Sempre la stessa solfa! (Un paragone semiserio tra Mozart e la Santa Messa)

«La dottrina non cambia, è la sua interpretazione/applicazione pastorale che deve cambiare per adattarsi ai tempi»: questo è il mantra della chiesa di oggi.

In altre parole, la musica è sempre la stessa ma i suonatori devono intepretarla in modo diverso a seconda dei tempi. Già, la musica. Mi è venuto in mente un paragone, forse bizzarro, tra il cristianesimo e una musica sentita troppe volte, che pensiamo di conoscere a memoria e che, proprio per questo, non ci dice più niente. Prendetelo come un piccolo “scherzo mozartiano” e dedicategli, se volete, qualche minuto. Sarà comunque piacevole.

Ascoltate questo: https://www.youtube.com/watch?v=VKlRJJKRuto

Esecuzione magistrale (è Horowitz, mica un patacca qualsiasi), ma il Rondò alla turca, croce e delizia di ogni pianista dilettante sulla faccia della terra (e di ogni suo parente e conoscente!), l’abbiamo sentito tutti talmente tante volte da diventare quasi insopportabile. È come andare a messa e … niente, il celebrante è un ottimo prete, tutto viene fatto come si deve, la predica è sensata e ortodossa, eppure pare che non succeda niente: ogni nota è “già saputa” prima di accadere, e quando accade, accade nel modo in cui ci aspettavamo che accadesse, tutto è già scontato in precedenza …

Adesso ascoltate questo: https://www.youtube.com/watch?v=uWYmUZTYE78

Che dire? Gigionesca oltre i limiti dell’umano pudore, ma indubbiamente divertente (il sogghigno beffardo dei due filarmonici di Vienna, a un certo punto del video, è impagabile!). Lang Lang è un fenomento dell’industria musicale del nostro tempo e qui, come direbbe un mio amico, “fa il fenomeno”. Se siete tra quelli che immaginano Mozart come il deficiente di genio del film di Foreman potete anche pensare che questa interpretazione gli sarebbe piaciuta. In ogni caso, anche se it’s not my cup of tea, devo riconoscere che: a) questo è pur sempre Mozart (le note sono le sue, dopotutto) e b) un’esecuzione del genere non è scontata. È come andare a messa e c’è un sacco di cose che non vi piacciono, ma insomma non vi addormentate sulla panca e capite che lo sforzo pastorale è quello di arrivare alle orecchie di persone a cui Horowitz non direbbeniente. Come diceva san Paolo: tutto, «purché Cristo sia annunciato» (Fil 1,18). E chi sono io per giudicare?

Adesso però ascoltate questo: https://www.youtube.com/watch?v=eTZ33EVK3Ug

Ah, questo è puro genio. Questo è come quando vai a messa, e le parole e i gesti son sempre quelli (la solita solfa), ma c’è qualcosa nel modo in cui il celebrante li compie che ti cattura, ti fa stare attento, e sei finalmente presente a ciò che accade. Perché accade veramente qualcosa. Qui abbiamo, a parer mio, l’illustrazione migliore di che cos’è un carisma nella chiesa. Qualcuno che, per un dono dello Spirito, è capace di farti ascoltare le note consumate di quel pezzo troppo ascoltato come se fosse la prima volta. E mentre le suona, senza aggiungere né togliere niente, te ne illumina il significato profondo, così capisci che quella è musica, non un carillon. Lo capisci se quel carisma è per te: altrimenti dirai che è un’esecuzione è sbagliata, che Glenn Gould non può suonare Mozart come se fossero le Variazioni Goldberg, che lui stesso ammetteva di detestare il pezzo di Mozart ecc. ecc.

C’è un corollario importante: il valore di un carisma si misura anche sulla sua capacità di farti valorizzare tutto il resto: se dopo aver ascoltato e meditato con Gould torni ad Horowitz, ti accorgi che la musica c’era anche lì, e apprezzi molto di più anche la sua perfetta esecuzione. Invece, se ti sei eccitato con Lang Lang temo che troverai Horowitz ancor più noioso.

Ma qual è il problema, oggi, nella chiesa? Io direi che è questo: https://www.youtube.com/watch?v=wSbCmSOGLaQ

Yuia Wang è un altro mostro made in China della musica contemporanea: tecnicamente bravissima, con più sex appeal di Lang Lang, una deliziosa bambolina capace, come si vede, di numeri gradevolissimi. Ma è ancora Mozart? (A un certo punto pare Scott Joplin).

È come quando vai a messa e ad un certo punto ti chiedi: ma è ancora la messa, questa?.

Se la chiesa non sa niente, a cosa serve?

Tag

, , , ,

Leggo su Avvenire.it queste parole di mons. Galantino, segretario della Conferenza episcopale italiana: «Alla domanda su cosa dire ai genitori delle vittime in questo momento, Galantino ha risposto: “Non mi sento di dire niente, ma di fare sentire loro la vicinanza silenziosa e partecipe a quello che stanno vivendo. Non penso sia questo il momento di dare spiegazioni, perché di fronte a questo tipo di morte, a questa violenza, non ci sono spiegazioni razionali da dare”».

“Di fronte a questo tipo di morte, a questa violenza, non ci sono spiegazioni razionali da dare”? Le vittime dell’attentato di Barcellona non sono morte perché un fulmine le ha colpite o perché un ponte che stava in piedi da secoli è crollato proprio nel momento in cui passavano loro (come nel bel romanzo di Thornton Wilder), o per un virus (quando succedono queste cose, ormai ci siamo abituati all’afasia degli ecclesiastici): sono morte perché dei criminali li hanno assassinati. Come fa il vescovo a dire che di fronte “a questa violenza” non ci sono spiegazioni razionali da dare? Ignora forse che la chiesa ha qualcosa (veramente ha molto) da dire sul male presente nel mondo? O si vergogna di quella dottrina e non la ritiene presentabile agli uomini?

Ma di una chiesa che non sa niente, che se ne fanno gli uomini?

Opposte idiozie.

Condannata come si deve la violenza e l’idiozia dei “suprematisti bianchi” di Charlottesville, si può dire che anche abbattere i monumenti, come la sinistra sta facendo in questi giorni in America, è da idioti? (Non per niente lo fanno gli energumeni dell’Isis, i talebani, gli speculatori, i turisti … gente così).

E comunque il generale Robert E. Lee, nel complesso, era assai migliore di tanti altri, le cui statue continuano indisturbate ad ergersi nelle piazze di mezzo mondo, scacazzate dai piccioni.

(Attenti, perché l’avvelenamento ideologico della storia è un pericolo mortale, anche da noi).

Gli occhi da Dio diletti e venerati.

Tag

, , , ,

«Li occhi da Dio diletti e venerati, / fissi ne l’orator, ne dimostraro / quanto i devoti prieghi le son grati». Così Dante, il miglior teologo, nel XXXIII canto del Paradiso.

Ogni sguardo si spegne con la morte. Chiudiamo gli occhi ai morti perché è insopportabile che non abbiano più sguardo. Ci attacchiamo ai ritratti, alle fotografie e alla loro suprema malinconia.

Crediamo che con la morte non finisca tutto: ci hanno detto, e ci crediamo, che mentre il corpo si corrompe (niente più occhi, niente più sguardo) l’anima vive in eterno. Senza corpo, per ora, in attesa della resurrezione finale.

Ci crediamo, ma non sappiamo farcene una ragione. Anche per questo, forse, ci pensiamo poco al paradiso. Noi moderni, così concentrati sul corpo. La nostra impacciata perplessità l’ha formulata bene, per una volta, Ugo Foscolo, detestabile poeta per nulla teologo, in una poesia che tutti abbiamo dovuto studiare: «se pur mira / Dopo l’esequie, errar vede il suo spirto / Fra ’l compianto de’ templi Acherontei, / O ricovrarsi sotto le grandi ale / Del perdono d’lddio: ma la sua polve / Lascia alle ortiche di deserta gleba / Ove nè donna innamorata preghi, […]». La cosa importante, in questi versi, è quell’ «o», che non è un aut ma un vel perché mette sullo stesso piano, con moderna indifferenza, quello che lui chiama «il compianto de’ templi Acherontei», cioè l’inferno, nella lingua delle persone vere, e «le grandi ali del perdono d’Iddio», cioè il paradiso. Che cosa mi importa del Paradiso, se la mia carne rimane qui, sola, a disfarsi nella terra (oggi a ridursi in cenere in pochi attimi, perché nemmeno questo sopportiamo)?

Più in là di lì non va, non è in grado e passa il resto del suo tempo a trastullarsi con celesti corrrispondenze d’amorosi sensi, urne dei forti che accendono il forte animo a egregie cose, armonie che vincono di mille secoli il silenzio e altre fanfaluche del genere. Però in questo preciso punto fa assolutamente centro e dice le cose come stanno. Questa è una delle grandi sfide che il mondo moderno lancia alla fede cristiana: che me ne faccio del Paradiso?

La buona notizia di oggi è che in Paradiso ci sono già due corpi, quello di Gesù e quello di Maria. Ci sono gli occhi di Maria, quelli che per Gesù sono gli occhi della sua mamma. Diletti e venerati da Dio. Dio venera? Sì, Dio il Figlio ama (dell’amore che sceglie e preferisce: dilectio) e venera gli occhi della Theotokos.

Il cristianesimo? Troppo semplice per crederci.

Tag

, , , ,

«Nihil adeo est quod obduret mentes hominum quam simplicitas divinorum operum quae in actu videtur, et magnificentia quae in effectu repromittitur».

È un’altra folgorante intuizione di Tertulliano (De baptismo, 2,1). Non c’è niente che indurisca le menti degli uomini tanto quanto la semplicità delle opere divine che si vede in azione e la magnificenza degli effetti che da esse si attendono.

Si prenda per esempio il battesimo: in modo semplicissimo (tanta simplicitate), senza  dare spettacolo (sine pompa), senza bisogno di novità (sine apparatu novo aliquo), perfino senza spesa! (denique sine sumptu), un uomo viene immerso nell’acqua, si dicono poche parole e quello riemerge apparentemente uguale a prima(homo in aqua demissus et inter pauca verba tinctus non multo vel nihilo mundior resurgit): come si fa a credere che invece è successo tutto, e colui che prima era mortale ora ha conseguito l’eternità? (eo incredibilis existimatur consecutio aeternitatis).

L’idolatria è molto più complicata, pretenziosa e soprattutto costosa, e per questo gli uomini, nella loro stoltezza, ci credono più facilmente: «idolorum sollemnia vel arcana de suggestu et apparatu deque sumptu fidem et auctoritatem sibi extruunt». Applicate questa diagnosi agli idoli di oggi e vedrete che funziona perfettamente.

Per essere cristiani ci vuole intelligenza, cioè senso critico. La fede non è un sentimento, una suggestione: se fosse così gli idoli, con l’organizzazione e i soldi (apparatu et sumptu) avrebbero partita vinta. La fede è la forma suprema dell’intelligenza.

Quando il vescovo non risponde. 2.

Tag

, , , ,

Proseguo la riflessione, iniziata ieri, sull’intervento dell’arcivescovo di Gorizia, mons. Redaelli, riguardo alla permanenza in un ruolo educativo all’interno dell’Agesci nella parrocchia di Staranzano di un capo scout unitosi civilmente con il proprio compagno. Dopo aver fatto riferimento all’esempio del concilio di Gerusalemme, nel modo che abbiamo visto, il vescovo svolge tre ordini di considerazioni.

Per prima cosa, dice che occorre chiedersi, anche «di fronte a una realtà che ha creato contrasti e scalpore e ha evidenziato difficoltà, […] quali siano gli aspetti di grazia presenti in essa» e ne elenca otto, così riassumibili:

  • «l’essere qui oggi a confrontarsi»;
  • «la progressiva maturazione della convinzione che il discernimento stia diventando sempre più la cifra fondamentale dell’agire pastorale»;
  • «l’attenzione rispettosa, partecipe e talvolta sofferta ai cammini personali di ciascuno da parte della comunità cristiana e l’accompagnamento degli stessi»;
  • «il desiderio che tutti abbiamo che ogni persona – in particolare i giovani – possa trovare nella pienezza della proposta evangelica il compimento di quel desiderio di amore che l’essere immagine e somiglianza del Dio amore ha collocato nei nostri cuori»;
  • «l’impegno a tenere in considerazione, con pazienza e intelligenza, i diversi modi di sentire diffusi oggi che, pur avendo aspetti di verità, sono spesso riduttivi»;
  • «l’attaccamento alla propria comunità, ma non in termini esclusivi e alternativi ad altri, ma dentro un respiro di autentica comunione ecclesiale»;
  • «la consapevolezza della particolare responsabilità di chi ha un ruolo educativo dentro la comunità cristiana»;
  • «la consapevolezza della necessità di guadagnare un rapporto meno ingenuo con i mezzi di comunicazione sociale».

Tutte belle cose, per carità, ma non faceva prima (e meglio) a dire che per un cristiano tutto è grazia? Forse però il punto è che qui siamo molto lontani dal curato di campagna di Bernanos (colui che pronuncia, nel momento finale dell’agonia, quella formula di fede e di speranza) e siamo forse  dalle parti di Pangloss del Candido di Voltaire, che insegna a “pensare positivo” come va di moda adesso: “sì, forse abbiamo un piccolo problema, ma viviamo nel migliore dei mondi possibili, guardate quante cose belle ci sono intorno a noi” … La chiesa, da più di cinquant’anni a questa parte, si è a più riprese robustamente vaccinata contro il pessimismo, che di certo cristiano non è; ma forse sarebbe ora di rammentare che anche l’ottimismo è altrettanto estraneo alla fede cristiana. Cristiana è la speranza, che è tutt’altra cosa. Sì, veramente “tutto è grazia” – come il curato di Bernanos sa bene per averlo sperimentato attraverso la sofferenza – ma solo perché Cristo, crocifisso, morto, sceso agli inferi e risorto, tocca tutte le realtà della vita, nessuna esclusa. Egli non toglie nulla alla durezza delle contraddizioni, delle storture, del male che c’è nel mondo: lo inchioda alla croce. È per la croce che tutto è grazia, non per altro. Le difficoltà, le contraddizioni, i disordini sono “dis-grazie”, ma è la presenza di Cristo che le rende occasioni di grazia.  Il vescovo ci invita a guardare innanzitutto quelle otto grazie e fa bene; magari ne potremmo aggiungere altre otto, oppure ottanta (grazia è star bene in salute; grazia è essere liberi, grazia è anche che oggi è una bella giornata …), ma ciò  non deve offuscare la nostra percezione della realtà, con il peso dei suoi problemi.

Lì c’era un problema, e quello che era chiesto al vescovo era di affrontarlo. Il fatto è che egli sembra non volerlo fare. Infatti, dopo essersi soffermato su tutti gli aspetti positivi della situazione, monsignor Redaelli procede al secondo passo, «un pacato confronto con l’insegnamento ecclesiale», e premesso che la Scrittura non si presenta «come un manuale di principi e di indicazioni concrete riferibili a ogni situazione della vita» e che occorre quindi un lavoro della chiesa per «discernere che cosa è richiesto dal Signore nelle diverse situazioni»,  osserva che si tratta di un lavoro in continuo sviluppo perché le situazioni e i problemi cambiano nel corso del tempo e poi  conclude questa parte (significativamente la più breve del suo discorso) con le seguenti parole:

«Naturalmente, il fatto che ci sia uno sviluppo del pensiero e delle indicazioni della Chiesa su diverse problematiche – a volte anche molto accelerato – non deve portare a disattendere ciò che viene proposto autorevolmente per l’oggi. Anche questa sarebbe una distorsione della fede cristiana, un non accogliere il fatto che lo Spirito assiste hic et nunc il popolo di Dio e chi è chiamato a guidarlo nella concretezza dell’oggi con autorevolezza, ma anche con molta umiltà. Umiltà tanto più necessaria quando si è di fronte a questioni nuove e complesse circa le quali la riflessione ecclesiale è ancora iniziale o comunque non del tutto matura, i pareri non sono concordi, le prassi pastorali non ancora ben definite (non c’è dubbio che almeno alcune questioni connesse con la sessualità umana, l’amore coniugale, la famiglia, la vita ecc. siano di questo tipo)».

Voi avete capito? Io no.

Pazienza, si dirà, adesso viene la terza parte, quella pratica, quella dove si prendono decisioni, si indica una condotta, si danno dei criteri … insomma quella che nel caso di Atti 15, preso a modello dal vescovo Redaelli, viene esposta nei vv. 22-29. Là gli apostoli e gli anziani riuniti a concilio scrivevano: «Abbiamo saputo … Abbiamo perciò deciso … Abbiamo mandato … Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi …». Qui il vescovo dà due «suggerimenti» e un’«indicazione»: il primo suggerimento «è quello di darci tempo. […] Un tempo ampio anche per l’AGESCI e per altre realtà ecclesiali di carattere educativo che devono affrontare tematiche nuove, come, ad esempio, la necessità di proporre oggi determinati valori con un approccio diverso rispetto al passato o anche di dover pensare a una formazione e a un accompagnamento degli stessi propri educatori, che talvolta compiono scelte personali, in particolare in tema di affetti, che fino a poco tempo fa non erano quasi ipotizzabili o comunque erano percepite come evidentemente incompatibili con il proprio compito».

Di nuovo ci capisco poco, ma quello che segue è, purtroppo, molto chiaro: «Insisto perché siano queste realtà ecclesiali a operare il necessario discernimento e a giungere ad alcune indicazioni condivise e sagge, non per sottrarmi al mio impegno di pastore […], ma per evitare che un mio pronunciamento possa essere visto come un intervento “autoritario” dall’alto e quindi accolto “obtorto collo”, e non invece come aiuto a discernere e compiere la volontà di Dio, o utilizzato quasi come alibi per evitare ai soggetti ecclesiali interessati la fatica, ma anche la positività, di un cammino non facile di discernimento».

Stento a crederlo, ma ha scritto proprio così. In sostanza: “fate voi”.

Il secondo suggerimento è «invitare a un atteggiamento di disponibilità gli uni verso gli altri, che parta dal presupposto della buona fede reciproca, trovi occasione di dialogo pacato e sincero, abbia la pazienza dell’ascolto, riannodi una comunione che resta vera anche in presenza di diverse sensibilità e accentuazioni». In sostanza: “vogliatevi bene” (che va sempre bene, intendiamoci, ma non costituisce una risposta).

L’indicazione è in realtà un altro elenco simile a quello delle “grazie” di cui sopra: «meditazione della Parola di Dio», «studio», «riflessione», «confronto», «scelta delle priorità», «preghiera intensa per le persone che ci sono affidate», «sguardo di empatia (meglio: lo sguardo di Gesù) verso chi incontriamo», «paziente ascolto di ognuno con la proposta dell’insegnamento cristiano in termini saggi che possa condurre alla sua accoglienza (o almeno al suo non rifiuto a priori)» (?), «impegno della salvaguardia della comunione», «mettere davanti a tutto il regno di Dio con grande libertà da se stessi (compreso il proprio incarico, il proprio carisma, le proprie attese, i propri attaccamenti, le proprie sensibilità)»; «valutazione paziente di tempi e modi di intervento affinchè siano costruttivi della comunione», «saggio utilizzo dei mezzi di comunicazione sociale». In sostanza: “miglioratevi”. Certo nessuno può sostenere che meditare, studiare, pregare ecc. siano cose sbagliate, inutili o cattive, ci mancherebbe!, ma anche qui la risposta alla domanda posta al vescovo dov’è?

Così si conclude il suo intervento. Propongo un esperimento mentale: immaginate una famiglia alle prese con un grave problema che riguarda la condotta di uno dei figli. Immaginate che essi chiedano al padre: è giusto fare o non fare la tal cosa? Immaginate che un padre di famiglia risponda in questo modo. (Anzi, non immaginatelo, perché oggi purtroppo succede).

 

 

Quando il vescovo non risponde. (Discernimento o fuffa?). 1.

Tag

, , ,

Torno su un episodio recente della cronaca ecclesiastica – forse già sfumato dalla memoria a causa della velocissima obsolescenza mediatica da cui siamo afflitti – che mi dà da pensare. L’antefatto è questo: all’inizio di giugno, a Staranzano in diocesi di Gorizia, un capo scout dell’Agesci, omosessuale dichiarato, si è unito civilmente con il suo compagno. Il parroco ha giudicato che a quel punto fosse inopportuna la sua permanenza nel ruolo di educatore di scout cattolici. Altri, tra cui il viceparroco, hanno invece condiviso ed esaltato la scelta del capo scout. Il vescovo, mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, da più parti sollecitato a pronunciarsi, si è espresso alla fine del mese di giugno con un lungo e articolato intervento che si può leggere integralmente qui: http://www.settimananews.it/pastorale/capo-scout-le-nozze-gay/.

Vedo sulla rete che c’è chi l’ha trovato bellissimo, pieno di spirito profetico (martiniano) … a me fa un’altra impressione, ma lasciamo stare: i gusti sono gusti e al mondo c’è posto per tutti. In fondo anche nella chiesa è un po’ come su Tripadvisor: se vai a leggere le recensioni vedi che la cucina dello stesso ristorante negli stessi giorni è sublime per qualcuno e immangiabile per qualcun altro …

Andiamo dunque al sodo e analizziamone il contenuto: il vescovo esordisce dicendo di non essere intervenuto fino a quel momento sulla vicenda e dichiara di voler «offrire alcune riflessioni dal punto di vista del discernimento pastorale». Per farlo si appoggia essenzialmente su un testo del cardinale Martini che propone un’interpretazione del cosiddetto concilio di Gerusalemme, raccontato in Atti 15, 1-35, considerato come un caso esemplare di approccio e gestione dei conflitti e delle crisi nella chiesa. Di per sé, questa scelta del vescovo mi pare assai apprezzabile, perché è sempre nell’inizio di un’esperienza che se ne colgono meglio le ragioni essenziali e quindi il confronto con l’età apostolica e patristica della chiesa è sempre fondamentale, e direi quasi indispensabile, nella prassi della chiesa contemporanea (a patto che tale modello non venga assolutizzato staccandolo, in modo antistorico, dagli sviluppi successivi della tradizione, che è unica e continua, parte dagli apostoli e arriva fino a noi). Però bisogna poi vedere come viene compreso quel modello.

Anzitutto vorrei notare, col massimo rispetto per il biblista Martini citato dal vescovo di Gorizia, che quando egli scrive: «Se leggiamo attentamente il resoconto del concilio, rimaniamo stupiti nell’accorgerci che, dovendo risolvere un problema pratico molto difficile – la convivenza tra i cristiani provenienti dal giudaismo e i cristiani convertiti dal paganesimo –, non si fa ricorso alle Scritture o a una tradizione canonica, di cui c’era un primo embrione, ma si fa ricorso, anzitutto, alla riflessione sul vissuto nella grazia dello Spirito Santo!», da un lato appare discutibile l’affermazione che nell’assise di Gerusalemme non si faccia ricorso alle Scritture (vedi infatti Atti 15, 15 ss.) e dall’altro sembra difficile individuare quali possano essere le tracce che documentano l’esistenza di una “tradizione canonica” sia pure embrionale a quella altezza cronologica (48-49 d.C.). Forse sarebbe più prudente dire che la tradizione canonica stanno cominciando a farla proprio loro in quel momento.

Ma è soprattutto il seguito del brano citato da mons. Redaelli che appare inadeguato. (Mi riferisco evidentemente solo a quello, perché non conosco il libro da cui è tratto: può darsi che altrove ci sia quel che qui manca, ma non sarebbe comunque rilevante perché il vescovo non lo prende in considerazione). Scrive il cardinale Martini: «Ci sono tre grandi relazioni nel concilio di Gerusalemme: la prima, in cui Paolo riferisce su quanto lo Spirito Santo ha operato in tutte le comunità, e quindi prendendo coscienza di ciò che è il vissuto di grazia; la seconda, in cui Pietro si domanda quale relazione abbia il vissuto di oggi con gli eventi passati, qual è la continuità di grazia in cui esso si inserisce; la terza relazione, in cui Giacomo, a partire dalle parole di Paolo e di Pietro, propone un modo pratico di vivere insieme, un modo che tenga conto delle verità fondamentali. Questo atteggiamento è quello che si propone di ascoltare la voce dello Spirito e di trarne conseguenze per l’oggi, in umile obbedienza di quella Parola che ha parlato nella Chiesa e che ancora parla nel mgistero, nella forza della predicazione, nella lettura quotidiana della Scrittura, nella vita quotidiana dei fedeli, nell’esperienza della santità». Mi pare una sintesi suggestiva, anche se molto “interpretativa” se, come credo, con l’espressione «questo atteggiamento» Martini fonde “sinfonicamente” le tre diverse note suonate da Paolo, Pietro e Giacomo, portando all’estremo quella che è già l’intenzione dell’autore di Atti. In realtà, dietro al racconto già armonizzante di Atti, c’è, come è noto, un conflitto bello grosso (che in Atti 15,7 viene sbrigativamente riassunto con l’asciuttezza di un verbale: «dopo lunga discussione»). Il punto è che le tre posizioni non sono “sinfoniche” in partenza, di per se stesse, né per un’intima concordanza che sta all’intelligenza dell’esegeta di svelare, ma lo diventano perché il concilio prende una posizione, cioè decide, e come! Come recita la formula strabiliante di Atti 15, 28: «Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi, di non imporvi nessun altro obbligo ecc. ecc.» . Questo, a me sembra, è il punto essenziale, il punto che manca invece nell’esegesi di Martini, almeno per come lo legge mons. Redaelli. È solo in forza di quella decisione che la differenza delle sensibilità e degli interessi rappresentati nella discussione di Gerusalemme acquista quel carattere armonico (prima ho detto “sinfonico”, riecheggiando una nota espressione di Balthasar) che l’autore di Atti si preoccupa di mettere in rilievo e che Martini commenta così efficacemente. Ma tutto questo non viene colto dal vescovo di Gorizia.

Tale lacuna si amplifica e rischia di diventa il tutto nel suo discorso. Egli, infatti, richiesto di prendere posizione – come per suo preciso dovere di ufficio sarebbe tenuto a fare – scrive, come vedremo domani, molte belle parole, ma nella sostanza non risponde al quesito che gli è stato posto: «è bene che una persona che sceglie di agire pubblicamente in contrasto con la morale cristiana svolga un compito educativo all’interno della chiesa?».

A Gerusalemme nel 48 il quesito era un altro: «i pagani che si convertono alla fede in Cristo sono sottoposti alla legge esattamente come gli ebrei?» ma la risposta venne data. Quindi il vescovo di Gorizia si illude di seguire quell’esempio, ma in realtà non lo fa.

 

 

La ferocia dei “misericordiosi”.

Tag

, , ,

Mi scandalizzo raramente, perché so che “la natura umana è quella che è”, come dice sempre Miss Marple. Qualche volta però mi succede. Questa mattina, scorrendo i post che Facebook mi mette in evidenza, ne ho letto uno che non esito a definire vergognoso e che ho deciso di riportare integralmente qui, a scopo terapeutico.

L’autore del pezzo è un a me sconosciuto Claudio Monge che, da quanto scrive, pare sia un frate domenicano. Scrive così:

«SFREGIO ALLA MEMORIA DEL NOSTRO SANTO PADRE

Apprendo con sconcerto che per la celebrazione della Solennità di San Domenico di Guzman, che si terrà a Bologna nella tradizionale data del 4 agosto (nella quale sarebbe spirato circondato dei suoi fratelli nel 1221), i frati dello storico Convento Patriarcale dei Frati Predicatori, hanno invitato Mons Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio, a presiedere l’eucarestia. Che a celebrare la memoria di colui che fu chiamato “Vir Evangelicus”, per la sua straordinaria testimonianza di aderenza alla Buona Novella, sia un prelato che si è distinto, a più riprese, per prese di posizione ideologiche e cariche di pregiudizi sommamente anti-evangelici, pare una provocazione al limite dell’insopportabile. Profondamente avvilito, come indegno seguace di Domenico oltre che come semplice cristiano, mi auguro soltanto che il nostro Padre Fondatore non abbia ancora esaurito quelle lacrime che durante la sua breve esistenza ha versato implorando la misericordia di Dio sull’umanità che ha saputo servire fino all’ultimo respiro della sua esistenza!».

In tempi migliori avrei detto: si commenta da sé. Di questi tempi, però, due parole di commento forse sono necessarie. Ovviamente ciascuno è libero di avere l’opinione che vuole di mons. Negri e non c’è nulla di male a pensarne male o malissimo, a torto o a ragione che sia. Ovviamente si può non gradire affatto la scelta di chiamarlo a celebrare messa a san Domenico per la festa del Patriarca. Ovviamente si può criticare, anche aspramente, quello che avrà detto nell’omelia (dopo che l’avrà fatta, però, non preventivamente).

Ma qui c’è ben altro. Anzi c’è tutt’altro: Claudio Monge considera uno «sfregio» (che linguaggio!) il fatto in sé che un vescovo cattolico celebri l’eucarestia in San Domenico il 4 agosto solo perché si chiama Luigi Negri. Lo ha scomunicato lui, di sua iniziativa. Anzi, per lui Negri è una non-persona, un essere la cui sola presenza fisica in quel luogo e a quell’ora costituisce uno scandalo. Per lui San Domenico deve essere “negrifrei”. Lo dico a ragion veduta perché la mentalità che trapela da questo scritto è esattamente quella: Monge considera Negri come il nazista considera l’ebreo, un male a prescindere, una cosa sporca, che contamina l’ambiente. La prima preoccupazione del nazista è di rendere casa sua “judenfrei”; Monge immagina che san Domenico pianga perché Negri mette piede nella sua casa e implori per questo la misericordia di Dio sull’umanità.

Oltre al fatto che la natura umana è quella che è, c’è un’altra cosa che credo di aver imparato nella  vita ed è di temere la cattiveria dei “buoni”. La ferocia che questo testo distilla mi conferma, purtroppo, nella cautela verso tanta sbandierata “misericordia” della chiesa di oggi. È una “misericordia selettiva”, dunque falsa.

Pochi. Ma buoni?

Tag

, ,

Qualche tempo fa qui si discorreva, in un post dal titolo leggermente diverso da questo (https://leonardolugaresi.wordpress.com//?s=pochi+ma+buoni&search=Vai), del numero dei cristiani alla vigilia della “svolta costantiniana”, cioè agli inizi del IV secolo. Si ricordava la stima plausibile fatta da alcuni storici di un 10% di cristiani sul totale della popolazione dell’impero (anch’essa presuntivamente stimata intorno ai sessanta milioni di abitanti), probabilmente non così concentrato nelle città come tradizionalmente la storiografia ripete ma largamente distribuito anche nelle campagne. Era rimasta in sospeso una riflessione derivante dal confronto con la situazione presente.

Sarebbe sin troppo facile rilevare che, nella vecchia Europa, dopo diciassette secoli di cristianizzazione prima e di cristianità poi, siamo tornati, più o meno, a quel punto di partenza. In certi paesi decisamente meno: dal recente rapporto annuale della conferenza episcopale tedesca si apprende che nel 2016 sono stati circa 2 milioni e 400 mila i fedeli che hanno partecipato mediamente alla messa, ossia il 10,2% dei cattolici. Se accreditiamo (generosamente) un’analoga proporzione di “credenti attivi” anche sulle altre denominazioni cristiane presenti in Germania, possiamo raddoppiare quella cifra e stimare che il quel paese vi siano circa cinque milioni di persone “per cui Cristo è importante”. Cinque milioni su più di ottantadue: siamo intorno al 6%.

(Certo, il totale dei battezzati è molto più alto e probabilmente supera ancora il 50%, ma quelli conteranno al massimo per la Kirchensteuer, la tassa che finanzia la pingue organizzazione ecclesiastica tedesca, ma non significano quasi nulla per la presenza di Gesù Cristo in Germania. Comunque, il succitato rapporto della Deutsche Bischofskonferenz trova modo di consolarsi col fatto che da un paio di anni il numero di quelli che “apostatano” per non pagare la tassa è in leggera diminuzione: nel 2016 sono stati “solo” 162.093,  che per chi si contenta è un gran godere …).

In Italia saremo messi un po’ meglio, ma forse non tanto quanto pensiamo: non ho sottomano dati recenti e attendibili, ma scommetterei che l’ipotesi di un 10% di cristiani attivi sul totale della popolazione potrebbe avvicinarsi parecchio alla realtà. Del resto, senza scomodare le statistiche (difficili da fare in questo campo), basta guardarsi attorno: quanti siamo (e di che età siamo!) alla messa domenicale, ormai anche nelle occasioni più solenni?

Non è però vero che siamo tornati alla situazione di 1700 anni fa, per una serie di ovvie ragioni che non c’è bisogno qui di spiegare. Voglio puntare l’attenzione su un solo aspetto della questione, che mi sembra fondamentale. I cristiani dei primi secoli erano un gruppo minoritario (nei primi due secoli addirittura di proporzioni minime!) perfettamente consapevole di essere tale e fortemente deciso a comportarsi come una minoranza attiva. Un gruppo, inoltre, dotato di una serie di caratteristiche che lo hanno messo in grado di esercitare, in un modo eccezionalmente efficace, quella che in termini sociologici si definirebbe una influenza minoritaria. Per questo motivo, quando Costantino scelse il cristianesimo come quadro ideologico di riferimento per il suo progetto di rifondazione dell’impero fece una scommessa politica audace ma geniale, perché puntò su un gruppo ancora decisamente minoritario ma già centrale nello spazio socio-culturale e politico.

Il cristianesimo di oggi, invece, almeno in Europa è una minoranza inconsapevole e, anche per questo, passiva. Sì, in teoria i cristiani lo sanno di non essere più da tempo maggioranza della popolazione europea, ma in pratica, anche quando credono di essere degli innovatori, continuano ad avere la mentalità del tempo di quando lo erano.

I vescovi tedeschi, ad esempio, probabilmente si consolano pensando che il tasso di abbandono della chiesa è in leggera flessione (!), che la frequenza ai sacramenti cala di anno in anno anch’essa ma solo un pochino alla volta (dal 2015 al 2016, “solo” duemila prime comunioni in meno, cinquemila cresime in meno, cinquecento matrimoni in meno …), che in fin dei conti gli restano sempre tanti soldi e un piccolo esercito di ventimila “operatori pastorali” (anche se ormai in maggioranza si tratta di stipendiati laici) … E comunque, il linguaggio ecclesiastico è un potente anestetico:  il segretario della Conferenza episcopale, p. Hans Langedörfer, ad esempio, presentando questi dati ha dichiarato che la Chiesa deve «seguire attivamente» coloro che hanno abbandonato «per capirne le ragioni», perché questa forma di presa di distanza dalla Chiesa significa in definitiva «in ogni singolo caso che la trasmissione della fede cristiana non è completamente riuscita». [Cito da http://www.settimananews.it/chiesa/germania-numeri-della-chiesa. Il corsivo è mio]. Penso non ci sia bisogno di commentare.

La mancanza di consapevolezza del proprio ruolo minoritatio è probabilmente ancora più forte nella chiesa italiana, perché da noi permangono, sia pure in forma sempre più precaria, alcuni elementi che continuano a dare l’illusione di un radicamento e di una forza sociale che sono invece largamente scomparsi. Molti discorsi che si sentono oggi sulla “chiesa in uscita”, mi sembra che manchino della cognizione che non c’è rimasto quasi più niente da cui uscire. Siamo già fuori, e non ce ne siamo accorti.

Non è stato inutile.

Tag

, ,

Va bene, alla fine Charlie Gard lo hanno soppresso – nel suo «best interest», naturalmente – come volevano fin dall’inizio, avendo impedito al suo babbo e alla sua mamma di fare tutto quello che potevano (e che non era irragionevole) per cercare una sia pur improbabilissima cura.

Ma le cose non sono andate come volevano loro. Doveva essere una procedura amministrativa asettica e scontata, in cui semplicemente “seguire i protocolli” (ah, i protocolli! …  Lari e Penati della nostra vera religione, che proteggono la tranquillità del burocrate, e l’ignavia di  ciascuno di noi). Una faccenda da nulla, anzi un non-evento, una cosa che è come se non fosse mai successa (se non perché serve a fare da precedente la prossima volta). Un po’ di carte, un po’ di firme … sopprimere un esserino così non dev’essere difficile; certo il dolore dei genitori, si capisce … ma “abbiamo un ottimo servizio di sostegno psicologico per questo” (magari c’è anche questo nei protocolli) …

Invece no. Invece c’è stato un movimento della coscienza che ha osato giudicare quello che stava accadendo, anzi che prima di tutto si è reso conto che qualcosa stava accadendo (perché questo è il primo passo) e ha messo in crisi il meccanismo. Ha fatto una krisis, cioè si è messo in discussione e ha messo in discussione ciò che si voleva dare per scontato. E questo movimento spontaneo, dapprima piccolo, è cresciuto, si è allargato in tutto il mondo, ha travalicato le obiezioni dei “beneintenzionati”, di quelli che volevano che si facesse silenzio … È diventato un problema.

È stato un movimento di persone comuni, di piccole persone che hanno trascinato, ma solo in seconda battuta, vescovi e politici, papi e presidenti. Questi dissidenti non hanno restituito ai genitori di Charlie il diritto di prendersi cura del figlio in tutti i modi ragionevolmente possibili, non hanno liberato Charlie dal sequestro di persona di cui era vittima, non hanno impedito che gli venisse tolta l’aria, però hanno fatto in modo che tutto questo non avvenisse nel silenzio. Non è poco.

Se tanti oggi stanno male (speriamo anzitutto il giudice Francis) è merito di questo movimento della coscienza. Finché c’è krisis c’è speranza.