Siamo tutti spermologi?

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No, non è quello che state pensando. La parola spermològos (σπερμολόγος) – che io ho un po’ maliziosamente (e abusivamente) italianizzato in spermologo – è usata in Atti 17,18.

Paolo è ad Atene, in attesa che lo raggiungano Sila e Timoteo; nel frattempo visita la città e l’autore di Atti, che qui vuole dargli un’allure un po’ socratica, ce lo presenta mentre attacca bottone con i passanti (17,17 «Discuteva […] nell’agorà ogni giorno con quelli che incontrava»). Tra i suoi interlocutori vi sono anche «certi filosofi epicurei e stoici», che non sembrano avere una buona impressione di lui. Infatti, «alcuni dicevano: “Che cosa vorrà mai dire questo spermologos?» mentre altri lo etichettano come un «predicatore di divinità straniere» e decidono di portarlo all’Areopago per sentire la «nuova dottrina» e poi, ça va sans dire,  “fare il dibattito”, la ragione di vita degli intellettuali di tutti i tempi.

La parola spermologos viene tradotta di solito con «ciarlatano», che però fa perdere molto del suo significato etimologico: in senso proprio, si dice di un uccello che becchetta qua e là in cerca di semi (deriva infatti da σπέρμα, seme, e da λέγω, scegliere, raccogliere). Di qui, per traslato, essa indica il chiacchierone, colui che raccoglie dovunque pettegolezzi e futilità per diffonderli a sua volta, e nell’accezione in cui lo adoperano i filosofi ateniesi vuole probabilmente qualificare Paolo come uno pseudo-filosofo, uno che non insegna una dottrina rispettabile e non ha neppure una vera cultura, ma esibisce un insieme raccogliticcio di nozioni e citazioni per impressionare gli ignoranti. Si può presumere che facciano riferimento al fatto che l’apostolo, nei suoi colloqui in piazza, può aver mostrato interesse e apertura verso certi contenuti della cultura greca, magari citando anche qualche autore, come poi fa anche nel discorso all’Areopago, ma il senso è che loro non ci cascano: “vuol parlare come noi, ma non è dei nostri”; è solo un raccattasentenze, un copiaincollatore di frasi ad effetto, uno spermologos, appunto.

I poverini, in realtà, con Paolo cascavano male: lì fra tutti era l’unico che avesse un pensiero forte. Anzi fortissimo, perchè aveva «il pensiero di Cristo» (1 Cor 2,16), il Logos di cui tutto consiste. E di fronte a lui, sono loro a fare la figura dei pappagalli, che non hanno «passatempo più gradito che parlare e sentire parlare» (Atti 17,21).

Ma noi? Noi che quando siamo online, presi dentro la rete, come adesso, spesso non facciamo altro che becchettare opinioni basate sul niente, mezze informazioni improbabili, sentenze di apparente saggezza che galleggiano nel vuoto … Noi che quasi sempre ripetiamo quel che abbiamo sentito dire, fingendo di saperlo e pensando di pensarlo, mentre lo stiamo semplicemente ripetendo? Noi che non leggiamo mai niente in maniera seria, seduti al tavolo e con una matita in mano?

E  noi che invece,  quando facciamo di mestiere i dotti e quindi leggiamo moltissimo, il più delle volte però leggiamo di corsa, preoccupati solo di spremere quel po’ di succo che ci serve per metterlo in quel che scriveremo noi (e che di solito ci sta molto più a cuore), perché la letteratura secondaria è sempre sterminata (anche se ti stai occupando delle zampe delle formiche) e guai a non citare tutti, guai a non dare l’impressione di aver letto tutti … Noi che però un libro intero, da capo a fondo, lentamente, sapienzalmente, forse non lo leggiamo quasi mai (anche perché ci sembra che non siano poi tanti i libri che lo meritino) … Noi a cui spesso in un libro basta un passo, una nota a piè di pagina, una svista o un’omissione per infilzare l’avversario; noi che che d’altro canto siamo bravissimi a parlare anche di libri che non abbiamo mai letto …

Non saremo per caso un po’ spermologi anche noi?

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La filosofia di papa Francesco.

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È necessario che il papa sia un grande pensatore? Niente affatto. Il suo primo, essenziale compito è quello di custodire (e possibilmente testimoniare) la fede trasmessa dagli apostoli, e per svolgerlo non gli serve una particolare genialità filosofica o teologica. Anzi, in passato si è spesso ritenuto  che non fosse neanche opportuno avere per papa un teologo, ed in effetti nel corso della storia della chiesa di papi teologi (o filosofi) ce ne sono stati pochissimi. Joseph Ratzinger è stato un’eccezione, particolarmente felice anche perché fu sempre attentissimo durante il suo pontificato a non sovrapporre e confondere la propria dimensione (davvero cospicua!) di “dottore privato”, come si usa dire, con la funzione di suprema istanza del magistero ecclesiastico che esclusivamente gli spettava come papa. Basti ricordare, a questo proposito, ciò che scrisse nella prefazione al primo volume della sua trilogia su Gesù di Nazaret: «questo libro non è in alcun modo un atto magisteriale, ma è unicamente espressione della mia ricerca personale del “volto del Signore”. Perciò ognuno è libero di contraddirmi. Chiedo solo alle lettrici e ai lettori quell’anticipo di simpatia senza il quale non c’è alcuna comprensione».

Vi è chi sostiene che anche Jorge Mario Bergoglio sia un forte e profondo pensatore, mentre ad altri il suo pensiero sembra piuttosto confuso e velleitario. La questione sarebbe di scarso interesse per quasi tutti noi, se i cardini della sua Weltanschauung non fossero da lui continuamente posti a fondamento di tutto il suo insegnamento. Essi vengono esplicitamente enunciati ed esposti, in particolare, in quello che si può considerare il “manifesto” del suo pontificato, l’esortazione apostolica Evangelii gaudium. Si tratta dei quattro principi (o «postulati» come egli preferisce chiamarli) che affermano: 1) «Il tempo è superiore allo spazio» (nn.222-225 EG); 2) «L’unità prevale sul conflitto» (226-230); 3) «La realtà è più importante dell’idea» (231-233); «Il tutto è superiore alla parte» (234-237).

Considerazioni assai giudiziose sulla consistenza razionale di tali principi sono state fatte a suo tempo da padre Scalese qui: http://querculanus.blogspot.com/2016/05/i-postulati-di-papa-francesco.html?m=1.

Ora segnalo l’analisi  di quelle affermazioni di papa Francesco, svolta con molta perizia e davvero sine ira et studio da uno studioso torinese, Ezio Gamba, in un articolo intitolato appunto I quattro principi di Evangelii gaudium: un’analisi critica filosofica, da poco pubblicato su Archivio Teologico Torinese 14 (2018), pp.7-32. L’autore affronta le questioni fondamentali poste dai quattro “postulati bergogliani”, a partire da quella della loro portata, riconoscendo che «pur avendo il proprio ambito di elezione nelle questioni relative alla ricerca del bene comune e della pace sociale, essi non si lasciano dunque deli­mitare a un ambito specifico, ma costituiscono regole generali di interpretazione della realtà e di azione in essa» (p.8) e poi quella del loro rapporto con i principi della dottrina sociale cristiana e del loro fondamento evangelico oppure “naturale”, per passare in seguito ad una rigorosa analisi della loro struttura formale e del loro contenuto. Dall’esame emergono diversi profili di rischio di unilateralità e di incoerenza nel sistema concettuale che i quattro “postulati” vorrebbero costituire.

La conclusione di Gamba mi pare ammirevole per prudenza e buon senso: «il difetto di questo principio [si riferisce al terzo] consiste nel fatto che esso non considera che, se in un certo senso è sicuramente vero che la realtà è superiore all’idea, in un altro senso, invece, l’idea è certamente superiore alla realtà. In questo può forse esserci un’indicazione valida anche per riflettere sugli altri tre principi; potremmo allora ipotizzare che affermare la superiorità dell’azio­ne rivolta al futuro su quella rivolta al presente, o della ricerca dell’unità sulle esi­genze delle differenze che possono entrare in conflitto, o della prospettiva globale su quella locale, non significhi semplicemente pronunciare un’affermazione falsa; ognuna di queste affermazioni potrebbe infatti essere vera in un certo senso, ma ne­cessitante di essere completata dall’affermazione che invece in un altro senso è vero esattamente il contrario» (p.32).

Certo, se le cose stanno così, non è che quei quattro principi valgano poi granché. (Ma questa è un’aggiunta mia).

Come guardare Croazia-Francia.

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Non sono un appassionato né tantomeno un intenditore di calcio, ma guarderò la finale dei mondiali, soprattutto per tifare Croazia.

Due osservazioni del nostro Tertulliano, per inquadrare la cosa. La prima concerne l’improbabilità di uno “sguardo distaccato” (o di un “tifo moderato”, come vorrebbero certe campagne moralizzatrici). Se si guarda, si fa necessariamente il tifo, se no è proprio tempo perso:

«anche se qualcuno assiste agli spettacoli con atteggiamento moderato e onesto, conformemente alla sua condizione sociale, all’età o anche al proprio carattere, tuttavia [non lo fa] con l’animo imperturbabile e senza una sia pur tacita passione dello spirito. Nessuno viene al piacere senza passione (Nemo ad voluptatem venit sine affectu), e nessuno prova una passione senza rischiare conseguenze per sé (nemo affectum sine casibus suis patitur). I rischi stessi sono incitamenti della passione. Del resto, se la passione viene meno, non c’è più nessun piacere, ed è colpevole di vanitas chi si reca là dove non ottiene nulla (Ceterum si cessat affectus, nulla est voluptas, et est reus ille vanitatis eo conveniens, ubi nihil consequitur). Ma, io credo, anche la vanitas è a noi estranea». [Tertulliano, De spectaculis, 15,5-7]

La seconda annotazione, in apparente contraddizione con la prima, riguarda invece la sostanziale irrilevanza degli spettacoli per la nostra vita reale, che contrasta – in un paradosso stridente e affascinante al tempo stesso – con l’impressionante capacità che hanno di coinvolgerci (e di alienarci) nel loro futile gioco. Guardando i tifosi allo stadio,  Tertulliano si chiede:

«Quale vantaggio personale sono destinati a conseguire, che cosa ci fanno là questi uomini  [scil. gli spettatori], che non sono più se stessi (Quid enim suum consecuturi sunt, quid illic agunt, qui sui non sunt)? A meno che per caso non sia proprio perché non sono più se stessi che si rattristano di una disgrazia che è loro estranea e gioiscono di una felicità che non gli appartiene (Nisi forte hoc solum per quod sui non sunt, de aliena infelicitate contristantur, de aliena felicitate laetantur). Qualunque cosa desiderino qualunque cosa detestino, è estranea a loro, e così anche l’amore è in essi fatuo e l’odio ingiustificato (ita et amor apud illos otiosus et odium iniustum)» [16,5].

Detto questo, disobbedendo al maestro, allo stadio ci andremo (televisivamente) e tiferemo, non con moderazione (che è un ossimoro) ma con ironia (che non è solo una figura retorica ma anche la più cristiana delle virtù).  Forza Croazia! dunque, anche se a me – come a tutti gli altri, tranne i giocatori gli allenatori e gli altri che sul pallone ci campano – che vinca l’una o vinca l’altra in realtà non importa nulla.

L’errore del tradizionalismo. (Riflessioni sul complesso antiromano, 3)

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«La dove il modello della chiesa viene collocato nel passato, […] viene meno la possibilità di prestare un’obbedienza perfetta ad un’autorità presente» (H.U. von Balthasar, Il complesso antiromano, trad.it. Brescia 1974, p.71).

Genialmente sintetica, la constatazione di Balthasar dice tutto. L’errore del tradizionalismo sta nella pretesa di giudicare e condannare il presente in nome di un passato. Magari con delle buone ragioni, ma il punto è che “acqua passata non macina più”, anche nella chiesa. Possiamo anche preferire il passato, averne nostalgia, ritenere (fondatamente o meno) che fosse migliore del presente, ma non possiamo attribuirgli un valore normativo su di esso, semplicemente perché della norma gli manca una caratteristica essenziale, l’efficacia. I morti non hanno potere sui vivi.

Va aggiunto che l’errore del progressismo, a dispetto delle apparenze, è identico nell’origine a quello del tradizionalismo. Il progressista infatti giudica e condanna il presente in nome di un futuro immaginato. Ma proprio in quanto “immaginato” (participio passato del verbo immaginare), anche quel sedicente futuro appartiene, nella forma del progetto, al passato. Poco o nulla importa che sia un passato più recente di quello del tradizionalista. Fossero anche idee dell’altroieri, l’altroieri è morto tanto quanto lo sono i Faraoni dell’antico Egitto. (A parte il fatto che quasi tutte le idee dei canuti progressisti della chiesa di oggi sono di cinquant’anni fa …).

Perché allora la chiesa professa il valore normativo della «sacra tradizione»? Perché il suo contenuto è Gesù Cristo. E Gesù Cristo è presente, non passato: «è lo stesso ieri, oggi e sempre» (Ebr. 13,8). Lui sì, il Vivente, ha potere sui vivi.

Contro l’uso degli argomenti “ad hominem”

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L’argomento ad hominem, per dirla in breve citando Wikipedia, «è una strategia della retorica con la quale ci si allontana dall’argomento della polemica contestando non l’affermazione dell’interlocutore, ma l’interlocutore stesso». Piace sempre molto, perché è di effetto, non richiede sforzi di comprensione (anzi, richiede di evitarli) e soddisfa quel bisogno di aggredire gli altri che tutti gli esseri umani, anche i più miti, almeno un pochino hanno in fondo al cuore. Purtroppo è fallace, non serve a niente e non produce niente di buono. Ovviamente.

Al cristiano, poi, il suo uso è inequivocabilmente proibito da una esplicita parola di Gesù: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno» (Mt 23,2-3). Non è che non si possono criticare le persone – ci mancherebbe altro: quello che Gesù ci ordina è di non inferire dai difetti delle persone l’invalidità delle idee che esse sostengono. L’incoerenza morale di scribi e farisei non vale nulla come argomento contro il loro insegnamento. (Parola provvidenziale quant’altre mai, di questi tempi, nei nostri rapporti con la gerarchia ecclesiastica).

Vedo che sta circolando molto, sulla rete e fuori, una versione di questo argomento applicata a coloro che manifestano in favore di una maggiore accoglienza di immigrati nel nostro paese: «tu quanti ne hai presi o sei disposto a prenderne in casa tua?». Dissento. Uno può benissimo sostenere che l’Italia dovrebbe accogliere indiscriminatamente sul suo territorio tutti coloro che vogliono entrarvi ma non essere disposto ad accogliere nessun ospite in casa sua. Le due affermazioni non sono in contraddizione, perché egli potrebbe, ad esempio, argomentare che all’accoglienza deve pensarci lo stato e non i privati cittadini. Semmai, nella discussione potrebbe/dovrebbe essergli chiesto conto di come pensa che lo stato dovrebbe farlo, con quali risorse, facendo ricadere su quali soggetti i sacrifici necessari ,eccetera eccetera, ma non obiettargli che lui “predica bene e razzola male”.

Deve però valere anche la reciproca: chi – altrettanto legittimamente – ritiene invece che lo stato debba fare di tutto per impedire che sul suo territorio entrino degli immigrati illegali e debba rispedire nel più breve tempo possibile al paese d’origine o comunque fuori dei confini nazionali quelli che vi fossero comunque entrati senza averne diritto, non deve per questo essere bollato come “cattivo”, “disumano”, “assassino” eccetera eccetera, come pure si sente fare molto frequentemente nel discorso pubblico. Gli si potrò/dovrà chiedere conto di come pensa che si possa realizzare il suo programma, eccetera eccetera.

Il punto vero, a mio modesto parere, è bandire la retorica morale (o moralistica) dal discorso politico. Noi non siamo “i buoni” e i nostri avversari non sono “i cattivi”. Siamo semplicemente di idee opposte e – questo sì! – ovviamente le nostre sono giuste mentre quelle degli avversari sono sbagliate. Ma quanto al resto, siamo tutti cattivi. Come certifica un’altra parola di Gesù: «nessuno è buono, se non Dio solo» (Lc 18,19).

P.S. Una volta, in questo blog mi sono entusiasmato per una cosa detta, forse per sbaglio, da Trump (https://leonardolugaresi.wordpress.com/2017/02/06/sorry-but-i-love-trump-today/#comments). Ad un intervistatore che gli obiettava scandalizzato che Putin è un killer, rispondeva candidamente: «beh, non è che noi siamo così innocenti!». Ecco, se si vuole usare la reductio ad Hitlerum (ho imparato poco fa da Wikipedia che fu Leo Strauss a inventare questa divertente espressione), bisognerebbe almeno avere cura di applicarla sempre anche un po’ a se stessi.

“Il dogma vive in te”: potessero dirlo di ciascuno di noi!

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The dogma lives loudly within you, and that’s of concern. Con queste parole la senatrice democratica Dianne Feinstein, nel settembre scorso durante un’udienza pubblica di una commissione del Senato degli Stati Uniti ha espresso la sua opposizione alla nomina di Amy Coney Barrett a giudice della corte di appello in quanto cattolica. Bisogna essere grati alla senatrice Feinstein per la limpida chiarezza con cui ha espresso la sua posizione: era dai tempi dell’impero romano che non si udiva, da parte di un’autorità pubblica, una così esplicita e ben formulata dichiarazione di ostilità alla fede cristiana.

Il Nemico conosce profondamente il cristianesimo, sa bene ciò che odia, ed è in grado di ispirare frasi di assoluta perfezione e di sinistra bellezza, come quella citata. Se volete ascoltarla in originale, dalle labbra della senatrice, la trovate qui: https://www.youtube.com/watch?v=PFewYEyoIa0.

Ora pare che il presidente Trump stia pensando di nominare la signora Barrett giudice della corte suprema: http://www.lanuovabq.it/it/cattolica-e-dogmatica-la-barrett-alla-corte-suprema. Speriamo che sia vero e che ce la faccia.

In ogni caso, la signora Barrett ai miei occhi ha già il merito di aver provocato l’enunciazione pubblica di quel bellissimo pensiero, una specie di medaglia al valor militare cristiano di cui tutti noi dovremmo desiderare di poterci un giorno fregiare: «Il dogma vive con forza dentro di te, e questo è un problema».

Come gettare fango sulla chiesa.

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Cerco di tenermi informato sulla vita della chiesa, perciò tra i siti che consulto regolarmente c’è anche Vatican Insider. Oggi vi trovo questo articolo: http://www.lastampa.it/2018/07/03/vaticaninsider/pedofilia-in-australia-vescovo-condannato-a-mesi-av9cc9hxPs4Mg532dIDvLM/pagina.html.

C’è sempre una quota di visitatori che legge solo i titoli: l’informazione (si fa per dire) che arriva a costoro da Pedofilia, in Australia vescovo condannato a 12 mesi è che è stato scoperto un altro vescovo pervertito, abusatore di bambini (perché questo significa nella comprensione comune il termine pedofilo), ed è stato condannato ad una pena irrisoria. Di suo, il lettore medio ci aggiunge l’implicazione che ciò sarà dovuto alla complicità e alla potenza della chiesa cattolica.

Leggendo il testo dell’articolo (mi baso solo su quello e non ho né tempo né voglia di fare ricerche per approfondire la vicenda, di cui non è piacevole occuparsi) e sapendo minimamente leggere tra le righe, si apprende un’altra storia.

Nel 1976 (42 anni fa, in un altro mondo rispetto ad oggi, dentro e fuori la chiesa), ad un giovane sacerdote di 25 anni (quindi appena ordinato) un ragazzo di 15 anni riferisce di avere subito abusi sessuali da un altro prete, trentacinquenne. Sbagliando – diciamo pure sbagliando gravemente, ma teniamo conto di qual era la prassi largamente diffusa a quei tempi nella chiesa e qual era la diversa sensibilità sociale su certi temi – quel giovane sacerdote non denuncia a chi di dovere la condotta del confratello (che propriamente consiste in “atti omosessuali con un minore”). Potrebbe avere avuto, dal punto di vista soggettivo, delle ragioni per comportarsi così, ragioni che però non conosco e che comunque ora non interessano. Diamo per scontato che abbia gravemente sbagliato nel gestire una situazione che, comunque, non si può negare che fosse delicata e difficile. Di questo è responsabile quel giovane prete, non di altro. Lui non ha abusato di nessuno, a quanto si sa; la sua personale condotta in campo sessuale non è in questione e anche per tutti gli altri aspetti della sua vita sacerdotale deve essersi comportato bene nel corso della sua vita, o almeno lo si spera dato che nel frattempo è stato fatto vescovo di Adelaide ed eletto dai suoi colleghi vice-presidente della conferenza episcopale australiana.

Quel titolo, Pedofilia, in Australia vescovo condannato a 12 mesi, e, al di là del titolo, il modo in cui la “notizia” passa nella mente di quasi tutti quelli che la ricevono, rende giustizia a lui e alla chiesa?

Dodici mesi di carcere, senza condizionale, ma forse solo commutati in detenzione domiciliare in considerazione del fatto che ha 67 anni e un principio di Alzheimer, per un’omissione compiuta 42 anni fa quando non era in una posizione di autorità ma solo un prete alle prime armi, sono davvero una pena irrisoria? O sono invece una pena sproporzionata, se si considera che in questo caso non viene applicato quell’istituto fondamentale che è la prescrizione, che tutti gli ordinamenti giuridici degni di questo nome prevedono in via generale, escludendola solo per pochi reati gravissimi? E tra le righe del resoconto fornito dall’articolo, non si avverte nelle parole dell’accusa e del giudice la volontà di operare una “deterrenza” specificamente rivolta contro la chiesa cattolica? Si ricordi che l’Australia è il paese in cui è stata recentemente approvata una legge che impone ai sacerdoti cattolici di violare il segreto della confessione nei casi di indagini su abusi sessuali. La chiesa cattolica australiana non ha niente da dire?

Tutte domande che un lettore consapevole dovrebbe farsi.

Il provincialismo, malattia mortale del cattolicesimo. (Riflessioni sul complesso antiromano, 2)

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«Il santo si contraddistingue sempre in virtù della sua passione per ciò che è cattolico. Egli si considera un membro singolo, insignificante, può essere questo o quello, ma è sempre un membro del tutto vivente, in virtù del quale e per il quale egli vive. Mai perciò un santo andrà d’accordo con quello che oggi viene presentato come un “pluralismo teologico” stanco, rassegnato o tendente caparbiamente al particolarismo. Il pluralismo in senso stretto – in quanto tesi secondo cui all’interno dell’unica chiesa cattolica le diverse posizioni non possono più essere armonizzate da un’istanza umanamente equanime – è un provincialismo e, quindi, una negazione della cattolicità. […] Una teologia, ancora degna del nome, dovrebbe avere oggi l’ambizione di “curare da un unico punto” gli aspetti divergenti della verità cristiana, di trasformare il contrasto pratico e teorico e la convivenza indifferente in una collaborazione, dapprima teoretica e poi pratica; dovrebbe essere abbastanza intelligente da superare ogni dialettica sterile e ridurre al silenzio tutte le grida che enunciano l’impossibilità di conciliare le diverse posizioni (come primato e collegialità). Evidentemente abbiamo qui a che fare con una decisione fondamentale: se cioè si debba relativizzare e dissolvere la concreta unità della catholica in un’unità astratta della humanitas – come oggi sono costretti a fare i teologi pluralisti coerenti – oppure confermare questa concreta unità della catholica anche lè dove deve aprirsi illimitatamente – ad esempio all’atteggiamento ecumenico con i suoi mille problemi e all’intera umanità, religiosa e atea – senza per questo negare la legge, alla quale ha aderito e per la quale è realmente una forma determinata che si sviluppa vitalmente». [H.U. von Balthasar, Il complesso antiromano. Come integrare il papato nella chiesa universale, trad.it. Brescia 1974, pp.43-44]

Si confrontino queste parole piene di saggezza cristiana con la piega che sta prendendo il “pasticcio tedesco” della comunione ai protestanti, dove a quanto pare c’è da temere che si stia andando, con il pratico assenso di Roma, verso una situazione in cui “ciascuno fa come gli pare”. E non più su una questione di morale, come era già successo per l’interpretazione e l’applicazione di certi contenuti di Amoris Laetitia, ma addirittura sulla disciplina del sacramento eucaristico.

Un consiglio di lettura: Il complesso antiromano. (Riflessioni sul papa, 1)

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Riflettere sul papato, per cercare di comprenderlo meglio, è necessario. Il papa, infatti, nella vita dei cristiani è diventato sempre più importante nel corso degli ultimi centocinquant’anni e negli ultimi decenni questa crescita di importanza si è fatta addirittura ipertrofica. Un tempo, per il cristiano comune, il parroco era prossimo e il papa era remoto. Oggi può accadere, apparentemente, il contrario: che il papa sembri prossimo e il parroco remoto. Una volta ll papa stava a Roma, non lo si vedeva né lo si sentiva (se non si era, appunto, di Roma): quelli che si vedevano e si sentivano erano  i preti nominati dai vescovi nominati dal papa. Dal punto di vista teologico-giuridico, la sua autorità era pienamente definita anche allora come lo è adesso, ma sull’esistenza concreta dei fedeli essa si esercitava in modo molto indiretto e meno pesante.

La logica del cristianesimo è, sempre, una logica di prossimità, perché l’esperienza cristiana è un’esperienza carnale: infatti la chiesa è un corpo, e in un corpo la singola cellula appartiene all’organismo solo in quanto appartiene a un determinato tessuto che a sua volta appartiene a un determinato organo del corpo stesso. La prossimità che il cristiano vive, in questo senso, è quella che si realizza con con le persone della comunità particolare a cui appartiene, parrocchia, movimento, gruppo d’ambiente o associazione che sia. Ed è all’interno di questa prossimità che egli trova anche i primi, naturali e immediati riferimenti autorevoli (che naturalmente sono tali se a loro volta sono inseriti nel corpo e dipendono ultimamente dal “capo”). In questa organizzazione, il papa è l’istanza ultima, il custode e garante della fede comune. Non altre cose da questo.

Oggi non è più (solo) così. Basti considerare un solo esempio, per rendersene conto: i papi, un tempo, non parlavano molto. I loro interventi erano rari e quasi sempre “ufficiali”. Gli ultimi papi hanno invece parlato moltissimo, ogni giorno, e non solo seguendo testi scritti e preparati in anticipo, ma anche “all’impronta”. Lo hanno fatto in modi diversi – alcuni parlando “come un libro stampato” anche quando “improvvisavano”, altri parlando come viene – ma tutti lo hanno fatto. Non solo, ma hanno parlato praticamente di tutto. E attraverso i media le loro parole sono potute arrivare direttamente a tutti.

Direttamente? No, in verità: mediaticamente, piuttosto. Qui sta l’origine di un problema enorme, completamente nuovo per la storia della chiesa, di cui io credo che non abbiamo ancora acquisito piena consapevolezza. La prossimità del papa “parroco del mondo”, in cui tanti cristiani vivono – o credono di vivere – è vera solo in parte. In parte, io direi in buona parte, è falsa, perché è una “prossimità mediatica”. Ne consegue che sì, il papa conta moltissimo nell’esperienza dei singoli cristiani, conta oggi più di quanto abbia mai contato in tutti i secoli precedenti della storia della chiesa, ma è il “papa mediatico” a contare, più che quello reale. E questo non può non fare problema. L’attuale pontificato, per certi aspetti controverso e a giudizio di alcuni divisivo, non ha creato questa contraddizione, che c’era già, ma l’ha fatta esplodere e ne soffre le conseguenze.

Anche per questo è necessario tornare a riflettere su ciò che il papato significa per noi cattolici. In questi giorni ho ripreso in mano un libro di Hans Urs von Balthasar, Il complesso antiromano. Come integrare il papato nella chiesa universale, uscito in Germania nel 1974 e tradotto lo stesso anno da Queriniana. Le sottolineature a matita che trovo sulla mia copia indicherebbero che da giovane ne avevo letto una buona parte, però non mi ricordavo nulla, e forse ci avrò capito poco. A più di quarant’anni di distanza è ancora attualissimo, anzi trovo che sia ancor più prezioso oggi di allora. Ne consiglio perciò caldamente la lettura.

Intanto ne propongo qui una prima breve citazione. Nei prossimi giorni proseguirò:

«all’interno della chiesa cattolica […] esiste un radicato complesso antiromano […] esso costituisce una realtà che la comunità della chiesa deve incessantemente superare. […] esso deve essere connesso con l’inevitabile carnalità della chiesa, con la stretta interdipendenza di tutti i suoi membri. […] il corpo umano viene mosso da un principio spirituale che gli è immanenete, il “sistema umano” possiede una certa autonomia e compattezza. Il corpo ecclesiastico viene mosso da un “capo” che sta al di sopra di esso e in rapporto al quale è “soprannaturale”, e la funzione di governo della chiesa, soprattutto il papato, vi è presente per richiamare continuamente questa trascendenza e addirittura per rappresentarla. Questa è una cosa non accettabile per un corpo che si concepisca immanentisticamente, cioè sociologicamente» (pp.10. 15).

Il papa nel pensiero di Marx.

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Ieri il consiglio permanente della conferenza episcopale tedesca si è occupato della spinosa e delicatissima questione della comunione eucaristica ai protestanti, su cui la congregazione per la dottrina della fede era recentemente intervenuta con un documento che era sembrato a tutti molto chiaro e fermo nell’indicare una linea di condotta ben diversa da quella “aperturista” caldeggiata da molti vescovi tedeschi e avversata da altri (che si erano per l’appunto rivolti a Roma per chiedere se la piega che stava prendendo la loro conferenza episcopale fosse legittima).

Una volta si diceva Roma locuta causa finita. Altri tempi, d’accordo. Però sarebbe lecito aspettarsi che un pronunciamento ufficiale della congregazione per la dottrina della fede, esplicitamente approvato e sottoscritto dal papa, contasse qualche cosa.

Leggo su Vatican Insider che – stando al comunicato ufficiale – nella riunione di ieri il cardinale Marx, presidente della Deutsche Bischofskonferenz e membro del consiglio dei nove cardinali che coadiuvano il papa nella riforma della curia romana, quindi un personaggio di primo piano nell’attuale dirigenza della chiesa cattolica, «ha informato il Consiglio Permanente sui colloqui avuti a Roma», durante i quali, «in un incontro con Papa Francesco ha potuto chiarire che la lettera della Congregazione per la dottrina della fede del 25 maggio 2018 fornisce indicazioni e un quadro di interpretazione», che «il testo non è un documento della Conferenza Episcopale, dato che contiene anche una dimensione universale», e che «il testo come orientamento è nella responsabilità dei singoli vescovi».

Non volendomi fidare ciecamente del pur autorevole sito che riportava questa notizia, ho voluto controllare il testo originale, che dice proprio così:

«Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz hat den Ständigen Rat über seine Gespräche in Rom informiert. In einer Begegnung mit Papst Franziskus konnte er klären, dass

  • der Brief der Kongregation für die Glaubenslehre vom 25. Mai 2018 Hinweise und einen Interpretationsrahmen gibt,
  • der Text nicht als Dokument der Bischofskonferenz erscheint, da es auch um eine weltkirchliche Dimension geht,
  • der Text als Orientierungshilfe in der Verantwortung der einzelnen Bischöfe liegt».

In buona sostanza, tolti gli orpelli, Marx riferisce ai suoi colleghi di aver chiarito a papa Francesco che la lettera della congregazione non conta nulla. Sarà anche colpa del tedesco, che, quando è così assertivo, risveglia in tutti i non tedeschi brutti ricordi, ma l’impressione è questa. A nessuno fa problema, una cosa del genere?

(E pensare che qui proprio ieri ci chiedevamo se si può criticare il papa! Marx è su un altro pianeta: altro che criticare, spiega lui al papa che cosa deve fare dei suoi stessi documenti. Magari qualcuno potrebbe dire che «konnte er klären» non va inteso come «ha potuto mettere in chiaro [al papa]», ma «ha potuto appurare [dal papa]»: temo però che sarebbe solo una pia e devota foglia di fico.