La Bellezza, disarmata o disarmante?

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Ho appreso, leggendo una recente intervista di don Julian Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, che il titolo del suo libro, La bellezza disarmata, Milano: Rizzoli, 2015, è stato tradotto, nell’edizione inglese, con Disarming beauty. Non so così bene l’inglese da esserne del tutto sicuro, ma penso che qui ci sia uno slittamento semantico non privo di interesse e siccome i particolari attirano spesso la mia attenzione vorrei spenderci due parole.

Bellezza disarmata credo significhi che Gesù Cristo – perché è Lui la bellezza: di questo stiamo parlando, non di altro. La fede cristiana sa che ogni bellezza, dalle stelle al fiore del campo, consiste ultimamente in Cristo e di Cristo, perché «tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui» (Col 1, 16-17). Se no, si  fa dell’estetismo – Gesù Cristo, dunque, viene nel mondo e non ha armi né di offesa né di difesa.

Disarmato Lui, disarmati noi, che vogliamo essere suoi seguaci. “Rimetti la spada nel fodero” è la direttiva permanente che il Maestro dà a Pietro e a tutti noi. Qualunque spada: non appena quella militare, ma anche quella politica; non appena quella politica, ma anche quella economica; non appena quella economica, ma anche quella culturale; non appena quella culturale, ma anche quella morale …

Qui c’è una straordinaria indicazione per ripensare (anche storiograficamente) l’apologetica cristiana, che non è (non può essere) difesa di Cristo e della fede cristiana, quanto piuttosto sua proposta, approfondimento ed esplicitazione della sua ragionevolezza. Aggiungo un corollario, a mio parere indispensabile: la bellezza è disarmata, ma è critica. Nel senso che il suo stesso esserci fa emergere il brutto. La bellezza non è indifferente a ciò che la circonda e le si oppone. È indifesa, certo, ma con la sua stessa esistenza giudica e denuncia il suo contrario.

Ma la bellezza è anche disarmante? «If your manner or behaviour disarms someone, it is so pleasant that it makes them stop feeling angry or disapproving towards you», recita giudiziosamente il Longman che tengo a portata di mano per difendermi nel mondo anglofono in cui mi tocca vivere. Credo che il titolo Disarming beauty alluda anche a questo: la sola cosa che dobbiamo fare è testimoniare la bellezza del cristianesimo, perché ciò ha una forza di attrazione capace di vincere tutte le resistenze e soprattutto perché è l’unica cosa che può raggiungere gli uomini del nostro tempo. Questa bellezza è la bellezza della misericordia e «dall’amore nessuno fugge», per citare il titolo di una mostra (che si potrà vedere al Meeting di Rimini) su una bellissima esperienza brasiliana di carceri rese umane dall’opera di un’associazione chiamata APAC (l’acronimo si può leggere sia come “Associazione di Protezione e Assistenza ai Condannati”, sia come “Amando il Prossimo Amerai Cristo”).

Tutto vero? Sì. Però …

Dall’amore nessuno fugge? Bellissima frase, suggestiva e vera se riferita a quel particolare, ma in senso generale falsa, falsissima. Dall’amore nessuno fugge? Ma il peccato che cos’è, per definizione, se non fuggire dall’amore di Dio? È dalla creazione di Adamo ed Eva che gli uomini non fanno altro che fuggire dall’amore di Dio. La frase “dall’amore nessuno fugge”, se è vera, lo è allo stesso modo in cui è vera l’altra: “tutti fuggono dall’amore”. Delle volte.

Il punto, però, non è fare la statistica di quante volte la bellezza disarmata vince e quante volte perde. Il punto è guardare alla forma propria dell’evento cristiano: Cristo, la Bellezza di cui ogni cosa è bella, la Bontà di cui ogni cosa è buona, la Verità di cui ogni cosa è vera, quando è venuto nel mondo non ha trionfato sul mondo. Ha attratto qualcuno, solo qualcuno, e ha suscitato odio in tutti gli altri. (Perché bisognerà rassegnarsi a questa evidenza: la bellezza suscita anche odio). Infine è stato ucciso. Non è stato un incidente, perché lui stesso dà un senso normativo al fatto: «se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15, 20).

La forma della testimonianza della bellezza, disarmata e disarmante, non può che essere il martirio. Tacere del martirio come categoria essenziale della vita cristiana e relegarlo a incombenza di “quei cristiani là”, del Medio Oriente, del Pakistan o della Cina, è la  più grave mancanza della chiesa di oggi.

Grandi e piccoli.

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A giudizio di Gesù (che dovrebbe contare, essendo egli il Logos incarnato), l’uomo più importante di tutti è stato Giovanni il Battista: «tra i nati di donna non c’è nessuno più grande di Giovanni», ma «il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui» (Lc 7,28).

Figuriamoci gli altri … re, regine e condottieri, filosofi poeti musicisti e pittori, fondatori di religioni riformatori sociali e rivoluzionari, scienziati e filantropi … tutte le grandezze mondane a cui tutti ci inchiniamo, come diventano piccine se il più piccino nel regno di Dio – che ne so, poniamo uno come Charlie Gard, quel bambino che vogliono far fuori a tutti i costi – è (parola di Gesù) più grande del più grande (sempre parola di Gesù) tra gli uomini, quell’irsuto profeta che diceva: «già la scure è posta alla radice»!

Miracoli eucaristici e “miracoli” ecclesiastici.

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Un articolo che ho letto l’altro giorno sulla Nuova Bussola Quotidiana ha richiamato la mia attenzione su un fatto di cui avevo già sentito parlare ma che poi era svanito “nella memoria che si sfolla”: un “avvenimento inspiegabile” accaduto a Lourdes il 7 novembre 1999. Durante la messa, concelebrata da tutti i vescovi francesi e da circa 650 sacerdoti, al momento della consacrazione (anzi, per essere più precisi, al momento dell’epiclesi, cioè dell’invocazione allo Spirito santo) l’ostia magna si è sollevata di qualche centimetro dalla patena ed è rimasta sospesa in aria per alcuni minuti.

Qui, in questo sito un po’ alla buona, si può trovare tutta la documentazione filmata del fenomeno: http://www.ilpanevivo.org/.

Quel che c’è da vedere, si vede bene. E ad un uomo moderno, dotato di una ragione adulta, illuministicamente formata, dovrebbe ripugnare di negare ciò che vede avventurandosi a perder tempo in risibili ipotesi di falsificazione, trucco, illusione ottica e paccottiglia simile. Un uomo moderno, dotato di ragione adulta, rispettoso della sua intelligenza, prende atto di ciò che vede: un corpo che pare non soggetto, per un certo periodo di tempo, alla forza di gravità. Una bazzecola. Poi, siccome quidquid recipitur ad modum recipientis recipitur, ciascuno la prenderà come vorrà. Ma il fatto sta.

Però non è di questo che vorrei parlare. La massima per cui chi guarda il dito invece della luna è uno sciocco avrà, immagino, come ogni regola le sue eccezioni. O forse, più semplicemente, io sono uno sciocco, però in questo caso sono rimasto colpito, guardando e riguardando quei filmati, da un altro prodigio. Quello che potremmo chiamare, visto che siamo in vena di reminiscenze montaliane, della “divina indifferenza” dei tre vescovi concelebranti all’altare (parlo di loro perché gli altri sono più lontani e potrebbero in effetti non essersi accorti di nulla). Rimangono impassibili, come se non stesse accadendo niente di insolito, come se non vedessero nulla. Fanno come se niente fosse.

Non è strano? Pensiamoci un attimo: se oggi quando andiamo a tavola improvvisamente la bistecca si sollevasse dal piatto e restasse sospesa in aria, chi di noi non se ne accorgerebbe? Chi non reagirebbe in qualche modo? Neppure la regina Elisabetta a un pranzo di gala a Buckingham Palace resterebbe del tutto impassibile (beh, forse lei sì …). L’impassibile indifferenza dei celebranti non è d’altro canto interpretabile come effetto momentano dello sbalordimento, perché essa risulta del tutto coerente con il profilo non basso, ma bassissimo, che poi è stato tenuto anche in seguito su tutta la faccenda. Se ne è parlato il meno possibile: un possibile miracolo eucaristico alla presenza di un’intera conferenza episcopale? Dio ne scampi e liberi.

Come interpretare dunque il tamquam non esset dei vescovi celebranti (uno dei quali, fra l’altro, era il cardinale Lustiger, figura eminente della chiesa di quegli anni, di cui in tanti abbiamo un devoto ricordo)? Si avrebbe molta voglia di leggerlo come una sublime testimonianza di fede. Di quella fede così pura da non aver bisogno di vedere; quella fede lodata da Gesù risorto quando fornisce a Tommaso le prove fisiche che cercava: «Perché hai veduto hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!» (Gv 20,29); quella fede che non si scompone per un miracolino come la sospensione della legge di gravità perché è tutta presa dalla contemplazione di un miracolo ben più eclatante (benché si rinnovi continuamente dappertutto): la trasformazione del pane e del vino in vera carne e vero sangue di Cristo; quella fede che considera normale che Dio, quando vuole, faccia “grandi cose” (la fede della ragazza di Nazaret quando l’angelo venne a dirle che sarebbe diventata la madre di Dio). Si avrebbe voglia di vederci un segno di quella fede, in definitiva, che è miracolo a se stessa, anzi è il miracolo più grande di tutti.

Si avrebbe voglia … ma sarà così? Il punto dolente, dolentissimo è che ormai la nostra fede nella fede dei nostri pastori è scossa, indebolita, a volte tramortita, perché tanti di loro hanno scandalizzato noi piccoli. E ci vengono in mente altre possibili spiegazioni di quella “prodigiosa” indifferenza. Per esempio che davvero non vedano quello che accade sotto i loro occhi: tutti presi dal loro “lavoro”, non guardano quello che c’è sull’altare. (In effetti, questa cosa del non guardare è abbastanza diffusa: avete notato quanto poco le persone a messa durante la consacrazione fissano con lo sguardo le specie eucaristiche? E come il gesto liturgico dell’elevazione – che vorrebbe proprio dire: guardate qui! – duri, nello stile della maggior parte dei celebranti, non più di un nanosecondo, così da perdere di fatto il suo significato?). Non si guarda perché in fondo “non c’è niente da vedere”? Ma la fede è appunto questo: guardare “dove non c’è niente da vedere” e vedere. Come fece il discepolo prediletto davanti alla tomba vuota: «Vide e credette» (Gv 20,8).

Oppure ci viene il sospetto che vedano, ma che non gli piaccia ciò che vedono e quindi facciano finta di niente …

Cattivi pensieri, su cui sarà meglio non indugiare, però converrete con me che in quei filmati le cose difficili da spiegare sono due, non una sola.

La spada a due tagli (Contro gli opposti estremismi).

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Due errori si contrappongono nel mondo di oggi: quello di chi pretende di difendere Dio e i suoi diritti con le armi (così il fanatismo islamico) e quello di pretendere che Dio sia al servizio dell’uomo e non abbia diritti in questo mondo, ma solo doveri nei nostri confronti (così la svolta antropologica dell’Occidente). Contro il primo è del tutto appropriata la metafora della “fede disarmata”; contro il secondo non lo è affatto. Anzi qui essa si scontra contro l’ostacolo della sua natura del tutto non biblica ed estranea a tutta la tradizione cristiana che ha sempre concepito la fede come militia e ha sempre parlato di armi (spirituali, beninteso). Le armi ci vogliono, ma ci vogliono quelle giuste.

Perciò vale anche oggi per noi l’esortazione del salmo: «Esultino i fedeli nella gloria,
sorgano lieti dai loro giacigli. Le lodi di Dio sulla loro bocca e la spada a due tagli nelle loro mani, per compiere la vendetta tra i popoli e punire le genti; per stringere in catene i loro capi, i loro nobili in ceppi di ferro; per eseguire su di essi il giudizio già scritto:
questa è la gloria per tutti i suoi fedeli». [Sal 149, 5-9]

Ma che cos’è questa spada a due tagli? Ce lo spiega Agostino: «In che senso due volte affilata? Perché si pronuncia sulle realtà temporali e su quelle eterne. Nell’uno e nell’altro caso dimostra quel che dice e, quando ferisce qualcuno, lo separa dal mondo. Non è forse così la spada di cui diceva il Signore: Non son venuto a portare la pace in terra ma la spada? Nota come sia venuto a dividere, a separare. Divide i santi, divide gli empi, allontana da te ciò che ti ostacola. Il figlio vuol servire Dio, il padre no. Viene la spada, viene la parola di Dio e divide il figlio dal padre. La figlia vuole, la madre no. È la spada che le separa. La nuora vuole, la suocera no. Venga la spada a due tagli, rechi la speranza della vita presente e di quella avvenire, rechi la consolazione delle cose temporali e il godimento dei beni eterni. Ecco la spada affilata dalle due parti: ha in sé la promessa dei beni temporali e di quelli eterni. C’è stato forse qualcosa in cui ci ha ingannati? Non è forse vero che tempo addietro la Chiesa non era in tutto il mondo? Oggi invece lo è. Prima lo si leggeva ma non lo si vedeva; oggi come si legge così si constata. Quanto di temporale è a noi stato promesso costituisce un filo della spada; l’altro filo è dato dalle promesse concernenti l’eternità. Hai la speranza dei beni futuri, intanto ti consolano i beni presenti. Non lasciarti distogliere da chiunque volesse distoglierti [dalla retta via]. Si tratti di tuo padre, di tua madre, di tua sorella, o di tua moglie, o del tuo amico. Non ti distolga, e ti sarà stata utile la spada due volte affilata. Questa ti separa a tutto tuo vantaggio, mentre tu vorresti immischiarti in dannosi miscugli. […] Ma perché porla non sulle lingue ma nelle mani? Dice: E brandi due volte affilati nelle loro mani. Dicendo: Nelle mani, significa: In potere. Ricevettero, nei riguardi della parola di Dio, il potere di dirla dove volessero e a chi volessero. Non avrebbero dovuto temere le autorità né disprezzare [chi fosse stato] nella povertà. Avevano questa spada nelle mani e così la vibravano dove credevano, si volgevano dove credevano e colpivano chi credevano. Tutto questo era in potere dei predicatori». [Agostino, Esposizioni sui salmi, 149, 12]

Quando Pietro fa di testa sua.

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Correggetemi se sbaglio: Gesù, per quanto risulta dai vangeli, non fa mai complimenti. A nessuno. L’unico “elogio” che mi viene in mente, a parte quello double-face per Giovanni Battista (Mt 11,11: «tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui»), è rivolto a un militare, quel centurione romano che gli dice che non c’è bisogno che venga a casa sua per guarire il suo servo malato, basta che dia l’ordine, e Gesù – nota il vangelo – “restò ammirato” di tanta fede (Lc 7,9).

Sicuramente Gesù non “valorizza” (come si direbbe oggi) mai i suoi discepoli: li sceglie, li chiama a vivere con lui, li chiama amici e non servi (ma perché “il servo non sa quello che fa il padrone” mentre lui quello che ha udito dal Padre glielo ha detto: cfr. Gv 15,15), però non si mette mai al loro livello (semmai si mette al di sotto, per servirli), non chiede mai il loro parere, non li “coinvolge nei processi decisionali”, non apprezza mai (e neppure finge pedagogicamente di apprezzare) le loro proposte e le loro iniziative. Vedi ad esempio un caso tipico in Mc 9,38-40: «Giovanni gli disse: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demòni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri». Ma Gesù disse: «Non glielo proibite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Chi non è contro di noi è per noi».

In una parola, li fa stare al loro posto: «voi mi chiamate Maestro e Signore, e dite bene perché lo sono» (Gv 13,13). Nessuna democrazia. (Forse nella neolingua di oggi si dovrebbe dire che nel vangelo è tutto molto top down e molto poco bottom up).

E Pietro? Beh, il dono di Pietro, ciò che lo distingue dagli altri e lo fa preferire dal capo (anche rispetto al “discepolo che Gesù amava”) per svolgere la “funzione petrina”, cioè quella di fare da pietra di ancoraggio (o d’inciampo) della fede di tutti gli altri, è che qualche volta almeno lui non fa di testa sua.

In particolare, il “giorno dell’esame”, quella volta che il maestro – dopo un bel po’ che faceva lezione – si decise a interrogare i discepoli: «Voi, chi dite che io sia?», fu il pescatore di Galilea a tirare fuori, chissà come, chissà da dove, la risposta giusta: «Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. E Gesù: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli”» (Mt 16,16-17). Si noti, per favore, la motivazione del bel voto: “Bravissimo Pietro, perché questa non è farina del tuo sacco”. (Come se un professore lodasse l’alunno che ha imparato a memoria o copiato bene la risposta giusta. Altro che “l’alunno si dimostra capace di rielaborare in forma autonoma i contenuti appresi esprimendoli in modo personale e bla bla bla”).

E quando invece Pietro fa di testa sua? Un disastro. Secondo il vangelo, come è noto, subito dopo l’esame del primo ciclo superato brillantemente, Pietro e gli altri accedono al corso avanzato, quello tosto (con argomenti come andare a Gerusalemme, soffrire da parte dei capi, venire ucciso e risuscitare: Mt 16,21). Compreso del suo ruolo di vice, Pietro interviene – di testa sua! – trae in disparte Gesù (notare la finezza: tratta la cosa in sede riservata, “tra loro due”!), protesta e dice la sua: «Questo non ti succederà mai!». La reazione del Maestro, come è noto, è durissima. Noi siamo abituati a tradurre le sue parole con «Lungi da me, satana!», ma forse l’espressione greca ὕπαγε ὀπισω μου potrebbe essere resa anche con «Vieni dietro di me!», cioè: “sta al tuo posto, prendi appunti, impara e ubbidisci. E nun t’allargà”.

Tutto ciò è paradigmatico. Ogni pensata di Pietro fa più o meno la stessa fine, compresa l’ultima, di sguainare una spada nell’orto degli ulivi (“ma quanto sei scemo! Se volevo non chiedevo aiuto al Padre e mi mandava subito dodici legioni di angeli?” cfr. Mt 26,53).

Pietro non è investito di alcuna sovranità (con buona pace di una tradizione secolare che ha forse troppo insistito, per ragioni storiche anche comprensibili, su un certo aspetto “regale” del papato), ma di “un’autorità di ubbidienza”, se così si può dire, i cui risvolti anche esistenziali sulla persona dell’apostolo (e dei suoi successori) sono lucidamente indicati da Gesù, di nuovo senza tanti complimenti: «quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi» (Gv 21,18). Altro che “il papa è il papa e può fare quello che vuole!”.

Di questo paradigma si mostrò acutamente consapevole papa Benedetto XVI quando pronunciò, nell’omelia della Messa di inaugurazione del suo pontificato, delle parole che allora non capimmo (o perlomeno non capii) fino in fondo: «Cari amici! In questo momento non ho bisogno di presentare un programma di governo. Qualche tratto di ciò che io considero mio compito, ho già potuto esporlo nel mio messaggio di mercoledì 20 aprile; non mancheranno altre occasioni per farlo. Il mio vero programma di governo è quello di non fare la mia volontà, di non perseguire mie idee, ma di mettermi in ascolto, con tutta quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore e lasciarmi guidare da Lui, cosicché sia Egli stesso a guidare la Chiesa in questa ora della nostra storia».

 

Il progresso.

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Scorro il programma del dodicesimo congresso internazionale di studi origeniani, che si svolgerà a Gerusalemme alla fine di questo mese (una specie di campionato mondiale degli origenisti, che si tiene ogni quattro anni, ogni volta in un paese diverso) e osservo che, su un’ottantina di relazioni, solo una è in tedesco e cinque in francese (tre delle quali tenute da italofoni e una da un ispanofono): tutto il resto è inglese. Ricordo che a Pisa, sedici anni fa, all’ottavo congresso c’erano relazioni in italiano, francese, tedesco, spagnolo e inglese. In meno di una generazione, il panorama è cambiato.

In meglio? Già chiederselo è importante. Farlo in pubblico è ormai un gesto inconsueto, e quasi sconveniente, un piccolo atto di resistenza civile in favore della critica che quasi sempre infastidisce perché “fa perdere tempo”. Le cose cambiano perché “debbono cambiare” e non si deve porre la domanda se migliorano o peggiorano.

Dunque, meglio il plurilinguismo che c’era ancora a Pisa o meglio l’incombente monolinguismo di Gerusalemme (dove l’Arabo il Parto e il Siro non in suo sermone l’udrà)? Come sempre, la risposta più prudente è: «Dipende». Mettendo sui piatti di un’ideale bilancia quel che si perde e quel che si guadagna, da una parte ci sta tutto ciò che i non anglofoni non riusciranno a comunicare perché oggettivamente limitati dall’uso di uno strumento che, per quanto ben conosciuto, non è “la matrice da cui sono stati generati” (come forse direbbe il padre Dante), e tutto quello che, per la stessa ragione, non riusciranno a comprendere perfettamente di ciò che diranno gli anglofoni.

Sull’altro piatto della bilancia c’è il fatto che tutti quelli che, non comprendendo l’italiano e/o il tedesco e/o lo spagnolo e/o (perché no?) il francese, sarebbero rimasti all’oscuro di tutto quanto fosse detto in queste lingue, ora con l’inglese-per-tutti non avranno il problema.

Il criterio di giudizio in questo caso sarebbe chiaro: scopo di un congresso scientifico è aumentare la conoscenza, o meglio l’intelligenza della realtà di cui si occupa. Quanta più intelligenza produce tanto maggiore è il suo successo e ciò che favorisce questo risultato è bene, ciò che lo ostacola è male. Tuttavia, è ugualmente difficile fare i calcoli e stabilire da che parte penda la bilancia: bisognerebbe infatti sapere da da un lato quanti sono quelli che senza inglese non capirebbero, e quanto non capirebbero; e dall’altro quanto inglese sanno i non anglofoni. Praticamente impossibile.

Una cosa, però, è certa: quelle che vanno perdute, rinunciando a comunicare in madrelingua, sono le sfumature, i dettagli, le implicazioni nascoste sotto la superficie del tessuto linguistico, il “modo di dire le cose” che, nelle scienze umane, è – a giudizio di alcuni di noi – importante tanto quanto ciò che si dice. Quello va perduto, c’è poco da fare (a meno di non essere realmente bilingui: ma quanti lo sono?).

Se si crede che Dio (e anche il diavolo, del resto) sia nei particolari, il rischio non è piccolo.

P.S. a proposito di Dio … Fa un po’ sorridere che alla frenesia obbligata di parlare tutti solo inglese, che regna oggi nell’accademia e nella scuola faccia da contrappunto la frenesia altrettanto obbligata, di qualche decennio fa, che nessuno usasse più il latino nella chiesa cattolica. Anche in questo caso sarebbe sensato chiedersi se sia stato un vantaggio distruggere una cosa che c’era già e impoverire l’intera chiesa di uno strumento che aveva in casa. Formare un clero ormai quasi totalmente ignorante (anche ai pià alti livelli) di questa lingua che benefici ha portato?

(Io ho di solito dei lettori intelligenti, quindi non dovrebbe essere necessario spiegare che non sto parlando di tornare alla messa in latino, ma comunque …).

Mani alzate a Notre-Dame. (I cristiani si arrendono?)

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La forza delle immagini è grande, ma ambigua. La foto del giorno, sui media, oggi è quella delle centinaia di braccia alzate, come in segno di resa, dentro la cattedrale di Notre-Dame de Paris. Il messaggio sembra forte e chiaro: il cristianesimo, impaurito e rinchiuso nelle sue vecchie chiese, si arrende. La volenterosa didascalia che il quotidiano della Cei, Avvenire, si premura di aggiungere: «ma non è una resa», attirando l’attenzione su ciò che l’immagine di per sé comunica, non fa che confermare goffamente  ciò che vuole negare.

In realtà quel messaggio è falso: la foto non simboleggia affatto la resa dei cristiani, per la semplice ragioni che, presumibilmente, la grande maggioranza delle persone presenti ieri nella cattedrale di Parisi non erano cristiani. O, per meglio dire, non erano lì in quanto cristiani. Notre-Dame è una magnifica chiesa, ma le belle chiese hanno oggi un po’ la sorte delle belle donne (o di molte belle donne), frequentate solo per la loro estetica e talvolta aduggiate dalla loro stessa bellezza. Quelli che erano a Notre-Dame, erano lì come turisti. (Turisti religiosi, si dirà, ma cosa pensasse Gesù del turismo religioso lo si evince abbastanza chiaramente dalla sua reazione quando sentì i suoi discepoli commentare ammirati la bellezza del Tempio di Gerusalemme: Lc 21,5-6).

Molti turisti, pochi pellegrini, pochi fedeli: questo è il pubblico delle magnifiche chiese d’Europa, spesso le uniche aperte nelle nostre città, fuori dell’orario delle funzioni. Chiese dove spesso si paga il biglietto per entrare, e dove la liturgia, quando si celebra, deve essere difesa, con accorgimenti vari, dalla “consumazione turistica”.

La vittoria dei cristiani, in Francia, c’è già stata l’anno scorso, ma in una chiesa senza turisti, che non so se sia bella o sia brutta (ma se è bella sarà “bella come tante altre”, senza stelle nella guida Michelin; bella come lo è una donna normale, non una “bella donna”). Il 26 luglio scorso, a Saint-Étienne du Rouvray, padre Jacques Hamel, versando eucaristicamente il suo sangue in persona Christi, ha rinnovato la sconfitta, non dell’Isis o di qualche altra organizzazione terroristica islamica, ma del loro Mandante. Va-t’en Satan!

(La resa dei cristiani, invece, c’è tutte le volte in cui ci dimentichiamo dei martiri, non guardiamo al loro esempio, non ci prepariamo a seguirli, se Dio ci chiamasse a farlo).

Parlare le lingue. (Pensierino di Pentecoste 2, tra Totò e Gregorio di Nazianzo)

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Nell’attuale dizionario dei luoghi comuni, alla suddetta voce Parlare le lingue sta scritto: «Assolutamente indispensabile. Ma comunque con l’inglese si va dappertutto». Alla voce Inglese, invece, si trova: «Assolutamente indispensabile. Senza, non si va da nessuna parte».

Così eccoci tutti obbligati a far finta di parlare in inglese, o piuttosto in globish.  Chi ha pratica di scuola, tanto per fare un esempio, si è imbattutto in quella cosa sconfortante per miseria intellettuale, pochezza educativa e dilettantismo linguistico che è «la Clil», come la chiamano in tanti (in tante), probabilmente in molti casi persino incapaci di scioglierlo, l’acronimo, e perciò tanto più fieri  di ripeterlo a pappagallo come cifra sicura di modernità e innovazione della didattica. «Apprendimento integrato di lingua e contenuto» gli richiederebbe uno sforzo troppo grande, e poi c’è sempre il rischio che a qualcuno venga in mente di chiedersi se è una cosa che sta in piedi, nella concreta situazione della scuola italiana di oggi, oppure no. Concretamente, vuol dire che, per obbligo di legge, una parte delle lezioni di materie non linguistiche – che so, la fisica o la chimica, ma anche, perché no?, la filosofia o la letteratura italiana – devono essere svolte in inglese. Da chi? Da insegnanti di quelle discipline perfettamente bilingui? Ovviamente no, perché non ne esistono, se non per eccezione statisticamente irrilevante. A spiegare Kant o Dante in inglese, poniamo, sarà un professore di filosofia o di italiano che “sa un po’ di inglese”. Triste. (Anzi: «So sad», come twitta sempre Trump). Nell’accademia non va molto meglio, perché al Print or perish, che già vi regnava, si va sostituendo un ancor più oppressivo Print in english or perish.

Se il sale è scomparso da scuole e università, dove lo andremo a cercare? Forse qui : https://www.youtube.com/watch?v=6d_2HzW6rMY.

Dallo spirito allo Spirito, da Totò ai Padri della chiesa: sentiamo come Gregorio di Nazianzo commenta il passo degli Atti degli Apostoli relativo al miracolo della xenoglossia durante la Pentecoste (2,1-11). «Merita lode l’antica divisione delle lingue, avvenuta al tempo in cui uomini empi e malvagi, che parlavano la stessa lingua, fabbricavano la torre – come anche oggi alcuni osano fare – perché in seguito alla distinzione delle lingue cessò l’intesa [tra loro] e di conseguenza si arrestò l’impresa. Ma ancora più degno di lode è il prodigio di questa giornata. Per opera di un solo Spirito, la divisione che si era diffusa tra gli uomini è stata ricondotta nuovamente ad una sola armonia. E c’è una distinzione di doni spirituali (διαφορὰ χαρισμάτων) che ha bisogno di un altro carisma per il discernimento del migliore [tra essi] (πρὸς διάκρισιν τοῦ βελτίονος), poiché tutti sono in qualcosa degni di lode. Si può dire che è bella quella divisione della quale Davide dice: “Sommergili, Signore, e dividi le loro lingue” (Sal 54,10). Perché? “Perché hanno amato tutte quelle parole che fanno affogare, la lingua ingannevole”» (Sal 51,6), [dice] rimproverando, sia pure non apertamente, le lingue che dividono la Divinità» [Gregorio Nazianzeno, or. 41, 16].

Il cristianesimo non obbliga a un’unica lingua, ma parla in tutte le lingue un’unica lingua e possiede il criterio per sottoporre a krisis (cioè valorizzare e al tempo stesso limitare e correggere) ogni idioma e ogni umano accento.

Vera e falsa unità. (Pensierino di Pentecoste)

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«Meglio uniti o divisi?» A questa domanda, temo, la grande maggioranza degli uomini del nostro tempo risponderebbe convinta: «Uniti!». Pochissimi, temo, avrebbero la lucidità e il coraggio di obiettare che, così posta, la domanda è insensata e l’unica risposta di buon senso sarebbe: «Dipende».

Nel fare il male, ad esempio, l’unità è un gran male: meglio che ci sia divisione, piuttosto che unirsi per fare male. Sant’Agostino ci ricorderebbe che, grazie a Dio, al mondo di città ce ne saranno sempre due, e mai una sola: l’unità della cosmopoli,  variamente sognata dagli ideologi nel corso dei secoli, per fortuna è destinata a rimanere nella loro testa.

Oggi però il peso di un’ideologia mondialista, “globalista”, anti-nazionale, anti-identitaria, che proclama apoditticamente la necessità per tutti gli uomini e tutti i popoli del mondo di unirsi, di omologarsi, di pensare e agire concordemente, perché altrimenti sarà la guerra, la catastrofe economica ed ecologica eccetera eccetera, si è fatto davvero opprimente. È quasi impossibile non esserne influenzati, anche perché – come sempre – la menzogna contiene qualcosa di vero: è innegabile che nel piccolo pianeta iperconnesso che la terra è diventata, molti problemi vadano affrontati in una prospettiva globale (che però è tutt’altra cosa dall’ideologia globalista oggi imperante). Ed è difficile non esserne intimiditi, perché il diversamente pensante è ormai stigmatizzato con aperta violenza.

Putroppo anche tra i cristiani è diffusa una mentalità ingenuamente partecipe dello stesso equivoco. «Ponti, non muri!» è la formula – del tutto priva di senso – con cui viene spesso sintetizzato quello che, nella migliore delle ipotesi è un “benintenzionato sentimento” ma non un pensiero. Un pensiero, anche elementare, sarebbe in grado, infatti, di stabilire che tanto i muri quanto i ponti sono rispettabili strutture architettoniche e che il loro essere “buoni” o “cattivi” dipende esclusivamente dalle circostanze, dall’uso che se ne fa e dalla necessità che si ha. (I ponti, in genere, sono molto utili, spesso hanno fatto la prosperità di città e contrade, sono anche belli da vedere; ma se c’è la guerra, il nemico avanza, e tra noi e lui c’è solo un fiume …)

Una krisis cristiana dell’odierna retorica dell’unità del genere umano dovrebbe invece partire da due fondamentali passi della Scrittura: Genesi 11,1-9, che pronuncia un giudizio definitivo sulla pretesa dell’umanità di unirsi prescindendo da Dio (il racconto della torre di Babele); e Atti 2,1-11, che delinea l’unica possibilità di autentica unione dell’umanità intera nella sottomissione al vero Dio (il racconto dell’effusione dello Spirito nel giorno di Pentecoste).

I Padri della chiesa, ai loro tempi, questa krisis seppero svolgerla con grande intelligenza e un padre della chiesa del nostro tempo, Jospeh Ratzinger – Benedetto XVI, ne ha ripreso l’insegnamento in un aureo libretto di cui mi permetto di raccomandare la lettura: L’unità delle nazioni. Una visione dei Padri della Chiesa. L’originale tedesco è del 1971, la traduzione italiana, presso Morcelliana, è del 1973 ma poi è stato molte volte ristampato.

Magari nei prossimi giorni ne riporto qualche passo.