Cristianesimo ed etica della situazione.

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«In nessun luogo il cristiano cessa di essere tale, il vangelo è uno solo e sempre il medesimo (Nusquam christianus aliud est, unum evangelium et idem)» [Tertulliano, De corona, 11,5].

Queste parole si trovano in un’opera di Tertulliano dedicata al problema del servizio militare: può un cristiano fare il soldato? La sua risposta è negativa, ma non per obiezione di coscienza nei riguardi dell’uso delle armi, come forse ci aspetteremmo noi, bensì per l’incompatibilità dell’ubbidienza di fede a cui il cristiano è tenuto verso Dio con con quella all’autorità umana a cui il milite è obbligato per condizione. «Crediamo forse che sia lecito sovrapporre il giuramento fatto a un uomo al giuramento fatto a Dio (credimusne humanum sacramentum divino superduci licere)?» si era domandato poco prima (11,1) il grande scrittore cartaginese, e la risposta era apparsa chiara nel momento stesso in cui la domanda veniva formulata. Un soldato, in ragione del suo sacramentum, può essere tenuto a fare cose che, come cristiano, non deve fare, e la sua condizione particolare non lo esime da nessuna delle responsabilità che gli spettano come credente: «L’appartenenza all’esercito, infatti, non conferisce l’impunità per i delitti [commessi in quanto soldato] né l’esenzione dal martirio [a cui si va incontro per il rifiuto di eseguire ordini immorali] (nec enim delictorum impunitatem aut martyriorum immunitatem militia promittit)» (11,5).

Questo è il punto più interessante: quella del mondo greco-romano era, in larga misura, un’etica della situazione, nella quale il giudizio morale sulle persone e sugli atti era dato in base allo status dei soggetti e al contesto in cui agivano. È profondamente diverso, in quella prospettiva, se un certo comportamento è tenuto da un uomo o da una donna, da un cittadino o da uno straniero (per non dire di uno schiavo), da un miles o da un civile, in una situazione della vita ordinaria oppure in un contesto ludico, eccetera. Rispetto a questa impostazione, il cristianesimo opera una krisis, una rottura che mette radicalmente in discussione la mentalità comune, perché pone con estrema nettezza un unico criterio di giudizio, che vale per tutti e sempre: «Gesù Cristo è lo stesso, ieri, oggi e sempre» (Ebr. 13,8) e di conseguenza anche il cristiano, che ha nell’imitazione di Cristo il fondamento orientativo di tutta la sua vita, non può mai essere – come dice Tertulliano – “qualcosa d’altro da sé” (nusquam christianus aliud est).

È una rivoluzione culturale, ed è il vero fondamento della “democrazia” (intesa non nel senso di meccanismo elettorale, ma in quello di affermazione dell’uguale dignità di tutti gli esseri umani). Una dignità di cui i fedeli erano pienamente consapevoli: venti o trenta anni prima che Tertulliano scrivesse il De corona lo aveva già detto, a modo suo, una semplice e sconosciuta cristiana di una piccola cittadina dell’Africa proconsolare, di cui sappiamo solo il nome, Seconda, la quale al magistrato romano che la invitava a salvarsi la vita rinnegando la fede in Cristo aveva risposto così: «Ciò che sono, proprio quello voglio essere (Quod sum, ipsud volo esse)» [Atti dei martiri Scilitani, 9]. È una frase straordinariamente profonda, perché in modo semplicissimo, imposta tutto il problema morale al suo livello appropriato, che è ontologico e non solo morale. Per Seconda è impossibile sacrificare agli dèi per quello che lei è (e vuole essere), non appena perché non vuole farlo.

Fa abbastanza impressione che oggi, invece, nella chiesa siano tanti ad aderire entusiasticamente alla riproposizione di un’etica della situazione che fa dipendere il giudizio sul bene e sul male dal contesto, dalle circostanze, e in ultima analisi dalla qualità delle persone. Pensano che questo sia liberante, invece è un ripiombare nella schiavitù.

Arrampicarsi sugli specchi.

Luigi Accattoli è un vaticanista di lunghissimo corso, di penna assai fine e di consumato mestiere, non dico nel saper dare ragione a tutti ma quantomeno nel trovare delle ragioni per tutti. Benevolo per programma, ha da sempre nel suo habitus tutte le qualità che l’Omni die ci fa chiedere alla Vergine: è infatti «dulcis, blandus, sobrius, pius, rectus, circumspectus» e soprattutto «simultatis nescius». Inoltre ha la fortuna di provare, beato lui, una vera propria venerazione per papa Bergoglio, di cui gli piace (o si fa piacere) tutto.

Fa quindi un certo effetto leggere, sul suo blog, un post dell’altro giorno a proposito del «Papa che motteggia su Medjugorje» e che, dice lui, «è un fatto nuovo». Sostiene Accattoli che «il papa del sarcasmo ci insegna una nuova libertà», e così, senza parere, gli addebita “un’ironia amara e pungente, ispirata da animosità e quindi intesa a offendere e umiliare” (perché questo, come egli sa perfettamente, è il sarcasmo).

Poi confessa che, con papa Bergoglio, «hai l’impressione d’essere tornato ai tempi dei Papi che cavalcavano e combattevano. Magari avevano un’amante», ed anche l’associazione di idee con Alessandro VI o Giulio II non è che scorra via proprio come acqua minerale.

Come se non bastasse, subito dopo il soave Accattoli ci mette il carico da undici, dicendo che «Bergoglio non intende il ministero petrino come totalizzante, riassuntivo dell’Ecclesia, ma come un servizio tra altri. Si considera parte, non somma e forma del tutto».

Questa del papa non più come servitore e garante della totalità, cioè dell’unità cattolica, ma come parte è nuova, ed è grossa. Accattoli non può non sapere che parte significa, almeno potenzialmente, partito (factio, corrente, setta, clan, lobby, cosca … ma questi sono tutti termini che offenderebbero le sue pie orecchie: li aggiungo io, estroflettendo quel che è annidato, in nuce, nell’idea di parte). E non può non rendersi conto di che frattura sia questa rispetto all’intero corpo della tradizione cattolica. Pietro, a questo punto, non sarebbe più Pietro.

Quando papa Bergoglio dice o fa qualcosa, uno ormai la veemente indignazione di un Socci, la chirugica puntualizzazione di un Magister, la pensosa problematizzazione di un Valli  se le aspetta, come dire, di default. Ma un’apologia come questa …

Se Accattoli voleva arrampicarsi sugli specchi, bisogna dire che c’è riuscito, ma lo stridio delle unghie sul vetro si sente.

La diligenza del buon padre di famiglia.

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È una bella formula, risalente alla tradizione del diritto romano e ancora impiegata dal nostro Codice civile (che è del 1942, se non ricordo male). Qui si può trovare un elenco degli articoli in cui la si incontra: http://www.brocardi.it/dizionario/1533.html. Serve a indicare il modo in cui si devono adempiere certe obbligazioni: ad esempio, il mandatario deve eseguire il suo mandato “con la diligenza del buon padre di famiglia”, e l’usufruttuario, nel godimento del bene che non è di sua proprietà, deve usare “la diligenza del buon padre di famiglia”.

Sa di buono, questa espressione; sa di vero. Può sembrare arcaica e un po’ patetica, come certe rievocazioni nostalgiche delle “buone cose di una volta”, tipo il profumo del pane fatto in casa o del bucato con la cenere: cose belle da raccontare ma che si dubita siano mai state vere. Invece, oltre che suonare bene – ma tutto il Codice del 42 è scritto assai bene, in contrasto con la rivoltante bruttezza dello stile delle leggi che si fanno adesso, (che solo per questo meriterebbero di essere disattese) – il richiamo alla diligenza del buon padre di famiglia contiene un’intuizione profonda e perennemente attuale.

La tecnica, di qualunque genere sia (giuridica, politica, economica o finanziaria, scientifica, comunicativa … ma anche pastorale, liturgica, teologico-spirituale e chi più ne ha più ne metta), non basta. Mai. Di fronte alla vita, al problema della vita, ai problemi della vita, ultimamente quella che entra in causa è la responsabilità.

Il padre ne è la figura. Egli è infatti, per definizione, colui che è responsabile di tutto ed il suo agire è tutto inscritto nell’etica della responsabilità. Per questo fa ogni cosa “diligentemente”, pensandoci, badando se può a non fare cazzate (quelle se le possono permettere i figli), chiedendosi prima quale possa essere la conseguenza dei suoi atti e misurandoli con tale criterio. Questo dato antropologico è così chiaro che ad esso si è richiamato anche Gesù, quando voleva far capire il rapporto tra Dio e l’uomo: «quale padre tra voi, se il figlio gli chiede del pane gli darà una pietra? […] Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli […]» (Lc 11,11-13).

Quanto mai saggio è dunque che la tecnica (ogni tecnica), dopo aver detto la sua, arretri, si faccia da parte e dia spazio alla responsabilità, cioè alla paternità. La legge, quindi, non prescrive per filo e per segno, inseguendo (vanamente) tutti i minuti particolari della realtà, che cosa l’uomo debba fare, ma si limita a dire che deve comportarsi come si comporterebbe un “buon padre di famiglia”, cioè indica il ruolo centrale della responsabilità. (Sarebbe corretto dire “non prescriveva”, perché invece le leggi che si scrivono orrendamente adesso, molto spesso sono ispirate dalla hybris di voler tutto normare, tutto prevedere).

Distrutta (o in via di avanzata distruzione) la famiglia, criminalizzata l’idea stessa di padre (e di Padre), diffusa come un’epidemia la fobia della responsabilità – che d’altronde è stata ridotta alla sola responsabilità giuridica, essendo stata evacuata quella morale (vuoi averla vinta in una discussone con qualcuno? Digli: «va bene, ma poi la responsabilità te la prendi tu!». Nove volte su dieci arretrerà inorridito) – cosa resta di tutto questo? Ben poco, temo.

Vedo che in questi giorni circola sulla rete una tabella che mostra come quasi tutti i principali leader europei sono persone senza figli. Non sono né padri né madri: l’ultimo venuto alla ribalta, il presidente Macron, per essere sicuro di non averne ha sposato una vecchia. Forse è solo un caso, forse è irrilevante, ma la domanda viene: che ne sapranno, costoro, della diligenza del buon padre di famiglia?

Il caso serio (Rileggendo von Balthasar, 1)

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L’altro giorno ho ricordato un piccolo libro di Hans Urs von Balthasar, Cordula ovverosia il caso serio, scritto qualche anno dopo la conclusione del concilio, che lessi da giovane e mi colpì molto. In seguito l’ho riletto e vedo che ogni volta le sottolineature e le note aumentavano. Ho deciso di riprenderlo in mano in questi giorni e di estrarne qualche brano. Ecco il primo:

«con la decisione assoluta per Cristo, dev’essere presa anche la controdecisione, l’“odio del mondo”. Perché? Si potrebbe pensare che le cose tra “figlio e padre, figlia e madre, nuora e suocera” (Mt 10,35) non vadano necessariamente a finire in modo tanto ostile; anzi che in un mondo tollerante, pluralistico, tutto possa essere risolto amichevolmente, nel sentimento di un reciproco “vivere e lasciar vivere”;» [quella che l’altro giorno chiamavo la formula di Bonny!] «chi sa, forse anche questo è uno dei numerosi punti in cui la cristianità evoluta di oggi è andata più in là del suo stesso fondatore.

Ma disgraziatamente questi tronca il sogno sia dell’“andar oltre” (Mt 10,25) sia della “coesistenza pacifica”, dichiarando che la sua croce storica (Mt 10,38) è supertemporale ed è la forma permanente di vita per coloro che intendono seguirlo. Chi lo vuole seguire preferisce Gesù (che “vale più” di “padre e madre, figlio e figlia”); ma chi preferisce Gesù. sceglie la croce come il luogo dove il morire è non una eventualità, ma una certezza assoluta». [Hans Urs von Balthasar, Cordula ovverosia il caso serio, trad.it Brescia, Queriniana, 1968, p.20]

(Ma Balthasar non aveva pensato che ai tempi di Gesù “non c’era il registratore”, quindi chissà che cosa ha veramente detto. E poi, in ogni caso, ci vuole discernimento).

Tana liberi tutti! (La formula di Bonny)

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Leggo in questo articolo della Bussola quotidiana: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-eutanasia-cattolica-il-vescovo-tifoso-sotto-accusa-19743.htm  il seguente virgolettato: «“Posso immaginare che per una Congregazione come i Fratelli della Carità attiva in tutto il mondo sia difficile trovare una posizione identica sulle questioni morali. Più precisamente i Fratelli nella nostra società occidentale devono trovare un modus vivendi fra conoscenze mediche, considerazioni morali, l’opinione pubblica e la cultura dominante”».

A fare questa dichiarazione, che si riferisce alla decisione di una congregazione religiosa belga di praticare l’eutanasia negli ospedali che gestisce in quel povero paese, è stato un vescovo della chiesa cattolica, quello di Anversa, monsignor Bonny.

Sia reso merito a questo prelato di avere espresso in modo perfetto (e perciò perfettamente chiaro) una posizione che – in modo molto più imperfetto, ambiguo, confuso, coperto, tortuoso, parziale, obliquo, dissimulato, inconsapevole, beneintenzionato … (e aggiungete voi, a piacere, quanti altri aggettivi possono riferirsi agli esiti della multiforme astuzia del diavolo) – è condivisa da molti, oggi, nella chiesa.

Per favore, rileggete lentamente, parola per parola, la seconda frase, cambiando solo il soggetto: «I cristiani nella nostra società occidentale devono trovare un modus vivendi fra conoscenze mediche, considerazioni morali, l’opinione pubblica e la cultura dominante».

Meglio di così non si potrebbe dirlo. Vorrei baciare sulla fronte quell’uomo. Se devo essere sincero, come cultore dell’orrido la cosa che mi affascina di più è la formula, considerazioni morali, con cui egli riduce l’intero cristianesimo a una cosina sottile sottile e lo infila tra le conoscenze mediche, l’opinione pubblica e la cultura dominante, come la foglia di lattuga in un sandwich (che puoi mettere oppure no, a seconda se ti piace, e comunque non ti deve rovinare il panino). “Considerazioni morali”: tutta la fede cristiana, tutta la vita divina e umana del cristianesimo, la Santissima Trinità, il Figlio di Dio che si fa uomo muore in croce e risorge, lo Spirito che soffia dove vuole (non in Belgio, a quanto pare), i sacramenti, gli apostoli e la Vergine Maria, duemila anni di martiri, di santi e di poveri credenti che hanno tirato avanti come hanno potuto, tutta l’immensa attività caritativa, missionaria, culturale della chiesa … di tutto questo cosa resta nella perfetta formula di Bonny? La fogliolina d’insalata delle considerazioni morali  che dobbiamo armonizzare con la maionese dell’opinione pubblica e il prosciutto cotto della cultura dominante. No grazie, lo preferisco senza.

Post scriptum. Mi viene in mente la frase di Pascal che Hans Urs von Balthasar cita in esergo ad uno dei capitoli di un suo piccolo libro del 1966, Cordula ovverosia il caso serio, in cui c’era già tutto. La frase è questa, e mi piacerebbe poterla dire a quell’uomo del Belgio: «Che rapporto c’è, o padre, tra questa dottrina e quella del vangelo?».

Il miglior modo di fare silenzio (Apologia del rosario)

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Parliamo troppo. Tutti parlano in continuazione (io, per esempio, in questo momento sto parlando). Talvolta ci lamentiamo che le persone non si parlano, che non c’è dialogo … ma è solo perché stanno parlando altrove, sulla rete di solito, non perché stiano veramente zitte.

Nella chiesa non va meglio che nel mondo: non vi si è mai parlato tanto come adesso, e se c’è una parola che può definire, nell’insieme, le nostre attuali liturgie direi che è: “verbose”. Gli spazi di silenzio, durante le messe, si misurano in secondi e spesso si esce frastornati, più che edificati, da quella mezzora di parole continue. Spesso parole umane che soffocano quella di Dio.

Purtroppo non basta tenere la bocca chiusa per fare silenzio. Se ci provi, ti si riempie subito la testa di parole: fuori taci, ma dentro c’è chiasso. Il metodo più semplice, alla portata di tutti, anche di noi poveretti, per mettere un po’ d’ordine in casa è dire il rosario. Maria è la grande silenziosa, e nel suo silenzio pieno di pensiero fiorisce la Parola divina, si fa carne in quel grembo di silenzio accogliente.

Ripetere cinquanta volte le parole rivolte a Maria, dire cinquanta volte Gesù dal suo punto di vista (“frutto benedetto del ventre tuo”), nominare cinquanta volte l’ora della nostra morte (se c’è un pensiero che ha il potere di farci stare zitti è quello!) è una disciplina benedetta. È come il cavo della ferrata che permette di salire sulla montagna anche a chi non è un alpinista provetto.

L’ufficio stampa di papa Francesco (ovvero: Bergoglio vittima dei bergogliani)

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Al mattino, mentre faccio colazione, ho l’abitudine di seguire la rassegna stampa di RaiNews 24. Mentre il (o la) giornalista legge (male) titoli e parti di articoli dei giornali, sulla parte inferiore del teleschermo compaiono le ultime notizie di agenzia. Stamattina vi ho potuto leggere: «Papa Francesco paga la spiaggia ai disabili». Una “notizia” del genere non può che provenire da una comunicazione inviata alle agenzie da quello che impropriamente qui chiamo l’ufficio-stampa del papa, intendendo qualcuno, in Vaticano, che è stato incaricato (o più probabilmente si è incaricato) di fare pubblicità a fatti come questo. Noto infatti che, con periodicità regolare e frequente, vengono pubblicizzati molti altri “eventi” simili: cose buone e normali come un contributo ad un’associazione di volontariato (la “carità del papa”, sostenuta fra l’altro da tutti i fedeli con l’obolo di San Pietro, esiste da sempre e fa da sempre migliaia di interventi), ma anche cose insignificanti (come la “notizia” che il papa – naturalmente in privato e senza nessun clamore! – va, a sorpresa!, a comprarsi gli occhiali!); sempre però con quel certo-non-so-che che si pensa possa attirare l’interesse e la simpatia del pubblico.

Non credo che chi si dedica a questo lavoro faccia un buon servizio al santo padre. Per almeno due ragioni. La prima è semplice e ben nota, perché sta scritta nel vangelo (libro con cui in Vaticano dovrebbero avere familiarità): «Quando dunque fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6,2-4). Perché togliere al papa il merito di una carità fatta in silenzio?

La seconda ragione è meno evidente, ma più importante ancora e si riferisce a una tendenza pericolosa, che è presente in misura crescente nella chiesa degli ultimi decenni, forse anche in correlazione con l’accresciuto ruolo mediatico della figura del papa. Si tratta del rischio di dare spazio, anche tra i cristiani, ad una sorta di culto della personalità. Abbiamo sentito ripetere tante volte l’aneddoto di don Bosco che correggeva i suoi ragazzi quando gridavano «Viva Pio IX!» invitandoli a dire piuttosto: «Viva il papa!». Bene, Don Bosco aveva la vista lunga, come è noto.

La spinta all’esaltazione della personalità del papa regnante – in forme diverse naturalmente, che possono andare dal puro ed innocente entusiasmo alla piaggeria e al servilismo – forse c’è sempre stata, ma, per limitarci all’ultimo secolo della storia della chiesa, credo abbia colpito i successori di Pietro in misura diversa: è stata assai forte durante il pontificato di Pio XII, il “Pastor Angelicus” (che poi l’ha scontata con la damnatio subita dopo la morte in tanti ambienti ecclesiali); ancora di più nei riguardi di Giovanni XXIII, il “papa buono” (espressione tanto popolare quanto orrenda, perché implica di necessità che tutti gli altri fossero cattivi). Fortissima nei riguardi di Wojtyla, l’esaltazione della personalità si ripresenta ora massicciamente nei confronti di Bergoglio. Per gli ultimi tre papi, si può inoltre notare che l’enfasi adulatoria è venuta, in misura crescente, anche da fuori, cioè dal “mondo”. Di per sé, ci tengo a precisarlo, ciò non toglie nulla ai meriti di questi papi (due santi e un venerabile!), ma dice molto su una grave tentazione che affligge la chiesa. Non è affatto conveniente che chi svolge una funzione autorevole vicaria, come sempre è in ultima analisi la natura dell’autorità nella chiesa, veda calamitare sulla propria personalità l’interesse, l’attenzione e al limite la devozione dei fedeli.

Mi pare che solo a Paolo VI e a Benedetto XVI, per una singolare predilezione (e anche per loro merito particolare), sia stato risparmiato questo fardello e fatto invece il “dono” dell’incomprensione, dell’ostilità e dell’umiliazione da parte del mondo (e anche all’interno della chiesa, mica si è scherzato, nei loro confronti). Lo stesso vangelo di cui sopra dice anche: «Beati voi, quando vi insulteranno […] e mentendo diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia» (Mt 5,11).

Discernimento, giudizio e krisis. (Per una chiesa critica)

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Discernimento, più ancora che misericordia, è probabilmente la parola-chiave del pontificato di Francesco. Su questo concetto, e sul modo in cui viene impiegato sempre più diffusamente nella chiesa oggi, ha fatto delle considerazioni pertinenti e assai utili il padre Scalese nel suo blog, qualche giorno fa qui: http://querculanus.blogspot.it/2017/04/dottrina-vs-discernimento.html, e precedentemente qui: http://querculanus.blogspot.it/2016/07/a-proposito-di-discernimento.html.

Le condivido. Vorrei solo aggiungere che, mentre la parola “discernimento” è oggi di gran moda – benché (o forse proprio perché) non sia affatto chiaro che cosa si intende con essa –, la parola “giudizio” non gode di alcun favore tra i cristiani, anzi viene da molti esplicitamente rifiutata. La frase-emblema di questo pontificato, nella memoria dei più, temo che resterà quel «Chi sono io, per giudicare?», forse sfuggito di bocca al papa durante un colloquio coi giornalisti in aereo e che nella sua mente aveva presumibilmente il senso perfettamente cristiano che “solo Dio è giudice e nessun uomo può usurparne il ruolo”, ma che è stato infelicemente interpretato da quasi tutti nel senso che il giudizio è una cosa sbagliata, cattiva, non cristiana.

Invece giudizio è una parola profondamente cristiana (oltre ad essere la parola più religiosa che ci sia). È una parola bellissima, liberante, gloriosa: vivaddio, tutto è giudicato! Che cosa orrenda, ingiusta, informe, spugnosa sarebbe la vita dell’uomo e del mondo, se non ci fosse la certezza che il giudizio c’è. E c’è il giudizio perché c’è un Giudice (e non a Berlino, che staremmo freschi!).

Tuttavia, prendiamo atto che gli uomini del nostro tempo molto spesso questa parola cristiana, come tante altre, non la capiscono più. Intendono giudizio nel senso di regola astratta, rigida, disumana, che cala dall’alto sulla vita per condannarla … Non sanno cos’è il giudizio, come non sanno cos’è la dottrina. Bisogna tenerne conto.

In attesa che coloro che fanno da maestri nella chiesa si decidano a tornare ad insegnarle queste parole, adoperiamo pure discernimento. Purché sappiamo, almeno noi cristiani, che il discernimento altro non è che “il giudizio praticato”, il giudizio messo alla prova della vita quotidiana. «Impariamo a giudicare, è l’inizio della liberazione», ho sentito dire una volta da don Giussani, e mi pare un programma perfetto ancora oggi. Se non è esercizio del giudizio – che ovviamente implica l’uso di un criterio di verità, e la Verità è Cristo – il discernimento degenera fatalmente ad “arte del possibile”, prudenza mondana (poco importa se gesuiticamente rinominata), “discrezione” nel senso di Guicciardini. Tutte cose che poco o nulla hanno a che fare con il cristianesimo.

Il giudizio praticato, però, si potrebbe chiamare ancor meglio crisi o, se si preferisce, krisis, (alla greca, che fa sempre il suo effetto, e per evitare fraintendimenti). Krisis è il porsi di un giudizio che nasce dall’esperienza della Verità e si impatta con le altre posizioni umane, si gioca nel confronto e si lascia sfidare da esse e le “mette in crisi”. Cioè ha la capacità di innescare in esse un processo di revisione che, col tempo, le cambia. Perché distingue, separa, spacca i sistemi consolidati di pensiero, li disarticola, li rovescia. Fa un’altra cultura.

Esattamente quello che hanno fatto i cristiani dei primi secoli nei confronti del mondo greco-romano (sin da quando erano l’un per mille, o l’un per cento della popolazione!). e quello che facciamo tanta fatica a fare noi oggi.