Una questione di posizione (Sant’Agostino ci spiega tutto per la nostra conversione).

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«Volgevo le spalle alla luce e il viso alle cose da essa illuminate, per cui la mia faccia stessa, con la quale distinguevo le cose illuminate, non era luminosa (dorsum habebam ad lumen et ad ea, quae inluminantur faciem: unde ipsa facies mea, qua inluminata cernebam, non inluminabatur)» (Agostino, Confessioni, 4, 16, 30).

In fondo, è tutto qui il problema. Si fa presto a dire che Dio è la luce, e la sua parola è “lampada ai miei passi”, come recita il salmo 118. Ma quanto è facile, e naturale, e quasi scontato intendere questa verità come faceva Agostino prima della sua conversione!

Dio, sì è una gran luce, certo: è come il sole che illumina tutto, ci fa vedere e capire ogni cosa. A quella luce noi guardiamo il mondo e noi stessi: vediamo, giudichiamo, capiamo e agiamo … Come è facile, e naturale, e quasi scontato pensare che il cristianesimo sia questo.

Ma questo è, semmai, un cristianesimo senza conversione. Un cristianesimo di non convertiti, un cristianesimo di non cristiani, semmai fosse possibile. (E molte vicende, nella vita della chiesa del nostro tempo, ci fanno temere che purtroppo sia possibile).

Agostino dice: sì guardavo le cose illuminate, e le distinguevo bene, ma non era illuminata (e quindi non era luminosa) la mia faccia.

La questione – la sola questione, in fin dei conti – è da che parte il nostro vólto è vòlto (se tollerate questo giochino di parole).

Chi guardiamo? Convertirsi, vuol dire appunto, letteralmente, girarsi di 180 gradi e guardare a Dio.

La svolta antropologica, di cui tanta parte della chiesa contemporanea mena vanto, non ci avrà girati dalla parte sbagliata (ancor più di quanto già non fossimo per la nostra intrinseca debolezza carnale)?

La posizione giusta, quella che ci manca (forse non teoricamente, ma esistenzialmente) non è quella che dice il salmo 123?

«Ecco, come gli occhi dei servi
alla mano dei loro padroni;
come gli occhi della schiava,
alla mano della sua padrona,
così i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio,
finché abbia pietà di noi».

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Usare bene le cose. (Un consiglio di san Massimo il confessore)

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La maggior parte delle cose con cui abbiamo a che fare non sono di per sé né buone né cattive. Sono, per così dire, “nel mezzo” e dipende da come le usiamo se diventano un bene o un male. Il problema è che per noi uomini l’uso delle cose non è determinato necessariamente da un istinto naturale ma è libero. Richiede perciò una competenza specifica, difficile da apprendere, che in greco si chiama chrêsis ed è un portato della cultura. Oggi ne siamo particolarmente sprovvisti, ed è per questo che combiniamo tanti guai.

Chi veramente sa come si usano le cose è Dio, per la buona ragione che è Lui che le ha fatte. La fede in Dio, perciò, è fra le altre cose anche l’unica scuola veramente qualificata per imparare l’arte di vivere. San Massimo il confessore, un grande teologo del VII secolo (il quale parlava e scriveva così bene delle cose di Dio che gli eretici gli tagliarono la lingua e la mano destra!), sintetizza con limpida coerenza questa idea:

«I comandamenti del Signore ci insegnano a usare ragionevolmente le cose “medie” [o indifferenti] (τοῖς μέσοις εὐλόγως χρήσασθαι πράγμασι). L’uso ragionevole delle cose indifferenti purifica la disposizione dell’anima. Uno stato d’animo puro produce la capacità di distinguere (διάκρισιν), e la capacità di distinguere produce la liberazione dalle passioni (ἀπάθειαν), dalla quale nasce l’amore perfetto (ἡ τελεία ἀγάπη)» [Massimo il confessore, Capita de caritate, PG 90, 1069 c-d]

Per amare bene, dunque, non basta il sentimento: occorre una ragione adeguata.

La bellezza è disarmata?

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In un certo senso, sì. Perché è molto facile offenderla e ferirla, non ha vere protezioni e tanto meno armi per imporsi. Ma ciò non significa che sia imbelle. La bellezza è disarmata ma è critica, perché col suo stesso esserci rivela, denuncia e giudica tutto il brutto che la circonda. Apparendo, dichiara ipso facto la sua incompatibilità con esso. La bellezza è un giudizio. Per questo è sbagliato pensare che, solo mostrandosi, essa sia in grado di convincere il mondo (e dunque anche di salvarlo, come dice una frase anche troppo spesso ripetuta e non sufficientemente meditata, di Dostoevski). La prospettiva di un cristianesimo solo attrattivo, fatto di pura testimonianza della bellezza della vita cristiana, che schiva gli scogli del contrasto col mondo perché si limita a mostrare silenziosamente il suo fascino e ad attirare con quello gli uomini, è illusoria.

La Bellezza è difficile da sopportare, per noi uomini. Quando la scorgiamo, siamo tentati di cambiare strada, di girare la testa dall’altra parte e, se insiste a proporci la sua presenza disturbante, siamo pronti ad ucciderla. Come scriveva molti anni fa Hans Urs von Balthasar, «essa è la bellezza che non è più amata e custodita nemmeno dalla religione, ma che, come maschera strappata al suo volto, mette allo scoperto dei tratti che minacciano di riuscire incomprensibili agli uomini. Essa è la bellezza alla quale non osiamo più credere e di cui abbiamo fatto un’apparenza per potercene liberare a cuor leggero. Essa è la bellezza infine che esige (come è oggi dimostrato) per lo meno altrettanto coraggio e forza di decisione della verità e della bontà, e la quale non si lascia ostracizzare e separare da queste sue due sorelle senza trascinarle con sé in una vendetta misteriosa. […] In un mondo senza bellezza […], che non è più in grado di vederla, di fare i conti con essa, anche il bene ha perduto la sua forza di ttrazione, l’evidenza del suo dover-essere-adempiuto; e l’uomo resta perplesso di fronte ad esso e si chiede perché non debba piuttosto preferire il male» [H.U.von Balthasar, Gloria, I, La percezione della forma, trad.it. Milano 1975, pp.10-11].

Forse si potrebbe dire che la vera apostasia dal cristianesimo, oggi, si compie sotto la forma della trivialità. La banalizzazione del vero, del bene e del bello che rassicura gli uomini che Cristo, la Madonna, i santi, la chiesa intera sono “proprio come uno di noi”, al nostro stesso informe livello di vita.

 

Chiesa in uscita o chiesa in entrata?

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E se provassimo a sostituire all’imperante (e ormai opprimente per la sua onnipresenza) metafora della chiesa in uscita, quella della chiesa “in entrata”? In entrata nell’ovile del buon pastore, si intende. Ok, siamo tutti d’accordo che non possiamo/non dobbiamo concepirci come chiusi nell’ovile, estranei al mondo, beati possidentes di una salvezza riservata solo a noi eccetera eccetera … ma perché mai continuare ad insistere tanto sulla necessità di uscire da un posto dove ormai non c’è quasi più nessuno? Non avremmo invece urgente bisogno di sentirci tutti come pecore smarrite che devono rientrare nell’ovile seguendo la voce del pastore che le chiama? Non è questa la metanoia, il capovolgimento di prospettiva che ci occorre, di cui anche il mondo ha bisogno e che, magari inconsciamente, si aspetta da noi?

Quasi mezzo secolo fa, il cardinal Biffi (quanto ci manca la sua ironia, piena di intelligenza cristiana!) annunciò, in un suo aureo libretto, la scoperta di un quinto vangelo che finalmente poneva rimedio ai difetti degli altri quattro, di cui la chiesa si era erroneamente fidata sino ad allora. In un passo si trovava la versione autentica della parabola della pecora smarrita, malamente riportata – per mancanza di registratore, si suppone – dagli altri evangelisti:

«Il Regno dei cieli è simile a un pastore che avendo cento pecore e avendone perdute novantanove, rimprovera l’ultima pecora per la sua scarsità di iniziativa, la caccia via e, chiuso l’ovile, se ne va all’osteria a discutere di pastorizia» [G.Biffi, Il quinto evangelo, Milano 1970, p.63]

Biffi, nei primi anni settanta, probabilmente credeva di mettere in guardia, scherzando, da un rischio che la chiesa stava correndo e nemmeno lui avrebbe potuto immaginare che l’iperbole ironica potesse diventare un giorno (oggi?) descrizione letterale.

Prenderne atto può essere un buon punto di partenza: siamo ormai tutti fuori, torniamo all’ovile!

Una modesta proposta (contro il dispotismo clericale)

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La vacca sacra della chiesa contemporanea è la prassi liturgica instauratasi negli ultimi cinquant’anni, in modo largamente divergente dai desiderata dei padri conciliari ma millantando una diretta e, per così dire, cogente derivazione dal Concilio. Sembra che nella chiesa di oggi tutto si possa mettere in discussione, si possa dire impunemente qualunque cosa (e di fatto la si dice), ma alla riforma liturgica (che poi in realtà significa la prassi liturgica) non si può muovere alcuna critica o obiezione. Che una severa “riforma della riforma” sia un’urgente necessità della chiesa io credo che lo pensino in molti, e tra essi c’è sicuramente Benedetto XVI, il quale ha espresso più volte la convinzione che, essendo l’attuale crisi della chiesa una crisi di fede, la crisi di fede sia un tutt’uno con la crisi della liturgia. Per questa emergenza, però, egli da papa non è stato in grado, per ragioni che io ignoro, di fare altro che insegnare, esortare, dare il buon esempio e promulgare la Summorum pontificum, che forse si deve intendere, più che come un’apertura ai “tradizionalisti” per una soluzione dello scisma lefevriano, come un modo indiretto (e sostanzialmente fallito) di riaprire la questione liturgica per tutta la chiesa.

Negli anni recenti, chi ci ha provato (come ad esempio il cardinale Sarah, che dopo tutto sarebbe il prefetto della congregazione per il culto divino) è stato respinto con perdite, ed il recente piccolo episodio di Cremona – dove il vescovo ha immotivatamente respinto la richiesta di un gruppo di fedeli di poter celebrare la messa col vecchio rito, in dispregio della norma prevista dal motu proprio di Benedetto XVI, che è tuttora in vigore (vedi qui una ricostruzione della vicenda: http://www.lanuovabq.it/it/fedeli-umiliati-quella-messa-in-latino-non-sha-da-fare?sfns=mo) – non è altro che l’ennesima conferma di questo dato di fatto. Chi tocca i fili muore.

C’è però una cosa che qualunque buon sacerdote può fare, solo che lo voglia, senza dover chiedere il permesso a nessuno ed essendo perfettamente in regola con le leggi della chiesa: riprendere a celebrare la messa (la messa novus ordo, si intende) usando ordinariamente (che non vuol dire sempre, basterebbe farlo regolarmente) il canone romano. Un tempo era l’unica preghiera eucaristica valida per tutti in tutto il mondo – e c’era in questa unicità un segno profondo di unità universale a cui la chiesa ha deciso di rinunciare: se abbia fatto bene o  male non saprei, ma tant’è – ed oggi fa parte di un numero di preghiere eucaristiche che, nel messale italiano, credo ammonti a una decina. Non me ne intendo, quindi non saprei dire quanto questo pluralismo espressivo, che formerà immagino la delizia dei liturgisti, risponda ad una sensibilità più interessata a parlare con gli uomini che non a parlare con Dio, ma non è questo il punto che ora mi interessa. Il punto è che il canone romano c’è ancora, anzi è la prima delle preghiere eucaristiche del messale.

Solo che non la dice mai nessuno (o quasi). Tutti (o quasi tutti) i  preti dicono sempre (o quasi) la seconda preghiera e davvero non so perché. “Perché è più breve”, mi sono sentito rispondere candidamente qualche volta, quando ne ho chiesto il motivo: e basterebbe una risposta del genere a fornire materia di riflessione per tutti gli esercizi spirituali della quaresima del papa e dei cardinali!). Il canone romano è ormai sparito dalla memoria dei fedeli. Riportarcelo, sarebbe secondo me, una piccola rivoluzione, perché risentire, giorno dopo giorno, parole come quelle sono convinto che produrrebbe qualche effetto nelle menti e nei cuori. Sarebbe, oso sperare, almeno per qualcuno un piccolo shock.  Servirebbe, quantomeno, a porsi delle domande, a riaprire la questione.

Ripeto, in questa materia non ho competenze, sono un semplice fedele che va a messa. Qualcosa sulla bellezza e la forza del canone romano ho scritto qui tempo fa (a novembre 2017: chi vuole può trovare gli articoli digitando “canone romano” nella funzione di ricerca), ma altri saprebbero parlarne molto meglio di me.

Qui mi limito solo a mettere in evidenza un particolare fra i tanti: nel canone romano il sacerdote apprestandosi a consacrare il vino dice: «Dopo la cena, allo stesso modo, prese questo glorioso calice nelle sue mani sante e venerabili, ti rese grazie con la preghiera di benedizione, lo diede ai suoi discepoli, e disse: …». Questo calice, cioè quello che il sacerdote tiene in mano. Nelle altre preghiere dice “prese il calice”, e molti pensano che sta semplicemente raccontando quello che fece Gesù quella volta. Vi pare una cosa da poco?

Ecco, forse mi illudo, ma se i preti buoni riprendessero a pronunciarle, sull’altare, parole come questa; e se i fedeli tornassero a sentire, sull’altare, un linguaggio diverso da quello a cui sono stati (forzosamente) abituati da decenni, un piccolo seme sarebbe gettato. E non c’è superiore che potrebbe proibire di leggere quel che c’è scritto (ancora) sul messale.

Felicita.

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Domani il mondo moderno, che è astratto, festeggia “la donna” (come se questo volesse dire qualcosa). Oggi invece la chiesa cattolica, che è concreta, festeggia due donne in carne ed ossa, chiamandole col loro nome: Perpetua e Felicita. Sono, come molti sanno, due martiri africane, uccise per la fede a Cartagine, il 7 marzo del 203. (Io nell’anfiteatro di Cartagine, dove sono morte, una volta ci sono stato e le ho pregate. Per questo mi sento un po’ “parente”)

Perpetua è la più famosa, la vera protagonista (e in parte l’autrice) dello straordinario documento agiografico che ne ha tramandato la vicenda: quella Passio Perpetuae et Felicitatis dell’inizio del III secolo, così bella che vien voglia di dar ragione a quei critici che ci hanno visto la mano redazionale del grande Tertulliano. Uno che – in ogni caso – era lì ad assistere al dramma della pubblica esecuzione capitale di Perpetua e a meditarne il profondo significato, in un’epoca in cui l’autocoscienza della chiesa – a differenza di oggi – era profondamente determinata dal senso del martirio.

Perpetua non era sola, però. Con lei c’era, fra gli altri, anche Felicita, di cui la Passio parla assai meno. E oggi, anche per una certa inclinazione per i personaggi minori, vogliamo far festa soprattutto a lei. Era in carcere insieme col marito Revocato (che però nel racconto non gioca alcun ruolo e sembra, poverino, non esserle di alcun aiuto) e «le toccò questa grazia del Signore. Già incinta al momento dell’arresto, era ormai all’ottavo mese. Approssimandosi il giorno dei giochi [in cui i cristiani dovevano essere uccisi], era grandemente afflitta dal timore che la sua esecuzione venisse rinviata a causa del suo stato (non era consentito sottoporre ad esecuzione le donne incinte), per poi esser costretta a versare il suo sangue santo e innocente tra delinquenti comuni».

Morire sì, ma non da sola: questa giovane sposa, questa mamma in attesa è disposta a morire per Cristo, però ha una gran paura di morire da sola. Ma non è così per tutti? La morte ci terrorizza perché si muore da soli. Non si nasce da soli: la nascita è sì una separazione del figlio dal corpo della madre, ma la madre (almeno lei) è sempre lì, presente alla nascita del figlio. Dunque non si nasce da soli. E non si vive da soli, perché anche il più romito e selvatico degli uomini condivide con gli altri l’aria e il sole. Invece si muore da soli. Questo ci incute un terrore invincibile. Forse, allora, si può dire che non abbiamo tanto paura della morte quanto della solitudine mortale. Della morte in quanto solitudine radicale, assoluta e definitiva.

E se così non fosse? E se la morte fosse una grande obbedienza? Un consegnarsi a Qualcuno?

Chissà se cose del genere le ha pensate, la piccola Felicita, angosciata al pensiero di poter morire da sola, senza suo marito, senza la più forte Perpetua (che forse era anche la sua padrona), senza gli altri quattro o cinque di quel piccolo grumo di cristiani (corpo di Cristo, in verità) in attesa della morte.

«Gli altri, a loro volta, si rattristavano molto al pensiero di dover lasciare questa buona compagna a far da sola il viaggio, tanto atteso da tutti come meta comune. Con un solo gemito e una sola voce levarono quindi una preghiera al Signore (era l’antivigilia dei giochi). Appena terminata la preghiera, le vennero le doglie. Poiché il travaglio era molto doloroso (com’era naturale, trattandosi di un parto precoce), un carceriere le disse: “Se soffri tanto adesso, cosa farai quando ti daranno alle fiere? E pensare che sembravi disprezzarle, quando ti sei rifiutata di sacrificare!”. Lei rispose: “Adesso sono io che soffro quel che soffro; allora, sarà in me un altro che soffrirà al posto mio, poiché io subirò il martirio per lui” (Modo ego patior quod patior; illic autem alius erit in me qui patietur pro me, quia et ego pro illa passura sum)».

Vedete che torna la questione, assolutamente fondamentale, della solitudine. Se la morte ci minaccia all’orizzonte della vita in quanto solitudine assoluta e irrimediabile, la sofferenza anticipa quella condanna e la distilla un po’ alla volta lungo il corso dei giorni della nostra esistenza. Quando soffro, soffro io e non gli altri. L’altro, anche quello a me più prossimo, non può soffrire al mio posto. Può forse “soffrire con” me? Certo può soffrire perché io soffro, ma non è questa un’altra sofferenza che si aggiunge alla mia, che le si affianca, in un certo senso, ma che ultimamente non può condividerla? Certo la compassione, la cura, la benevolenza dell’altro possono essere un balsamo, ma sono davvero un “con-soffrire” con me? Non resto, in definitiva, da solo con la mia sofferenza, come Giobbe al cospetto degli amici?

E se invece un Altro ci fosse, un altro che può venire ed essere con me più me di me stesso, se ci fosse quell’alius di cui parla Felicita? Tutto cambierebbe, e una che ha paura di partorire (perché le doglie le sente lei!) non avrebbe paura di farsi sbranare dalle belve.

Questa impensabile, inverosimile, pazzesca vittoria sulla solitudine rende conto della sorprendente chiusa del racconto di Felicita, che a noi sentimentali moderni farà forse accapponare la pelle: «E diede alla luce una bambina, che una sorella nella fede allevò come fosse sua figlia». Nient’altro. Niente commozione, niente lacrime, niente esibizione di sentimento.

L’altro giorno sulla rete tutti eravamo lì a inveire contro una madre cristiana colpevole di aver dato alla luce undici figli (“e come fa a curarli?” “e che vita darà loro?” “è una pazza e un’egoista” eccetera eccetera): figuriamoci se non siamo pronti a sbranare quest’altra madre cristiana che mette al mondo una figlia per poi andare al martirio, lasciandola sola. Ma il punto è precisamente questo: il martirio è la dimostrazione che la solitudine è totalmente e definitivamente vinta. Per questo è (o dovrebbe essere) così prezioso per la coscienza cristiana. Per chi non lo capisce, il cristianesimo non può che essere follia, dementia. (Noi lo capiamo?)

 

Un articolo da leggere assolutamente.

“Illuminante” non è una parola che adoperi di frequente: la impiego volentieri per un testo di dom Giulio Meiattini OSB, pubblicato ieri da Aldo Maria Valli nel suo blog, qui: https://www.aldomariavalli.it/2019/03/04/dalladulterio-allomosessualita-genesi-e-scopo-della-strategia-del-silenzio-nella-chiesa-in-uscita/

Mi permetto di raccomandarne un’attenta lettura a chiunque passasse di qui, perché mi pare che aiuti veramente a capire che cosa sta succedendo nella chiesa cattolica. Che fosse in atto da tempo una strategia del silenzio (e del silenziamento) lo avevamo percepito, ma la lucida analisi di dom Meiattini fa comprendere meglio la  natura e la  portata di un processo che ai lettori delle Lettere di Berlicche di C.S.Lewis suonerà familiare.

Un questionario a cui non so rispondere. (Quando la tua diocesi ti lascia a bocca aperta)

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L’altra sera ho appreso da alcuni amici che la nostra diocesi ha appena lanciato pubblicamente un grande sondaggio rivolto a tutta la popolazione per misurare, diciamo così, il proprio “indice di gradimento” e per ricevere suggerimenti e critiche al fine di migliorare la propria attività. Non mi intendo di indagini sociologiche, e quindi non saprei dire se questo strumento di ricerca sia utile ed efficace; anzi se devo essere sincero credo di non aver capito bene a che cosa serva, ma comunque ho ritenuto mio dovere contribuirvi e così ieri mi sono accinto a rispondere al questionario, che, a quanto ho letto, sarà distribuito in migliaia di copie cartacee su tutto il territorio della diocesi, ma che si trova anche online qui: https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSeifR7UDuFBV6LOtIUiJYIhgUmBB7WVpIwFf2C_6VxelJMERg/viewform.

Le prime quattro domande erano facili: 1. sì, sono a conoscenza dell’iniziativa (infatti sto compilando il questionario); 2. no, non saprei come giudicarla; 3. sì, mi definisco credente e praticante; 4. sì, partecipo alla vita della chiesa locale. Sulla quinta però mi sono bloccato, sono andato in confusione e ho dovuto dare forfait.

La domanda era questa: «Quale voto darebbe all’impegno della CHIESA LOCALE rispetto a questi temi?» e i temi elencati, rispetto ai quali assegnare un voto da 0 a 10, erano, testualmente e nell’ordine, i seguenti (ho aggiunto solo le lettere dell’alfabeto, per distinguerli meglio): a) La corruzione; b) L’Assistenza (sic) ai poveri; c) L’inquinamento e lo sfruttamento dell’ambiente; d) La violenza; e) Le migrazioni; e) La solitudine; f) L’intolleranza; g) L’individualismo; h) L’educazione delle nuove generazioni.

Arrivato a questo punto, ero già un po’ in difficoltà. Prima di tutto perché è impossibile dare un giudizio se non è chiaro il criterio con cui si deve giudicare, perciò chiedere genericamente se la chiesa di Cesena faccia molto o faccia poco su quei temi è un po’ come chiedere se oggi fa caldo. L’unica risposta plausibile è: «dipende». Fa caldo rispetto a cosa? A ieri? Alla media stagionale? Ad altri posti? Alla sensazione che provo io aprendo la finestra o uscendo per strada? Inoltre, un semplice fedele come me, che non fa parte di nessun organismo di governo della diocesi, non può avere una visuale d’insieme: io non conosco il bilancio della diocesi, non so come sono impiegate e distribuite le sue risorse umane e materiali eccetera eccetera. Come posso valutare l’impegno della «chiesa locale»? Tutto quello che posso dire è che conosco parecchi cristiani che si danno da fare in modo ammirevole per aiutare i poveri o per educare le nuove generazioni eccetera, e se mi si chiede come valuto il loro impegno non posso che rispondere che lo considero molto superiore al mio, per esempio.

Comunque, fin qui ancora mi ci raccapezzavo: pensavo infatti di rispondere a una domanda sulla “ricaduta sociale”, per così dire, della vita della chiesa e, pur con i limiti detti sopra, me la sarei cavata. Siccome, se posso, non mi piace scontentare le persone, avrei dato un punteggio medio o avrei lasciato in bianco dove proprio non ne avevo un’idea. Però quello che ho letto subito dopo ha cambiato tutto.

L’ultimo punto dell’elenco, infatti, in coda a tutti gli altri (last but not least, come si dice sempre? Mah, chi lo sa?), è:  i) L’annuncio della Parola (catechesi, omelie…).

Non esagero: quando l’ho letto ho subìto un piccolo shock cognitivo. Mi sono sentito come uno che credeva di essere a casa sua, tra i suoi, e improvvisamente ha l’impressione di trovarsi invece in un luogo sconosciuto, abitato non si sa bene da chi. Dico questo perché per me è veramente sconcertante vedere che «l’annuncio della Parola» è considerato come uno dei tanti temi di cui può occuparsi la chiesa, sullo stesso piano (e forse con minor rilievo) dell’ecologia e della lotta alla corruzione. Nella casa dove ho sempre vissuto io, mi è stato insegnato che «l’annuncio della Parola» – il quale non consiste, ovviamente [?] nella ripetizione di un insieme di enunciati verbali contenuti in un libro, ma nella comunicazione della persona di Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, morto e risorto per la nostra salvezza – l’annuncio di Cristo, dunque, è l’unica ragion d’essere della chiesa. L’unica: la chiesa esiste per questo, non per altro. Poiché Gesù Cristo è l’espressione suprema della passione di Dio per l’uomo – per tutto l’uomo e per ogni uomo – l’annuncio di Cristo comprende ed implica tutte quelle altre belle e buone cose che nell’elenco del questionario diocesano sono indicate: l’aiuto ai poveri, la compagnia a chi è solo, la cura educativa dei giovani eccetera eccetera. Ma se non sono dentro la comunicazione di Gesù Cristo al mondo, se non sono parte integrante di quell’annuncio, tutte quelle belle e buone cose determinano solamente la fisionomia di una «Ong pietosa», come disse papa Francesco nella prima omelia del suo pontificato. La penseranno così anche gli estensori del questionario? Mah!

Il senso di spaesamento che ho provato io, e la conseguente impressione di non poter essere di alcun aiuto al mio vescovo (come la successive domande 7  e 17 richiederebbero) è cosa di poca importanza: sono vecchio e posso farmene facilmente una ragione.

Però c’è un pensiero che mi inquieta un po’: per quanto ne so, nostro Signore Gesù Cristo, di sondaggi ne fece solo uno, e fu per chiedere: «La gente, chi dice che io sia?» (Mc 8,27 e paralleli). Per giunta, non si interessò più di tanto alle risposte che i discepoli gli riferirono, ma se ne servì solo per fare la domanda vera, quella che gli premeva: «Ma voi, chi dite che io sia?».

Ecco, forse è questo che anche noi dovremme chiedere, e chiederci.

Un utile e saggio consiglio del papa.

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Non essere così temerario, così azzardato da credere che tu te la caverai. “Ah, me la sono cavata fino a adesso, me la caverò…”. No. Te la sei cavata, sì, ma adesso non sai… Non dire: “La compassione di Dio è grande, mi perdonerà i molti peccati”, e così io vado avanti facendo quello che voglio. Non dire così. E il consiglio ultimo di questo padre, di questo “nonno”: “Non aspettare a convertirti al Signore”, non aspettare a convertirti, a cambiare vita, a perfezionare la tua vita, a togliere da te quell’erba cattiva, tutti ne abbiamo, toglierla… “Non aspettare a convertirti al Signore e non rimandare di giorno in giorno perché improvvisa scoppierà l’ira del Signore”. 

Facciamo questo piccolo esame di coscienza ogni giorno, per convertirci al Signore: “Ma domani cercherò che questo non accada più”. Accadrà, forse, un po’ meno, ma sei riuscito a governare tu e non ad essere governato dalle tue passioni, dalle tante cose che succedono, perché nessuno di noi è sicuro di come finirà la propria vita e quando finirà. Questi 5 minuti alla fine della giornata ci aiuteranno, ci aiuteranno tanto a pensare e a non rimandare il cambiamento del cuore e la conversione al Signore. Che il Signore ci insegni con la sua saggezza ad andare su questa via.

[Papa Francesco, nell’omelia della messa di ieri, 28 febbraio]

 

Perché credo che il cardinale Pell sia innocente (e quindi perseguitato).

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Il cardinale George Pell da ieri è in carcere perché è stato condannato in primo grado da un tirbunale australiano per abusi sessuali commessi su minori e il giudice gli ha negato, in attesa del processo di appello, la libertà su cauzione.

Chi conosce l’inglese può leggere qui un onesto e dettagliato resoconto della situazione, come risulta dal processo: https://abcnews.go.com/International/wireStory/differences-cardinal-pells-prosecution-defense-61313280. Sottolineo che la fonte è il sito della Australian Broadcasting Corporation, l’equivalente australiano della BBC, cioè quanto di meno sospettabile di parzialità in favore della chiesa cattolica possa esistere al mondo. Basta leggere, e si capisce.

Chi non conosce l’inglese può trovare qui http://www.lanuovabq.it/it/lo-strano-caso-della-condanna-del-cardinale-pell gli stessi contenuti. Questo articolo infatti sostanzialmente traduce l’altro, quindi chi fosse sospettoso nei riguardi di Tosatti e della Nuova Bussola Quotidiana si rassicuri.

Conosciuti, sia pur per sommi capi, tutti gli elementi emersi dal processo, non credo sia possibile a qualsiasi persona ragionevole ed onesta concludere in modo diverso dall’assoluzione, quantomeno per una totale assenza di prove e per l’assoluta inverosimiglianza della tesi accusatoria. Come, del resto, pare che avesse fatto a maggioranza di 10 a 2 una precedente giuria, che non era arrivata perciò ad emettere un verdetto ed era stata sostituita – con quali criteri? – da quella che invece ha condannato Pell.

Aggiungo una considerazione, che non sarà probante sul piano giuridico ma dal punto di vista della “certezza morale” ha pure un suo peso: per credere che un vescovo, subito dopo la messa solenne in cattedrale, ancora vestito coi paramenti sacri, in un luogo pubblico e frequentato, con un rischio elevatissimo di essere colto sul fatto, tiri fuori il pene e cerchi di violentare due chierichetti (neanche uno solo, ma due), nel breve lasso di tempo in cui il cerimoniere è uscito per fumarsi una sigaretta (!) …  ecco, per credere una cosa del genere, bisogna (sottolineo: bisogna, nel senso che è proprio indispensabile) presupporre che Pell fosse del tutto fuori controllo, praticamente un matto che girava sempre coi pantaloni aperti e l’arnese pronto all’uso. Il che, di tutta evidenza, non risulta.

Conclusioni? Se, come è del tutto probabile (dal mio punto di vista, praticamente certo) è innocente, Pell viene perseguitato come cristiano, e più precisamente come cardinale della chiesa cattolica. Buon per lui, perché son tutti meriti per il paradiso, a sconto dei peccati che può aver commesso nella sua vita. Credo che in questo momento sia l’unico cardinale in carcere, quindi è quello che fa più onore alla porpora, in tutto il sacro collegio.

L’Australia conferma di essere un paese in cui è in atto una persecuzione politico-giudiziaria contro la chiesa cattolica.

La chiesa cattolica, d’altro canto, è messa nell’angolo,  ormai sempre più spesso prigioniera di una supina acquiescenza al potere giudiziario del mondo, che non osa più mettere in discussione. Il che non è un bene. Per nessuno.