«Subito»: è dai particolari che si capisce che i vangeli dicono la verità.

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Vangelo di oggi: «[Gesù] uscito dalla sinagoga, si recò subito in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei (καὶ εὐθὺς λέγουσιν αὐτῷ περὶ αὐτῆς)» (Mc 1,29).

La parola più importante, la spia della verità di questo racconto, che si spiega solo con la sua tradizione da una testimonianza diretta degli apostoli coinvolti, è quel «subito», che non verrebbe in mente a chi costruisce il racconto di un miracolo. Gesù, dopo il discorso alla sinagoga di Cafarnao, va immediatamente a casa di Simone e di Andrea. Ce n’è di cose di cui parlare, ma Simone, che ha la suocera «a letto con la febbre», gli parla subito di lei.

Avere la febbre: per noi una banalità, una seccatura da togliere di mezzo con un po’ di paracetamolo o di acido acetilsalicilico; se persiste si chiama il medico che ci prescrive questo e quello … se proprio non si stacca cominciamo a preoccuparci un pochino (non avrò qualcosa di brutto?), ma insomma a tutto c’è rimedio, “la medicina ha fatto così tanti progressi” …

Avere la febbre, anzi averla così alta da dover stare a letto … (e si sa che le donne a letto con la febbre ci vanno solo se butta proprio male …), ai tempi di Simone e di Gesù (ma anche al tempo dei nostri genitori o dei nostri nonni), vuol dire che hai qualcosa di cui puoi morire. E per la quale non puoi fare molto di più che mettere delle pezzuole fredde sulla fronte e aspettare.

Gesù in sinagoga avrà anche detto e fatto cose strepitose («Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda perfino agli spiriti immondi e gli obbediscono!» Mc 1,27), ma Simone appena lo accoglie in casa sua la prima cosa che gli chiede, subito, è di far qualcosa per la suocera con la febbre. Subito.

Perché quando stiamo male – e qui davvero non c’è differenza tra gli uomini di adesso e gli uomini di un tempo – noi vogliamo essere liberati subito dalla sofferenza, dall’angoscia, dalla paura. Le cure umane, anche quando sono efficaci (e oggi, a differenza di una volta, a volte lo sono) non sono quasi mai istantanee. Rarissimo è il caso che l’atto medico (e anche quello chirurgico, in fin dei conti) produca l’effetto di una immediata e totale liberazione dal male. Quando ciò accade, al beneficiato dà l’impressione di qualcosa di miracoloso.

Ecco, appunto: la cura divina, che si manifesta nell’azione taumaturgica di Gesù, ha invece questo carattere di immediata eradicazione del male: «Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli» (Mc 1,30). Che cosa semplice e “naturale” (!) è un miracolo, se a farlo è Gesù.

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Togliete Twitter ai cardinali!

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Il cardinale americano Joe Tobin, arcivescovo di Newark ed esponente di spicco dell’ala dell’episcopato USA oggi più in auge, qualche ora fa ha twittato questo:

«When Jesus was baptized by John, he stood with all of us sinners seeking redemption. By the power of the Holy Spirit, the sinless Redeemer was reborn in grace as an example for us, and his Father was well pleased».

È lo stesso personaggio che un po’ di tempo fa, sempre con Twitter, fa incappò in un altro imbarazzante infortunio quando inavvertitamente “cinguettò” sul suo account pubblico un «Nighty night, baby. I love you» presumibilmente destinato ad un indirizzo molto privato, che sorprese non poco e del quale poi disse che era indirizzato … a sua sorella (mah, per carità, tutto può essere). Quest’ultima uscita, però, mi pare assai più problematica, perché che un cardinale di santa romana chiesa esprima candidamente la convinzione che Gesù Cristo sia «rinato nella grazia» per mezzo del battesimo di Giovanni, induce chi legge a chiedersi quale fede mai egli professi e in che mani siano i fedeli della diocesi che egli guida. Il che è molto più preoccupante della natura e dello stile delle sue frequentazioni private.

Magari è solo un equivoco dovuto al fatto che Twitter induce a scrivere senza pensare. Ma se è così, se ne proibisca l’uso almeno ai cardinali e ai vescovi!

I danni che la “chiesa mediatica” sta facendo alla chiesa reale sono ingenti, e sarebbe ora di inquadrarli in una riflessione approfondita e teologicamente fondata.

Quante bugie!

Stando a quanto leggo qui: https://www.catholicnewsagency.com/news/wuerl-knew-mccarrick-abuse-allegations-in-2004-91213 un portavoce dell’arcidiocesi di Washington ha confermato che il cardinale Wuerl, fino all’ottobre scorso arcivescovo e da allora amministratore apostolico di quella chiesa, sapeva degli abusi sessuali commessi dall’ex cardinale McCarrick sin dal 2004. Se la notizia è vera, ne consegue che aveva ragione l’ex nunzio Viganò quando, nel suo ormai famoso memoriale dell’agosto scorso, lo accusava di «mentire spudoratamente». Wuerl, infatti, aveva sempre detto di non aver saputo mai nulla della cattiva condotta di McCarrick, fino allo scoppio dello scandalo.

Le bugie avranno anche la gambe corte, ma la chiesa delle volte sembra popolata di millepiedi.

Per “servire” a tavola, ci vuole spirito e sapienza. (Riflessioni sugli Atti, 4)

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Rivendicare il primato del servizio della parola non significa per gli apostoli negare o minimizzare l’importanza del servizio della mensa, anzi è la premessa per investire direttamente tutta la comunità dei «fratelli» della responsabilità di farsene carico. Ecco, infatti come prosegue il loro discorso all’assemblea:

«Cercate dunque, fratelli, fra di voi sette uomini con una buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza che noi insedieremo [a svolgere] questo incarico» (Atti 6,3).

Si noti che, così facendo, gli apostoli:

1) mettono in atto, concretamente, quella che noi chiameremmo “una prassi di chiesa non clericale”. Invece di fare discorsi sul pericolo del clericalismo, dicono: “Cari fratelli, avete sollevato, giustamente, un problema? Bene, affrontatelo voi stessi, eleggendo tra di voi le persone più adatte a risolverlo. Non devono fare tutto gli apostoli.”

2) Riconoscono che la serietà della questione posta dal servizio della mensa è tale da richiedere la costituzione di un altro organo a fianco del collegio dei Dodici, quello dei Sette. È la prima decisione di governo organizzativo della chiesa che viene da loro assunta al di fuori di uno specifico mandato di Gesù. C’è qui una distinzione che bisogna tenere ben presente: gli apostoli esistono perché Gesù li ha voluti e la loro autorità, anzi la loro stessa ragion d’essere, promana solo da questo legame unico e irripetibile con la persona di Cristo. Per i Sette è diverso: Cristo non li ha istituiti, sono gli apostoli che in nome suo, e direi “a sua immagine”, compiono un atto fondamentale di estensione e di articolazione del mandato.  Hanno cura di indicare con precisione i criteri per individuare gli incaricati, però non si arrogano il diritto di sceglierli: sarà la comunità intera a farlo, mentre a loro spetta comunque  la funzione di riferimento autoritativo ultimo nella chiesa, espressa dall’atto di insediarli nell’ufficio (6,3: καταστήσομεν ἐπὶ τῆς χρείας ταύτης) e dal rito dell’imposizione delle mani (6,6). Quando si dice che la chiesa non è una democrazia, si dice una cosa giustissima, ma non si intende che invece sia un’oligarchia o una monarchia (come troppo a cuor leggero si dice spesso). In senso proprio, nessuna delle tre figure classiche del potere politico le si applicano adeguatamente, perché essa è comunione.

3) Non istituiscono, come spesso si dice, il diaconato, se con questo termine si intende un ministero subordinato in stretta correlazione gerarchica con quello del vescovo. Dire che i Sette sono diaconi (Luca, fra l’altro non li chiama mai così) e i Dodici sono vescovi sarebbe un anacronismo insostenibile, come già riconosceva Giovanni Crisostomo quando osservava che in quel momento della storia della chiesa non c’erano ancora né gli uni né gli altri, «ma solo gli apostoli» (hom in Act. 14,3). Dal nostro testo, infatti, non si ricava in alcun modo che l’intenzione degli apostoli sia quella di governare il servizio della mensa attraverso dei loro subordinati; anzi, proprio per la riserva proclamata nel v.4 («noi invece continueremo a perseverare nella preghiera e nel servizio della parole»), è chiaro invece che, nella prospettiva del racconto di Atti, i Dodici non si occupano di ciò di cui si occupano i Sette.

Ma di che cosa si devono occupare i Sette? Questo è il punto più interessante del brano ed anche quello più sorprendente. Visto che tutta la questione è nata intorno alla distribuzione dei sussidi ai membri più poveri della comunità, noi ci aspetteremmo che quello sia essenzialmente il compito dei Sette e, ragionando con la nostra mentalità, metteremmo a quel posto degli “specialisti della solidarietà e dell’assistenza”. Invece osserviamo che i requisiti indicati dagli apostoli sono molto più impegnativi: ci vogliono persone di cui tutti possono dare buona testimonianza (μαρτυρούμενους) e pieni di spirito e di sapienza (πλήρεις πνεύματος καὶ σοφίας). Per scegliere l’apostolo che doveva sostituire Giuda i requisiti erano stati diversi (e in un certo senso meno esigenti), perché si riducevano alla condizione di poter testimoniare direttamente tutto ciò che Gesù aveva detto e fatto nel corso della sua missione pubblica (1,21-22). Come dire: per fare il “diacono” bisogna essere stimati e pieni di spirito e di sapienza; per fare il “vescovo” basta essere testimoni di Gesù Cristo.

Ma c’è di più: dei sette nominati, solo due, non a caso messi in testa all’elenco, hanno un ruolo di rilievo nel libro degli Atti e sono, come è noto, Stefano e Filippo. Bene, entrambi ci vengono presentati non come addetti alla distribuzione del cibo ai poveri, ma come dei grandi evangelizzatori.

A questo punto i conti non ci tornano più: se per caso avevamo capito che servizio della parola e servizio della mensa fossero due cose diverse, da trattare separatamente, ognuna con i propri “addetti ai lavori”, ci eravamo completamente sbagliati. Il grande messaggio che ci arriva da questo passo degli Atti è che non si dà il pane se non si dà la parola. Non si fa veramente la carità, se non si testimonia la fede e non si annuncia Cristo. Per “servire” a tavola, ci vuole spirito e sapienza.

 

L’ostia, il vangelo e la lasagna. (Riflessioni sugli Atti degli apostoli, 3)

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Dunque eravamo al punto in cui, nella chiesa primitiva, scoppia il caso delle “vedove trascurate” e si scopre che non è proprio vero che «tra loro nessuno è indigente». Del resto, non è una sorpresa: Gesù una volta, a Betania, l’aveva pur detto a quei discepoli, ardenti di passione per i poveri, e infuriati per lo spreco di trecento denari in «nardo autentico» (non un’imitazione!), “buttati via” per ungere il suo capo: state tranquilli che «i poveri li avete sempre tra di voi (μεθ’ ἑαυτῶν)» (Mc 11,7) e se volete far loro del bene avete tempo per farlo fino alla fine della storia.

Cosa fanno allora gli apostoli davanti al malcontento degli ellenisti? «I Dodici, avendo convocato in assemblea la moltitudine dei discepoli, dissero: “Non è accettabile (ἀρεστόν) che noi lasciamo la parola di Dio (ἡμᾶς καταλείψαντασς τὸν λόγον τοῦ θεοῦ) per servire alle mense (διακονεῖν τραπέζαις)”» (6,2).  Punto primo.

Che meraviglia questo esordio! Gli apostoli non corrono a mettersi una parannanza e a servire a tavola le vedove degli ellenisti, per “dare loro per primi il buon esempio”, “riparare allo scandalo di una chiesa troppo spesso distratta”, “rendere concreto nella solidarietà il messaggio di Cristo” e “far sentire più vicina alla gente la parola di Dio con la condivisione del pane” eccetera eccetera, come probabilmente farebbero oggi molti loro successori … Si preoccupano invece, per prima cosa, di ribadire qual è il compito loro affidato da Dio e di riaffermarne l’assoluta priorità rispetto a tutte le altre incombenze, pur gravi e pressanti: «noi, da parte nostra, continueremo a perseverare nella preghiera e nel servizio della parola (τῇ προσευχῇ καὶ τῇ διακονίᾳ τοῦ λόγου προσκαρτερήσομεν)» (6,4).

Ritorna il concetto di diakonia, evocato sin dall’inizio del passo (6,1: le vedove degli ellenisti «venivano trascurate nella diaconia quotidiana), se ne assume la centralità per la vita cristiana, ma al tempo stesso si mette in chiaro che esiste un “servizio alla parola di Dio” che viene prima (e per gli apostoli è il compito specifico a cui devono dedicarsi totalmente) del “servizio alla mensa”. Viene prima, come vedremo meglio, perché lo fonda e gli dà senso. «Così è chiaramente indicata la posta in gioco della crisi; l’assistenza alle vedove non viene messa in discussione, ma viene subordinata a una necessità che la sovrasta: la diffusione della Parola, garante della crescita della Chiesa» (Marguerat).

Ci vuole un certo coraggio, oggi, ad assumere la stessa posizione, perché un po’ tutti, chi più chi meno, siamo stati contagiati dal bacillo del dubbio che, di per sé, il servizio alla parola di Dio non basti, non sia concreto, non sia credibile, non sia autentico. La parola di Dio – che non è un flatus vocis, ma è la persona del Figlio fatto uomo, morto e risorto per la nostra salvezza e sacramentalmente unito a noi nella chiesa – temiamo che non basti, temiamo che resti astratta se non è corroborata dalla “tavola”.

Cosa intendo qui con questo emblema? Intendo l’idea – pericolosissima perché assume in sé, falsificandolo, uno spunto di verità cristiana – che per sfamare l’indigenza umana la parola divina fatta carne non basti, che ci voglia lo sforzo umano della condivisione e del soccorso materiale. Se no quella parola non diventa carne. Perché, infatti, si organizzano i pranzi di solidarietà nelle chiese, quando si potrebbero benissimo fare in altri posti? Esattamente per significare questo: che la chiesa è un luogo di vita concreta, che lì gli uomini trovano il cibo che li sfama. Ma in questo modo non si implica che ciò che normalmente si dovrebbe fare in chiesa, cioè celebrare la liturgia, non basta, non è ultimamente vero, dal punto di vista cristiano, e non è adeguato al bisogno dell’uomo se non in quanto sostenuto dall’impegno caritativo a favore dei poveri? Non si sostituisce alla fede nella potenza di Dio, quella nel nostro impegno morale? Banalizzo, chiedendo venia per la volgarità: non si finisce per pensare che il vangelo e l’ostia non bastano, senza la lasagna?

Il vero e il falso che si mischiano a generare questo orrendo equivoco sono ben chiariti dal seguito del racconto di Atti. Domani lo vediamo.

 

 

 

Far mangiare i poveri in chiesa. (Riflessioni sugli Atti degli apostoli, 2)

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Stiamo vedendo che nel disegno storico degli Atti degli apostoli lo sviluppo della chiesa procede di crisi in crisi: attraverso le difficoltà che essa incontra, Dio mette in discussione ogni volta l’equilibrio che la comunità ha raggiunto e così la fa crescere nell’obbedienza al suo mandato, “costringendola” a maturare la coscienza di sé e del proprio compito nel mondo.

Il vanto della chiesa primitiva, «nessuno tra loro era indigente» (4,34), viene subito sottoposto ad un severa verifica in Atti 6,1 dove veniamo informati che «in quei giorni […] sorse un malcontento degli ellenisti contro gli ebrei perché nel servizio quotidiano le loro vedove erano trascurate». Gli «ellenisti» di cui si parla sono, con tutta probabilità, giudeo-cristiani ellenizzati, cioè ebrei che parlano greco perché provengono dalla diaspora. La presenza di ebrei provenienti da ogni parte del mondo ma residenti a Gerusalemme è sottolineata nel racconto della Pentecoste (2,9-11) ed è verosimile che alcuni di loro abbiano aderito alla comunità cristiana, presumibilmente formata però in maggioranza da «ebrei», cioè da giudeo-cristiani originari di Gerusalemme o della Giudea che non parlano greco ma “ebraico” (o piuttosto aramaico). I primi si lamentano perché vengono «trascurate» (il verbo è παραθεωρέω, “guardare da un’altra parte”, “non prestare attenzione”) nella distribuzione di cibo (indicata col termine διακονία) le loro «vedove»  – il che significa, nel nostro linguaggio, i loro poveri, essendo la vedova in quel mondo là non il soggetto autonomo che conosciamo noi, normalmente dotato di pensione (se non sua, quella di reversibilità del marito) e a volte addirittura in grado, a differenza del vedovo, di cavarsela meglio da sola di quando era sposata, ma l’emblema istituzionale dell’indigenza e dell’abbandono.  Bene, a quanto pare questi poveri vengono ignorati: quindi non è più vero che «nessuno tra loro era indigente»? Non è più vero che nella chiesa anche i poveri hanno da mangiare? Che fine fa il bel quadretto della comunità perfetta, riproposto da Luca ben due volte, nei sommari di Atti 2,42-48 e 4,32-35?

Il problema è serio, e infatti la parola qui impiegata per designare il «malcontento» degli ellenisti, che è γογγυσμός, è una parola piuttosto pesante: nella LXX il sostantivo e il verbo collegato vengono riferiti al risentimento e alla mormorazione degli ebrei contro Mosè durante l’esodo, e Luca nel suo vangelo li applica alla reazione negativa degli ebrei osservanti di fronte a certe azioni di Gesù considerate scandalose, come mangiare e bere con i pubblicani e i peccatori (Lc 5,30; 15,2, 19,7). Sarà interessante vedere che risposta viene data alla crisi che le proteste degli ellenisti portano alla luce. Mi pare che negli ultimi anni si sia diffusa, in certi ambienti ecclesiali, un’accentuata “insofferenza al lamento”: chi si lamenta, chi è scontento di certe cose che si dicono e si fanno, chi addirittura protesta, viene accusato di rompere la comunione, di fomentare divisioni, di mancare di umiltà, di ubbidienza e di carità, eccetera. La “mormorazione”, presentata a volte come il più grave dei peccati, sembra essere un Leitmotiv onnipresente nella predicazione quotidiana del papa e forse anche questo contribuisce all’ipersensibilità di cui sopra. Ora, non c’è dubbio che lamento, malcontento e mormorazione non siano belle cose; non c’è dubbio che il richiamo alla pazienza e alla mite accettazione delle circostanze che ci paiono avverse, al sacrificio del proprio punto di vista per affermare il primato della concordia siano opportuni ed evangelicamente ispirati; però forse gioverebbe ad una maggiore serenità prendere atto che il lamento, la protesta e la mormorazione hanno sempre fatto parte della vita della chiesa, in quanto essa è vita non solo divina ma anche umana (teandrica, come si dice quando si parla bene). Nella chiesa, c’è sempre di che lamentarsi, e c’è sempre chi ha da lamentarsi: il punto è il giudizio che si dà sul lamento e la risposta che ne consegue.

Domani vedremo che cosa fecero gli apostoli quella volta là.

La crisi come condizione “normale” della chiesa (Riflessioni sugli Atti degli apostoli, 1)

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La chiesa perfetta non c’è mai stata. Anche quella primitiva, spesso idealizzata dai contestatori della chiesa contemporanea sulla scorta di una lettura superficiale e disattenta dei primi capitoli degli Atti degli apostoli, ci viene in realtà presentata da quello stesso libro – che, come abbiamo già detto altre volte, è l’imprescindibile via di accesso ad una lettura cristiana del Nuovo Testamento – come una comunità segnata da tensioni e contraddizioni, alle prese con problemi di natura sociale che la “mettono in crisi”.

Infatti, se a 4,32.34 ci era stato detto che «la moltitudine di coloro che avevano creduto era un cuor  solo e un’anima sola e nessuno diceva essere suo qualche cosa di ciò che gli apparteneva ma tutto era comune fra loro» e perciò «non c’era un solo indigente fra loro», subito dopo l’episodio di Anania e Saffira (5,1-11) ci aveva brutalmente posti di fronte alle difficoltà di applicazione concreta di quel meraviglioso ideale comunitario. Un particolare poco notato è che, a suggello della incresciosa e tragica vicenda dei due mentitori, fa per la prima volta la sua comparsa nel testo di Atti la parola «chiesa»: «Venne un grande timore su tutta la chiesa (ἐγένετο φόβος μέγας ἐφ’ ὅλην τὴν ἐκκλησίαν) e su tutti coloro che ascoltavano questo» (5,11).

Prima di quel momento, l’autore di Atti aveva chiamato il gruppo dei discepoli di Gesù col nome generico di plethos (moltitudine, folla, come abbiamo visto a 4,32) e solo ora, quando introduce nel suo ritratto l’elemento del peccato, della menzogna e della divisione, applica alla comunità dei credenti il termine che per noi è il solo che la definisca adeguatamente: ekklesia, cioè assemblea dei convocati da Dio, popolo dei chiamati.

C’è qualcosa di paradossale e al tempo stesso di profondo, in questa scelta di lessico, che di certo non è casuale: come se l’autore volesse dirci che l’autocoscienza della chiesa non è completa finché essa non contempla al suo interno la possibilità di essere infedele alla chiamata del suo Signore. La condizione propria della chiesa, dunque, non è quella di essere una società perfetta e di perfetti, ma di sottostare permanentemente al giudizio del suo Signore, che la conosce nella sua verità, fatta anche di “tanta sporcizia”, come ebbe a dire il cardinale Ratzinger nella memorabile Via Crucis del 2005. La chiesa è una comunità giudicata (e proprio in quanto tale può e deve essere una comunità giudicante)

Nel contesto del brano di Atti, poi, questa annotazione risulta ancor più pertinente e persuasiva se si pensa che il peccato di Anania e Saffira non era consistito nel trattenere per sé una parte dei loro beni (cosa che erano liberissimi di fare), ma piuttosto nell’aver finto una condivisione che non c’era. Non un peccato contro la giustizia sociale, contro i poveri o cose del genere: un peccato contro la verità. La loro impressionante fine non è l’esito di una condanna ecclesiastica – che nel testo non c’è! (anche questo non lo si nota a sufficienza) – ma la conseguenza del disvelamento della loro menzogna: chi vive nella menzogna, a contatto con la Verità soccombe.

Un vescovo che non aveva paura di esporsi.

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Qui ogni anno ricordiamo san Gregorio di Nazianzo e san Basilio di Cesarea, nel giorno in cui la chiesa li festeggia (insieme, per ragioni che abbiamo già avuto modo di spiegare). Questa volta concentriamo l’attenzione su Basilio e in particolare sul suo modo di vivere il ministero episcopale, in tempi difficili per la chiesa, quando era in gioco la verità dell’insegnamento sul mistero cristiano. Il suo amico Gregorio ne parla così:

«Come le cose interne si furono sistemate secondo il suo volere [Cioè quando ebbe sotto controllo la situazione nella sua diocesi di Cesarea di Cappadocia] […] concepì un piano di più vasta portata, più elevato. Infatti, mentre tutti gli altri prestano attenzione solo a ciò che hanno tra i piedi e pensano a come starsene al sicuro (se questa è sicurezza), e non si spingono oltre, per l’incapacità di concepire con il pensiero e di mettere in opera qualche cosa di grande e coraggioso, Basilio, che in altre cose era moderato, in questa non conosce misura, ma levando alto il capo e conducendo tutt’intorno lo sguardo dell’anima, abbraccia con la mente ogni parte della terra in cui si è diffusa la parola di salvezza. Vedendo che la grande eredità che il Signore aveva messo insieme con le sue parole, le sue leggi e la sua sofferenza, il popolo sacro, il regale sacerdozio, si trovava a mal partito, essendo diviso da tante erronee dottrine; vedendo, inoltre, che la vigna portata via dall’Egitto e trapiantata altrove era […] danneggiata da un malvagio e rozzo cinghiale, ritenne che non fosse sufficiente piangere in silenzio su quella sciagura, limitandosi a levare a Dio le mani e chiedere la liberazione dai mali che incombevano, e da parte sua starsene inerte: pensò invece che fosse suo dovere portare aiuto e pagare di persona» [Gregorio Nazianzeno, or. 43, 41].

Speranza, non previsioni. (Pensierino per il nuovo anno, in compagnia di Manzoni e Dante)

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Il mondo moderno vive di previsioni: in economia, in politica, nella vita sociale e anche nella scienza (benché, tra le scienze che si definiscono tali, siano ben poche quelle effettivamente in grado di fare previsioni certe). Ciascuno di noi, come individuo, “vive prevedendo”: quel che farà domani o come sarà la vita per lui quando … avrà finito gli studi, avrà trovato il lavoro, avrà finalmente cambiato casa, avrà cambiato lavoro, sarà guarito da quel male che ora gli impedisce di far questo o di far quello, sarà andato in pensione, avrà … sarà …

Tutti pensiamo di sapere, almeno un po’, almeno a grandi linee che cosa avverrà. C’è una pagina dei Promessi sposi in cui il narratore, la cui ironia non fa sconti a nessuno, cattura persino padre Cristoforo, un santo, l’eroe, se mai ce n’è uno, del romanzo manzoniano, nell’atto umanissimo e vano di lasciarsi andare ad una previsione:

«ll padre soggiunse con voce commossa: “il cuore mi dice che ci rivedremo presto”. Certo, il cuore, chi gli dà retta, ha sempre qualche cosa da dire su quello che sarà. Ma che sa il cuore? Appena un poco di quello che è già accaduto».

Continuiamo pure a fare previsioni, tanto non saremmo capaci di vivere senza, ma almeno in questo giorno dell’anno ricordiamoci anche che, in realtà, il futuro ci è totalmente sconosciuto. Per quel che ne sappiamo noi, il mondo potrebbe finire domattina, oppure potremmo morire noi (che sarebbe lo stesso, per quanto ci riguarda).

Privi della visione del futuro, abbiamo però, grazie alla fede e alla carità, accesso alla veduta dell’eternità. Si chiama, nel lessico cristiano, speranza, e per definirla in poche parole non c’è niente di meglio della terzina dantesca che contiene la risposta del poeta a san Giacomo, che nel XXV canto del Paradiso lo interroga appunto su che cosa sia la terza virtù teologale:

«Spene», diss’ io, «è uno attender certo
de la gloria futura, il qual produce
grazia divina e precedente merto».

P.S. Lo stesso canto XXV si apre peraltro con una previsione, per quanto prudentemente velata da un “se”, a cui il povero Dante cede: quella di tornare un giorno a Firenze, carico di gloria per il suo poema, ed esservi coronato poeta. Figuriamoci.

Se mai continga che ’l poema sacro
al quale ha posto mano e cielo e terra,
sì che m’ha fatto per molti anni macro,

vinca la crudeltà che fuor mi serra
del bello ovile ov’ io dormi’ agnello,
nimico ai lupi che li danno guerra;

con altra voce omai, con altro vello
ritornerò poeta, e in sul fonte
del mio battesmo prenderò ’l cappello;

 

Noi e i santi innocenti.

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Le coincidenze non sono (solo) coincidenze. Questa mattina, pensavo a cosa scrivere nel blog e dal mare dei miei appunti è venuto a galla “da solo” (?) il ricordo di un passo di Gregorio Nazianzeno. Questo:

«Quando ci facciamo forti dell’efficacia del nostro parlare e lasciamo da parte la nostra fede e distruggiamo con le nostre ricerche l’autorità dello Spirito e poi il nostro ragionamento viene superato dalla grandezza delle cose – e verrà superato senza dubbio, perché esso prende le mosse da un debole strumento, cioè dalla nostra intelligenza – che cosa avviene? Avviene che la debolezza del nostro ragionamento sembra una debolezza del mistero cristiano, e così la bravura del discorso diventa «l’annientamento della croce», come sembra anche a Paolo. Perché la fede è il completamento della nostra ragione». [or. 29,21]

Per evitare di fare proprio come i vecchi che ripetono sempre le stesse cose (già lo faccio abbondantemente), ho controllato nell’archivio del blog se per caso l’avessi già citata. Sì, l’avevo fatto il 28 dicembre del 2014!

Ma il bello è che né oggi (né presumibilmente allora, perché non vi faccio cenno nel post) stavo pensando che è la festa dei santi innocenti. La festa dei più piccoli, dei piccini da niente, di quelli dell’«anima semplicetta che sa nulla» (la festa di Marco, a casa mia, perché la Monica è già dotata di qualcosa, sa già qualcosa), la festa di quelli che non si possono difendere neanche suscitando la pietà degli adulti, come i feti che vengono abortiti …

Io non pensavo ai santi innocenti, quando dal fondo del pozzo veniva su quella frase di Gregorio il Teologo, ma forse loro pensavano a me.