A che serve pregare?

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«La preghiera cristiana non chiamerà magari l’angelo della rugiada in mezzo al fuoco, non chiuderà le fauci dei leoni, non porterà il pranzo del contadino all’affamato, non darà il dono di immunizzarsi dal dolore, ma certo dà la virtù della sopportazione ferma e paziente a chi soffre, potenzia le capacità dell’anima con la fede nella ricompensa, mostra il valore grande del dolore accettato nel nome di Dio.

“Ma una volta la preghiera infliggeva colpi, sbaragliava eserciti nemici, impediva il beneficio della pioggia ai nemici!” Ora invece la preghiera allontana ogni ira della giustizia divina, è sollecita dei nemici, supplica per i persecutori. […]Solo la preghiera vince Dio. Ma Cristo non volle che fosse causa di male e le conferì ogni potere di bene. […] Ma c’è un fatto che dimostra più di ogni altro il dovere dell’orazione. Ecco, questo: che il Signore stesso ha pregato».

[Tertulliano, De oratione, 29]

Il pensiero di Dio e il pensiero di Maria.

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L’evento più importante della storia si è compiuto in silenzio, all’insaputa di tutti, dentro la coscienza di una ragazza, poco più di duemila anni fa. (Non sappiamo esattamente l’anno e il giorno, ma è successo veramente).

Dio ha rivelato il Suo Pensiero a una creatura umana e quella creatura umana lo ha capito. Infatti lo ha concepito.

(Gli uomini, da Adamo ed Eva in poi, non capiscono mai bene quello che Dio dice loro. Ce lo deve ripetere più volte, in molti modi, con le buone e con le cattive, e poi delle volte non basta … Quella volta Maria ha capito subito. È la più grande pensatrice dell’umanità)

Il santo timor di Dio (Obra bien, que Dios es Dios).

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È uno degli scomparsi dal linguaggio cristiano di oggi. Difficile, per non dire quasi impossibile, sentire ai nostri giorni questa espressione in una predica, durante una meditazione o in una conversazione tra cristiani; altrettanto improbabile, se non di più, che compaia in un documento ecclesiastico. (Nel Catechismo della Chiesa Cattolica, tuttavia, compare almeno 13 volte, se non ho contato male).

Nella barbarie linguistica in cui siamo caduti, del resto, la maggior parte delle persone non sa più neanche distinguere fra “timore” e “paura” e al massimo crede che il timore sia una paura da poco. Se fosse così, l’espressione «timore di Dio» andrebbe assolutamente ripudiata, perché delle due l’una: di Dio, o non si deve avere paura affatto oppure, se si ha ragione di averne paura, bisogna avere terrore, altro che “un pochino di paura, ma non molta”. Come dice la Lettera agli Ebrei, «È terribile (φοβερὸν) cadere nelle mani del Dio vivente» (10,31).

Niccolò Tommaseo, non so più dove, racconta un aneddoto che mi è rimasto in mente: un giorno, facendo una passeggiata nei dintorni di Firenze, si fermò a chiedere indicazioni ad una contadina che teneva in braccio un bambino: il piccolo, di fronte allo sconosciuto, nascose la faccia nel seno della mamma e Tommaseo disse: «Mi dispiace, gli ho fatto paura». Al che la donna replicò: «Non è paura, è timore!», suscitando l’ammirazione del grande lessicografo. (Ma eravamo a metà dell’Ottocento, e la gente parlava molto meglio, che fosse in italiano o, fuori di Toscana, in altro volgare).

Comunque sia, se avessimo voglia di riflettere un po’ sul santo timore di Dio (che una volta era uno dei sette doni dello Spirito Santo: nientemeno!), ci potrebbero aiutare queste parole di Ilario di Poitiers (un Padre del IV secolo, che fece la sua parte nella lotta contro l’arianesimo).

«Il timore è considerato come la paura che ha l’umana debolezza quando teme di soffrire ciò che non vorrebbe che gli accadesse. Tale genere di timore si desta in noi con il rimorso della colpa, di fronte al diritto del più potente, o all’attacco del più forte, a causa di una malattia, per l’incontro con una bestia feroce o, infine, per la sofferenza di qualsiasi male.

Non è questo il timore che qui [nella Scrittura] si insegna, perché esso deriva dalla debolezza naturale. In questa linea di timore, infatti, ciò che si deve temere non è per nulla oggetto e materia di apprendimento, poiché le cose temibili si incaricano da se stesse di incutere terrore.

Del timore del Signore invece così sta scritto: “Venite, figli, ascoltatemi, vi insegnerò il timore del Signore” (Sal 33,12). Dunque si impara il timore del Signore, perché viene insegnato. Questo genere di timore non sta nello spavento naturale e spontaneo, ma in una realtà che viene comunicata come una dottrina. Non promana dalla trepidazione della natura, ma lo si comincia ad apprendere con l’osservanza dei comandamenti, con le opere di un vita innocente, e con la conoscenza della verità» [Dal commento al Salmo 127, 1-3].

Dio è Dio. Pensarci, significa avere il timore di Dio. Come dice la Ley de Gracia nel Gran teatro del mundo di Calderón de la Barca: «obra bien, que Dios es Dios».

“Andare alla dottrina”.

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Quando ero piccolo, si diceva così: «andare alla dottrina». Era l’espressione comune, quella più popolare, assai più usata di “catechismo”. (“Catechesi” era parola pressoché sconosciuta, in una chiesa che, poveretta, non aveva ancora scoperto le nuove frontiere del linguaggio postconciliare: figuratevi che “andavamo a messa”, invece di “partecipare all’assemblea liturgica” o, meglio ancora, alla “sinassi eucaristica”).

Comunque, ogni domenica il mio parroco, don Rino, al termine della messa diceva: «Vi do gli avvisi» (anche qui, senza tanti fronzoli) e il primo era sempre: «Alle due e mezza, la dottrina cristiana per tutti i bambini e le bambine». Fatta la tara della nostalgia senile per i tempi dell’infanzia, e senza idealizzare nulla (a me, poi, fra l’altro, la dottrina non piaceva granché e quando potevo cercavo di evitarla), resta che quella espressione – presa in sé e per sé, nella sua nudità – oggi mi pare bellissima: «la dottrina cristiana per tutti i bambine e le bambine». Era una chiesa che non si vergognava della parola «dottrina», e la pronunciava tranquillamente, quasi con nonchalance; ma soprattutto era una chiesa che sapeva che la dottrina è per tutti, anche (anzi soprattutto) “per tutti i bambini e le bambine”.

Oggi “dottrina” è diventata una parola imbarazzante: il generale dei gesuiti la trova troppo “petrosa” per i suoi gusti, nessun vescovo o parroco la metterebbe nel “piano pastorale” della diocesi o della parrocchia, e anche il papa, quando gli capita di pronunciarla, soggiunge pensieroso: «sottolineo la parola, parola difficile da capire» (così ai luterani di Roma, nel novembre 2015».

Certo, molta acqua è passata sotto i ponti: dopo quella dottrina parrocchiale che non ci piaceva molto abbiamo conosciuto tante altre cose, fatto tante altre esperienze: al liceo abbiamo sentito dire che “il cristianesimo non è una dottrina, né una morale, Ma l’incontro con la persona di Cristo, un’esperienza viva, non una teoria” e questo ha affascinato tanti di noi. (Però è anche vero che a tanti di quei tanti il fascino poi è passato, e se ne sono andati per le strade più diverse …).

Nel frattempo, le istituzioni ecclesiastiche si affannavano ad essere (o a sembrare) sempre più “pastorali” e meno “dottrinali”, dimenticando quello che, nella sua saggezza, il cardinale Caffarra (che Dio lo rimeriti!) qualche tempo fa ci ha ricordato: che «una chiesa più povera di dottrina non è più pastorale ma solo più ignorante».

Comunque, quella volta là, a noi “tutti i bambini e le bambine” che andavamo alla dottrina venivano dette cose come questa: «Perché Dio ci ha creati? Dio ci ha creato per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita, e per goderlo poi nell’altra in paradiso». Sarà petroso, sarà detto male, si potrà dirlo mille volte meglio, sarà una cosa che se la dici oggi molti ti voltano le spalle indignati, sarà una cosa che se la dici ai bambini del catechismo le famiglie si rivoltano e non te li mandano più … sarà tutto quello che volete. Però è sostanzialmente vero.  E Dio sa quanto ci sarebbe bisogno che qualcuno lo dicesse all’uomo contemporaneo.

La pietra scartata dai gesuiti …

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Nell’impagabile intervista concessa al vaticanista Giuseppe Rusconi (la si veda qui: http://www.rossoporpora.org/rubriche/interviste-a-personalita/672-gesuiti-padre-sosa-parole-di-gesu-da-contestualizzare.html), il generale dei gesuiti Arturo Sosa ad un certo punto dice: «Dottrina è una parola che non mi piace molto, porta con sé l’immagine della durezza della pietra».

Non gli piace la dottrina perché non gli piacciono le pietre. Questione di gusti, si dirà.

Il fatto è che a Dio, invece, le pietre piacciono. Dio, «mia roccia … mia rupe in cui mi rifugio»: così lo invoca il salmista, da Lui ispirato.  Dio non disdegna di essere chiamato roccia, cioè pietra. E anche suo Figlio si definisce «pietra»: la pietra che i costruttori hanno scartato e che è diventata testata d’angolo (cfr. Mt 21,42).

(A proposito, quella volta disse anche che «chi cadrà su questa pietra sarà sfracellato; e qualora essa cada su qualcuno, lo stritolerà» (Mt 21,44). Pare che ogni tanto dicesse di queste cose. Ma chissà: come è noto allora non c’era il registratore).

La bellezza è gratuita, ma obbliga.

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«La stessa natura, che ci circonda, insegna a ciascun fedele a onorare Dio. Infatti il cielo e la terra, il mare e quanto si trova in essi proclamano la bontà e l’onnipotenza del loro Creatore. E la meravigliosa bellezza degli elementi, messi a nostro servizio, non esige forse da noi, creature intelligenti, un doveroso ringraziamento?» [San Leone Magno, Sermoni quaresimali, VI, 1,2]

La bellezza, tanto quella del mondo creato quanto quella dell’esperienza cristiana della vita; la bellezza su cui tanto oggi si insiste (e giustamente), da parte di molti, per dire che non la dottrina né la morale cristiana possono convincere gli uomini di oggi, ma solo un fascino … ebbene, la bellezza obbliga. (Un po’ come una volta si diceva che noblesse oblige).

Non la si incontra impunemente: esige gratitudine, come insegna Leone Magno.

(Detto più volgarmente, perché la nostra non è più l’età dei Padri: il mondo, con tutte le sue bellezze, non è un buffet strapieno di leccornie, che ognuno va lì, si serve come vuole, poi torna al tavolo col suo piattone stracolmo, mangia quel che gli pare e lascia pure gli avanzi …).

I cristiani sono matti. Perpetua, per esempio …

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Era una giovane signora della buona società cartaginese (honeste nata, liberaliter instituta, matronaliter nupta, dice la Passio che la riguarda – un racconto così bello che c’è chi ha pensato che la redazione finale sia opera di Tertulliano). Aveva ventidue anni, probabilmente era già vedova, con un figlio piccolo che ancora allattava. Nel 203 viene arrestata, insieme ad altri della comunità di Cartagine. Quando la mettono in prigione ha molta paura perché, come scrive lei stessa, “non era mai stata in un buio  tanto fitto” (et expavi, quia numquam experta eram tales tenebras).

In realtà non era difficile togliersi dai guai, soprattutto per una persona altolocata. Il suo babbo si mette subito in azione per farla uscire di galera: va a trovarla e le dice che basta che rinneghi la fede. “Vedi quel vaso lì per terra?” – gli risponde lei. “Sì, lo vedo”. “Sì può fare in modo che non sia quello che è?” “No”. “Ecco, per me è lo stesso”.

È inutile, con certa gente non si ragiona. Il babbo, che le vuol bene, si arrabbia tanto che vorrebbe saltarle addosso e cavarle gli occhi (ut oculos mihi erueret, scrive sempre lei). (e si capisce, pover’uomo: è quando vuoi bene che ti arrabbi: se non ti importa delle persone, sei sempre gentile, “buono” e tollerante). Poi ritorna, giorni dopo, “distrutto dal dolore” (consumptus taedio), piange, la supplica, le si getta ai piedi … le strazia il cuore, ma non la smuove di un millimetro.

Il 7 marzo del 203, nell’anfiteatro di Cartagine (dove io sono stato e le ho rivolto una preghiera), muore in un modo atroce, o bellissimo a seconda dei punti di vista, insieme con altri cristiani, tra cui la sua ancella Felicita (di cui un’altra volta qui abbiamo parlato).

Noi la celebriamo come santa. (Però abbiamo ben poca voglia, noi, di entrare in contrasto col mondo, di dire anche solo qualcosa che al mondo dispiaccia, e sotto sotto forse la pensiamo come il suo babbo …). Matta.

L’11 settembre di Roma. Pensare la crisi con Agostino.

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Segnalo, a chi fosse interessato all’argomento, che è appena uscito un mio articolo con questo titolo sull’ultimo numero della rivista Vita e Pensiero. Qui ulteriori informazioni: http://rivista.vitaepensiero.it/. Non posso ovviamente riportarne qui il contenuto e mi limito al sottotitolo (che è redazionale, non mio): «Può servire oggi rileggere la Città di Dio per comprendere meglio la crisi del nostro mondo, così come il santo di Ippona interpretò la fine dell’impero romano. Arrivando fino a Ratzinger e al discorso di Ratisbona. Un elogio della pesantezza».

Nulla resterà impunito

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In Italia i giudici sono come dèi. Teoricamente «soggetti soltanto alla legge» (art.101 Cost.), in pratica fanno quello che vogliono. Se vogliono, possono anche fare impunemente strame della legge, della ragione, della giustizia. La legge, per esempio, dice ancora che la cosiddetta “maternità surrogata” (cioè comprarsi un bambino affittando l’utero di una donna) non è ammessa nell’ordinamento giuridico italiano; però i giudici della corte d’appello di Trento, se vogliono, possono fare come se questa legge non ci fosse e quindi decidere che un bambino può essere figlio di due padri (e di nessuna madre). Sit pro ratione voluntas.

Ma Dio c’è. Ed è – Lui sì! – giudice giusto. Nulla restrà impunito.

Si chiamava Fabiano Antoniani

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Non Dj Fabo, come hanno sparato in tanti, in questi giorni di martellante e ignobile campagna propagandistica a favore del diritto al suicidio. Tutti a parlarne come se l’avessero conosciuto, come se gli fossero stati amici, come se ci tenessero a lui … L’uso del soprannome, al posto del nome, è una spia: finge una familiarità che non c’è e nello stesso tempo tradisce che in realtà non si pensa alla persona, ma all’uomo-simbolo, al testimonial di una causa. Diciamolo più brutalmente: al pupazzo mediatico.

Invece di fronte alla morte non ci sono soprannomi, così come non ci sono titoli: di fronte alla morte siamo solo persone, e abbiamo solo il nostro nome. Quello del battesimo, se siamo battezzati (come penso fosse anche lui). È morto Fabiano Antoniani, non Dj Fabo: quello se n’era andato già da anni, insieme con le foto spavalde che piacciono tanto ai giornali e alle tv, quelle messe in prima pagina per farci capire, senza dirlo, che  la vita, se non può più essere quella delle corse in moto e delle notti in discoteca, non è neanche più degna di essere vissuta.

E noi, invece, che cosa possiamo dire di Fabiano Antoniani e per Fabiano Antoniani? Prima di tutto questo: «L’eterno riposo dona a lui Signore, risplenda a lui la luce perpetua».

Poi possiamo esprimere un sentimento di assoluto rispetto per la sua tragedia personale e, se ci riusciamo, provare un vero dolore per lui, anche se non lo conoscevamo. (Non è così facile, perché ormai abbiamo tutti il cuore indurito e i sentimenti, per lo più, li fingiamo).

Basta. Sulla vicenda personale non abbiamo bisogno di dire nient’altro. Non tocca a noi.

Invece sul “caso politico”  siamo tenuti a prendere posizione come cittadini, perché riguarda tutti. Ma dobbiamo farlo seriamente, prescindendo dalla vicenda personale. Diciamolo,  una buona volta: non si fa politica, non si fa diritto, non si fa legislazione (ma non si fa neanche economia, né scienza, né arte, né alcunché di aspirante ad un valore generale) sui casi personali, sullo sfruttamento delle emozioni e dei (presunti) buoni sentimenti. Cioè non si fa quello che da cinquant’anni, in Italia, hanno sempre fatto i radicali – con gli esiti che sappiamo; quello che fa anche in questi giorni il signor Cappato, per dirne uno.

La politica e il diritto si fanno a mente fredda. Cercando, per quello che si può, di ragionare. E allora, se si prende in considerazione la proposta politica di sancire nel nostro ordinamento un “diritto al suicidio”, basta non essere del tutto stupidi per accorgersi che sarebbe (sarà, temo) un’assurdità. L’affermazione di un diritto soggettivo, infatti, implica necessariamente, in capo a tutti gli altri soggetti , l’imposizione di doveri ad esso correlati e senza i quali il diritto stesso non esisterebbe. Per esempio: il mio diritto di proprietà su un bene vige solo in quanto comporta il correlativo dovere di tutti gli altri ad astenersi dall’impossessarsene. Se l’ordinamento riconoscesse un diritto al suicidio scatterebbe il dovere per tutti di astenersi dal compiere qualsiasi atto volto a impedirlo e, nello spirito della nostra costituzione, il dovere per lo stato di “rendere effettivo” tale diritto rimuovendo tutte le circostanze che possono ostacolarlo. Le tensioni che si stanno artificosamente provocando in questi stessi giorni a proposito della legge 194 sono lì a dimostrare gli effetti di questa logica: una volta affermato il diritto all’aborto scatta il dovere di fare abortire. Ma il suicidio è, per sua natura, un atto essenzialmente anti-giuridico. La legge non può normarlo. Eppure è quello che si sta cercando di ottenere.

E come cristiani, che cosa abbiamo da dire? Lasciamo pure da parte il piano politico e giuridico, sul merito della scelta di farsi uccidere quando si è in condizioni così difficili da vivere, che cosa possiamo dire noi cristiani, in un mondo in cui quasi tutti (ma proprio quasi tutti) sono convinti che sia giusto così, che sia anzi l’unica cosa da fare perché “se toccasse a me non vorrei certo continure a vivere ridotto in quel modo”?

La verità, temo, è che non abbiamo più niente da dire. È come se non avessimo più le ragioni. Balbettiamo qualcosa, pensiamo di cavarcela con belle frasi (oggi si porta molto “diciamo no alla cultura dello scarto”), ma le ragioni non le sappiamo più dare. O non abbiamo più il coraggio di dirle. Ci sarebbero, ma sono scritte in vecchi libri che non leggiamo più.

«Perché si deve continuare a vivere quando non si vuole più vivere?»  Se la chiesa non sa rispondere a questo, che cosa sa?