualsiasi ulteriore discorso sulla povertà, anche come virtù morale. Lasciandoci preda del pauperismo, cioè di un’ideologia mondana.

P.S. Quando qualcuno provò a contrapporre i poveri a Lui («Perché tutto questo spreco di olio profumato? Si poteva benissimo vendere quest’olio a più di trecento denari e darli ai poveri!» Mc 14,4-5), il Signore non la prese bene: «i poveri infatti li avete sempre con voi e potete beneficarli quando volete, me invece non mi avete sempre» (Mc 14,7). Il pauperismo è esattamente questo, nella sua radice.