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Ho letto con attenzione e rispetto la lettera aperta che il cardinale Ouellet ha indirizzato all’arcivescovo Viganò, così come avevo letto con attenzione e rispetto le due dichiarazioni pubblicate da quest’ultimo sullo scandalo degli abusi sessuali nella chiesa e sul comportamento tenuto dalla gerarchia ecclesiastica in particolare nel caso dell’arcivescovo McCarrick.

Mi ha colpito in particolare questo passaggio della lettera del cardinale Ouellet: «Se il Papa non fosse un uomo di preghiera, se fosse attaccato al denaro, se favorisse i ricchi a danno dei poveri, se non dimostrasse un’infaticabile energia per accogliere tutti i miseri e donare loro il generoso conforto della sua parola e dei suoi gesti, se non moltiplicasse tutti i mezzi possibili per annunciare e comunicare la gioia del Vangelo a tutti e a tutte nella Chiesa e al di là delle sue frontiere visibili, se non tendesse la mano alle famiglie, ai vecchi abbandonati, ai malati nell’anima e nel corpo e soprattutto ai giovani in cerca di felicità, si potrebbe forse preferirgli qualcun altro, secondo te, con atteggiamenti diplomatici o politici diversi, ma io che ho potuto conoscerlo bene, non posso mettere in questione la sua integrità personale, la sua consacrazione alla missione e soprattutto il carisma e la pace che lo abitano per la grazia di Dio e il potere del Risorto».

Dunque, se capisco bene, il cardinale dice: se il papa non fosse quell’uomo meraviglioso che è, si potrebbe anche contestarlo e chiederne le dimissioni (come ha fatto – sbagliando gravemente – Viganò), ma dato che Bergoglio è pieno di virtù e non ha difetti (l’enfasi nel lodarlo è particolarmente avvertibile in tutto il suo testo), la posizione di Viganò è inaccettabile. Sono sinceramente contento che Ouellet abbia una così buona opinione di papa Francesco, ma questa tesi mi lascia alquanto perplesso. Penso che egli, al contrario, avrebbe dovuto dire: «anche se il papa non fosse un uomo di preghiera, se fosse attaccato al denaro, se favorisse i ricchi a danno dei poveri eccetera eccetera, la sua autorità deve essere riconosciuta, rispettata e, in quanto legittimamente esercitata, eseguita». Punto. Poi si può, sempre rispettosamente ma anche liberamente, discutere dei suoi eventuali errori e colpe.

Perché il punto è che all’arcivescovo Viganò non pare affatto che papa Francesco governi nel modo meraviglioso descritto dal cardinale Ouellet e per questo gli ha mosso delle critiche pesanti e specifiche, basandole sull’asserzione di fatti che attendono ancora di essere smentiti. Ciò che gli deve essere opposto non è il panegirico di papa Francesco ma: a) una convincente smentita delle affermazioni che fa – che finora nonostante tutti gli sforzi prodigati sostanzialmente manca, anche nella lettera di Ouellet, che a giudizio di diversi lettori offre invece una parziale conferma di quanto asserito da Viganò; b) l’obiezione che, se criticare il papa per il modo in cui governa la chiesa è legittimo (e in certi casi può essere addirittura considerato doveroso dalla coscienza del cristiano), chiederne le dimissioni per “scarso rendimento” è inaccettabile e assurdo.

Il male – mi pare sempre più chiaro – sta nella “personalizzazione” del papato, che certo non comincia con papa Francesco, ma è una tendenza che va avanti da decenni e ormai è travolgente. Il papa non va obbedito perché è “Il Migliore”, ma per il ministero che, su mandato di Cristo, svolge al servizio della fede e dell’unità della chiesa. Chiunque egli sia. Si può (e si deve continuare a poter) essere buoni cattolici anche senza ritenere che sia «un pastore insigne, un padre compassionevole e fermo, un carisma profetico per la Chiesa e per il mondo» come (felicemente per lui!) pensa il cardinale Ouellet di papa Francesco e invece infelicemente non pensa l’arcivescovo Viganò. Bisogna però in ogni caso obbedire alla istituzione che egli rappresenta e, per così dire, incarna.

 

Post scriptum. Il “culto della personalità” conduce a infortuni lessicali (che sono però significativi) come quello in cui incorre il cardinale quando, nella foga del suo rimprovero all’arcivescovo, lo accusa di essere «persino blasfemo» perché mette in dubbio la fede del papa. Ora, “blasfemo” si dice di colui che bestemmia Dio. E il papa non è Dio. Le parole di Viganò a cui Ouellet fa riferimento possono certamente essere considerate gravemente erronee, offensive, colpevoli di scandalizzare i fedeli e di tante altre cose, ma non blasfeme.

Per una coincidenza, proprio oggi siamo richiamati alla tragica serietà della blasfemia, perché una nostra sorella nella fede, Asia Bibi, da nove anni – nove anni! – incarcerata in Pakistan e già condannata a morte – condannata a morte! – per una falsa accusa di blasfemia, va davanti ai giudici della corte suprema per la sentenza definitiva. La sua colpa? Avere, secondo l’accusa, parlato male di Maometto! Perché per i musulmani parlare male di Maometto, cioè di un uomo, è blasfemia. Per i musulmani. Ma noi siamo cristiani, e sentire quella parola usata dal cardinale Ouellet in quel contesto e con quel senso non mi fa un bell’effetto.

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