Siamo responsabili di ciò che vediamo?

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La parabola del buon samaritano, che oggi abbiamo riascoltato alla messa, ribadisce, tra le altre cose, un elemento fondamentale della rivoluzione culturale portata di Gesù Cristo nel mondo: quello della responsabilità dello sguardo.

L’uomo aveva sempre saputo di essere responsabile di ciò che faceva, Gesù gli insegna che è responsabile anche di ciò che guarda. Basti l’esempio, oggi urticante come non mai, di Mt 5,27-28: «Avete inteso che fu detto: “Non commettere adulterio”;» – ordine dell’azione: ci sta, uno prima di fare certe cose se lo deve immaginare che poi ci sono delle conseguenze – «ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore». Dall’ordine dell’azione si passa inopinatamente all’ordine della visione: fine del regime “guardare ma non toccare”. Tutti fregati, nessuno può vantarsi di essere a posto («Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia» si può chiosare con Rom 11,32).

Ma c’è di più. La precisazione della categoria di prossimità, a cui Gesù viene indotto dalla domanda dell’anonimo dottore della legge in Lc 10,25 ss. si impernia sull’idea di una responsabilità che non è neanche dello sguardo, inteso come focalizzazione intenzionale della mente, attraverso gli occhi, su un aspetto particolare della realtà piuttosto che su un altro. (Come era nel detto precedente, da cui infatti sono derivati nella tradizione ascetica cristiana secoli di pratiche di disciplina dello sguardo oggi pressoché dimenticate), ma è una responsabilità della visione. Gesù, con la parabola del buon samaritano, in sostanza ci dice che siamo responsabili di ciò che vediamo. Non solo di ciò che scegliamo di vedere, ma anche di ciò che ci accade di vedere anche senza che lo abbiamo scelto. «Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre» (10,31-32).

Che cosa fa scattare la responsabilità del sacerdote e del levita? Il puro e semplice fatto che hanno visto. Rispondendo alla domanda del teologo che vuole una definizione di “prossimo”, Gesù non pone alcun dovere morale di solidarietà nei confronti di una categoria, in qualsivoglia modo definita. Il prossimo è colui a cui tu sei vicino. Non fossero passati di lì quel giorno e a quell’ora, il sacerdote e il levita non avrebbero avuto nessuna responsabilità nei confronti di quel tale, così come non ne hanno alcuna, che ne so, per le  vittime della criminalità, o per i politraumatizzati, o per chiunque altro. Sono responsabili perché sono lì, abbastanza vicino (la parola chiave che il testo impiega in greco è appunto πλησίον) da poter vedere.

Il cristianesimo antico ha impiegato questo rivoluzionario criterio introdotto da Gesù nell’orizzonte dell’umanità come fattore determinante della krisis operata sulla “società dello spettacolo” dell’impero romano, come ho cercato di dimostrare altrove (Il teatro di Dio, Brescia 2008). Contro il dogma di ogni “cultura dello spettacolo”, che vuole lo spettatore istituzionalmente innocente, invulnerabile e irresponsabile di ciò che guarda, il cristianesimo ha compiuto una mossa eversiva, che ha cambiato per sempre i termini della questione. Dopo Gesù Cristo, non ce la possiamo cavare più dicendo “non sono stato io”. La domanda è diventata: “C’eri? Hai visto? E che hai fatto?».

Quella fu una grande rivoluzione operata dal cristianesimo e se ne sentono ancora, benché attutiti e offuscati dalla secolarizzazione moderna, i benefici effetti. Da cento anni a questa parte, però, siamo alle prese con un altro rivoluzionario cambiamento antropologico, con cui la stessa rivoluzione cristiana deve fare i conti. E secondo me non li ha ancora fatti pienamente.

Il mondo in cui Gesù proclama la responsabilità della visione è un mondo in cui gli uomini vedono solo ciò che è fisicamente loro vicino. Ciò che vedono è quasi sempre anche “a portata di mano”, o quanto meno “a portata di gambe”. Il sacerdote e il levita, dopo aver visto l’uomo malmenato dai briganti, dovevano fare solo pochi passi per raggiungerlo e fare quel che poi farà il samaritano. Ciò che è visibile è raggiungibile, e ciò che è raggiungibile (di solito) è anche visibile. Così funzionava il mondo: certo, esistevano anche le cose lontane, che si sapevano “per sentito dire”, ma Gesù non parla affatto di quelle. Non c’è nessuna parabola che dica: “Un sacerdote, avendo letto sul giornale che un tale era stato aggredito sulla strada da Gerusalemme a Gerico, voltò pagina senza fare nulla … invece un samaritano, avendo letto l’articolo, decise di andare a cercare quell’uomo eccetera eccetera”.

La visione da lontano (cioè la tele – visione, intesa ovviamente nel senso più lato possibile, e aperto a tutti gli inopinati sviluppi che purtroppo può avere …) ha cambiato tutto. Ha cambiato il mondo e ha cambiato l’uomo. Oggi siamo nella condizione di vedere soprattutto ciò che è lontano (per giunta con il massimo della precisione dei dettagli, perché come è noto, “le cose in televisione si vedono meglio”). Nella pagana società dello spettacolo, tornata trionfalmente in auge e oggi assolutamente dominante, questo non è un problema. Assai meglio degli antichi romani che nell’arena guardavano morire i protagonisti degli spettacoli cruenti (professionisti o condannati che fossero) comodamente assisi sulle tribune, noi siamo nelle condizioni di assistere da casa nostra a tutte le catastrofi del mondo, nella più perfetta invulnerabilità espensierata “innocenza”. Come già cantava l’epicureo Lucrezio, è uno spasso veder gli altri naufragare, sapendo di avere la terra sotto i piedi. È talmente seducente, che c’è tutta una pornografia del dolore altrui di cui però parliamo troppo poco …

Ma da cristiani? Essendo stato risvegliato nella nostra coscienza quel principio di responsabilità dello sguardo di cui si diceva, come viviamo la nuova condizione in cui siamo, quella in cui “si vede tutto”? Se vedo tutto, sono dunque responsabile di tutto? Fosse una cosa che vedo oggi la parabola del samaritano, dovrei dire: “sulla strada da Gerusalemme a Gerico io non c’ero, ma l’ho visto in televisione”. Potrei averlo visto addirittura “in tempo reale”: essere lì, a guardare mentre i briganti lo picchiavano. (Tanti anni fa, non restammo tutti svegli, presidente della repubblica in testa, un’intera notte a veder morire un bambino in un pozzo?). Tutti i giorni sono “lì vicino”, ma solo con la vista. Nella pratica impossibilità di fare come il samaritano, e perciò facile preda di chi vuole sfruttare il mio disagio.

Che ne è, in questa mutata condizione, della responsabilità dello sguardo? Trovo che qui ci sia un punto di crisi fortissima nel rapporto tra il cristianesimo e il mondo contemporaneo, che non è stato ancora affrontato adeguatamente. Per molto tempo, ad esempio, mi pare che all’ipertrofia della visione si sia risposto, in una certa pastorale ecclesiastica, con una retorica della colpevolizzazione: le immagini strazianti della sofferenza dei bambini di quello che allora si chiamava terzo mondo, hanno innescato, in tanti giovani della mia generazione che si sono sentiti “colpevoli” di essere nati nel primo, insieme a molti generosi tentativi di fare qualcosa per aiutarli, anche un disagio che in certi casi si è fatto insostenibile, è degenerato in tristezza e in rabbia ed è stato la causa di esiti, umani e politici, quanto mai infelici.

In che senso, in che modo, entro quali limiti sono responsabile di ciò che vedo, anche nel mondo in cui “si vede vicino anche ciò che resta lontano”? Ecco una questione su cui sarebbe urgente un serio lavoro culturale.

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Satana non vuole figli.

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Vincent Lambert non è morto perché nessuno si è voluto prendere cura di lui. Non è morto a causa della nostra indifferenza, del nostro egoismo, della nostra pigrizia, del nostro attaccamento alle comodità e alle convenienze. Non è morto perché nessuno si è alzato a dire: a lui ci penso io.

Fosse stato appena (!) così, saremmo nell’ordine di peccati mortali sì, ma umani. Egoismo, pigrizia, attaccamento ai comodi nostri e ai vantaggi nostri sono la pasta carnale di cui siamo fatti. (E, nonostante ciò, a nostro Signore non ha fatto schifo impastarsi con la stessa carne).

Ma non è andata così. Per Vincent c’era qualcuno disposto a prendersi cura di lui e a portare con lui il peso della sua vita: i suoi genitori, tanto per cominciare. Così come c’era qualcuno per Charlie Gard, per Alfie Evans e per tanti altri di cui non conosciamo o non ricordiamo i nomi. C’era qualcuno anche per Eluana Englaro: non era suo padre, ma le suore che da anni la curavano. Qualcuno c’è sempre.

Vincent e gli altri sono stati uccisi perché si è voluto impedire, con la forza dello stato, che padri e madri (naturali o elettivi) continuassero ad amare e a far vivere i figli.

Questa non è “normale” miseria dell’egoismo umano (“farti vivere mi costa fatica, non ne ho voglia”), questo è odio satanico: “Padre non devi amare il Figlio”.

Ho messo le maiuscole perché si capisca l’origine teologica di quest’odio. La Trinità è Amore di Padre e di Figlio. Satana è tutto e solo odio di quell’Amore. Tutto il male che Satana opera nel mondo ha l’inconfondibile marchio dell’odio per la Famiglia Trinitaria. Per questo la famiglia umana, che ne è un riflesso, è al centro di tutti gli attacchi ed è il vero obiettivo delle “rivoluzioni culturali” che si sono fatte e si stanno facendo nel nostro povero mondo.

Satana è single.

Tutti sono cattivi. (Buono a sapersi)

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Assediato da una realtà insostenibile, l’uomo di oggi vorrebbe una corda a cui aggrapparsi, almeno un filo per non perdersi … Come uno entrato in sala quando il film è già cominciato, non si raccapezza nella confusione delle scene convulse e violente che vede, e vorrebbe sapere “chi sono i buoni e chi sono i cattivi”.

Credeva, l’uomo di ieri, che la famiglia fosse una cosa buona, che il babbo e la mamma, almeno loro, fossero “i buoni”. Gli hanno dimostrato, lo hanno convinto che non è così, che dentro ogni famiglia può annidarsi l’abuso e la violenza, gli hanno insinuato il dubbio che quel babbo e quella mamma che sembrano così amorevoli, quei nonni così perbene … chissà che cosa potrebbero nascondere. Allora i buoni saranno gli altri, si è detto l’uomo di oggi: i servizi sociali, gli psicologi, le forse dell’ordine, la magistratura … No, pare proprio che sia tutto il contrario, che tanti “cattivi” in realtà non fossero tali, ma vittime innocenti della malvagità e della perversione di certi presunti “buoni”. Chi sono i buoni, chi sono i cattivi? Quel filantropo pluripremiato, onorato e stimato da tutti, non sarà per caso un pedofilo? E quell’orco che è stato finalmente smascherato e ora vediamo in manette nelle mani di un magistrato inflessibile, non sarà vittima di un “orrore giudiziario”?

Non era buona, nell’insieme almeno, la chiesa? Non erano brave persone, nel complesso almeno, i preti? Sì, coi loro difetti, come tutti. Ma da sorriderci su con indulgenza, nella consolante fiducia che tutto sommato facevano del bene. Così pensava la gente. Che ne è, ora di quella fiducia? La chiesa è nel fango, e quando vedi un prete o un vescovo predicar bene in televisione o da altre parti, in un angolino del tuo cervello spunta il dubbio: “chissà poi come razzola?”. Ma anche in questo caso almeno i pià svegli si sono già resi conto che anche degli accusatori e dei moralizzatori (esterni ed esterni alla chiesa) non c’è da fidarsi. Quante calunnie, quante accuse false ci saranno state in questi anni di tempesta mediatica? E chi lo sa. Non siamo sicuri più di nulla. (L’ultima che ho letto, tanto per dire, riguarda il nunzio apostolico in Francia, accusato di essere un molestatore seriale e di preferire in particolare le cerimonie pubbliche per palpeggiare i giovanotti. Mah!)

Chi sono i buoni, chi sono i cattivi? Come in un film, bisogna aspettare la fine per saperlo e, come in un film, non sono esclusi i colpi di scena. Dante, pur non essendo mai stato al cinema, lo sapeva perfettamente: «non creda donna Berta e ser Martino, / per vedere un furare, altro offerere, / vederli dentro al consiglio divino», eccetera. (Par. 13, 139-141. A proposito, la Commedia bisognerà cominciare a leggerla).

Il problema è che un film dura due ore e si può aspettare la soluzione. La vita dura una vita e noi, per vivere, abbiamo pur bisogno di ordine, di un po’ di chiarezza: di qua i buoni, di là i cattivi. Perché bene e male non sono la stessa cosa, non si equivalgono (come invece oggi vogliono subdolamente farci credere: si chiama relativismo e chi lo sostiene è certamente cattivo).

Com’è bella e liberante allora la parola – apparentemente dura e pessimistica – che ci viene direttamente dalle labbra di Gesù: tutti sono cattivi  (noi compresi, ovviamente). «Nessuno è buono, se non Dio solo» (Mc 10,18)

Affermare questo è come fare la squadratura del foglio, che ci insegnavano nell’ora di disegno. Fa ordine.

Dentro ci si può mettere un’altra parola, che solo la chiesa può dire, ed è la sola possibilità di liberazione dal caos e dalla mancanza di senso dell’orribile cronaca quotidiana: «Dio ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia» (Rom 11,32).

Il filo che cercavamo è lì.

Omotransnegatività: basta la parola.

Domani il consiglio regionale dell’Emilia-Romagna riprende la discussione di un disegno di legge sulla omotransnegatività. Si tratta di un progetto meritevole di molte critiche e pericoloso per la libertà, e sarebbe bene che non venisse approvato, come invece purtroppo è probabile che accada. Chi vuole, può facilmente documentarsi in rete sui suoi contenuti e sulle valide ragioni per opporvisi.

Se uno però non ne ha il tempo, o ha comunque di meglio da fare, basta il titolo per farsi un’idea. La parola omotransnegatività è talmente brutta che non può che germinare da un pensiero intrinsecamente corrotto. Come la “madre” da cui concettualmente deriva, «omofobia», anche omotransnegatività non è veramente una parola (cioè logos, espressione di ragione e intelligenza della realtà), ma un mostro linguistico, funzionale ad una truffa politica.

Sarà un criterio empirico di basso rango, ma ho visto che il più delle volte ci prende: non è detto che chi parla bene abbia ragione (anche se di solito delle ragioni ce le ha), ma è molto probabile che chi parla male (dove con “parlar male” dovrebbe essere evidente che cosa intendo!) abbia torto marcio.

Se mi vengono a dire che vogliono combattere l’omotransnegatività, sono pressoché sicuro che mi vogliono fregare. Dovessi votare: no, a priori.

Quando lo stato uccide le persone.

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A quanto ne so, lo stato francese si sta preparando a far morire di fame e di sete Vincent Lambert perché ha deciso che la sua è una vita non degna di essere vissuta. Morire di fame e di sete dev’essere una delle cose più terribili che si possono pensare, ma dicono che sarà sedato, che non sentirà niente … Balle. In realtà non lo sanno. A dire le cose come stanno, in senso generale nessuno sa mai che cosa e come soffre l’altro. Di sofferenza, ognuno  conosce veramente solo la propria: quella degli altri, la comprendiamo solo nella misura in cui la condividiamo, cioè in quanto si riverbera su di noi, diventa “nostra” sofferenza.

Solo Dio conosce e capisce la sofferenza di tutti. Pensateci: un cuore, quello di Dio, che è conscio di tutte le sofferenze di ciascuno dei sei o sette miliardi di uomini che ci sono al mondo, le ha continuamente presenti, le sente tutte. E non si spacca. Che Dio non impazzisca dal dolore è la prova che è veramente Dio.

Ma comunque, che morire di fame e di sete sia orribile lo possiamo, almeno in astratto, “capire” anche noi. Perché, dunque, se è la pietà a muovere lo stato francese, non gli somministrano una sostanza che lo uccida istantaneamente, davvero senza sofferenze?

Perché non si può. Perché sarebbe un omicidio. Cioè quello che di fatto è.

Perché pensano di non essere ancora pronti per far accettare alla “opinione pubblica” l’idea che l’omicidio, quando lo decide lo stato, sia una cosa buona. Tra poco ci arriveremo, ma è meglio aspettare ancora un po’. Nel frattempo, Vincent Lambert non solo deve morire, ma deve morire di fame e di sete per non farci dispiacere. Trovo che questo omaggio alla nostra ipocrisia che gli si infligge sia la cosa più oscena di tutte.

Quanto allo stato, questa imponente categoria in cui si compendia il meglio dell’età moderna, non posso che ripetere alla lettera ciò che ho scritto l’altro giorno a proposito del rapimento dei bambini e della distruzione delle famiglie: quando è lo stato a uccidere i suoi cittadini, esso nega la sua stessa ragione d’essere, perde qualsiasi legittimità morale e non è distinguibile – come diceva sant’Agostino – da una banda di criminali, se non per la sua maggiore forza. Continueremo a obbedirgli, ma solo perché ne abbiamo paura. Da schiavi, o da ostaggi, non da cittadini.

Quando lo stato rapisce i bambini.

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Ieri sera ho guardato, per la prima volta, una puntata della trasmissione “Chi l’ha visto?” dedicata a due casi di rapimenti di bambini: quello di Bibbiano in provincia di Reggio Emilia, appena venuto allo scoperto (e di cui non si parla abbastanza) e quello, risalente a venti anni fa, dei Diavoli della Bassa Modenese, come fu definito, che è costato una lunghissima serie di inenarrabili sofferenze e lutti a tanti innocenti.

Ora faccio una cosa che non avrei mai pensato di fare qui, invitando i lettori di questo piccolo blog a vedere, se ne hanno la pazienza e se la sentono, quella trasmissione, il cui contenuto, avverto, è raccapricciante. Possono trovarla qui: https://www.raiplay.it/video/2019/06/Chi-lha-visto-f0f30e51-9a59-4dc9-8cfb-e10616d9fe61.html

Con tutti i limiti di un servizio giornalistico, mi è sembrato coraggioso e ben fatto.

Non aggiungo commenti, se non queste due osservazioni:

– che ci siano oggi una cultura e una politica radicalmente contrarie alla famiglia e che questa cultura e questa politica abbiano un grande potere su tutti noi è di un’evidenza palmare, che nessuna persona in buona fede può contestare. Almeno diciamolo.

– quando è lo stato a distruggere le famiglie e a rapire i bambini, lo stato nega la sua stessa ragione d’essere, perde qualsiasi legittimità morale, non è distinguibile – come diceva sant’Agostino – da una banda di criminali, se non per la sua maggiore forza.

I preti si preparino ad andare in galera.

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È stato appena pubblicato dalla Santa Sede un documento della Penitenzieria Apostolica che è come un’insperata boccata di aria fresca e di sana dottrina. In esso il cardinale Mauro Piacenza, penitenziere maggiore, ribadisce, illustrandone il fondamento teologico, il principio dell’inviolabilità assoluta del sigillo sacramentale della confessione.

Il testo integrale della nota (che non è troppo lungo), si può leggere qui: http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2019/07/01/0565/01171.html. Un buon sunto giornalistico qui: https://www.lastampa.it/2019/07/01/vaticaninsider/il-vaticano-no-a-leggi-che-violano-il-segreto-confessionale-aNy4i8Nktidu3eqgZrggMK/pagina.html.

L’intervento della Penitenzieria appare motivato da una giusta percezione del clima culturale, sociale e politico ormai vigente anche in molti paesi considerati democratici e liberali, e del grave pericolo che la libertà di professare la fede cristiana vi corre. Sull’onda, e con il pretesto dello scandalo per gli abusi sessuali commessi da membri del clero, in diversi stati si stanno promuovendo iniziative legislative volte, per dirla in modo un po’ brutale ma sostanzialmente esatto, a criminalizzare il segreto confessionale. È possibile, se non probabile, che prima o poi vadano in porto. Non stupiamoci di nulla.

Del resto, anche qui in Italia – dove per ora non c’è in atto un tentativo del genere – abbiamo appena assistito all’incresciosa vicenda di un vescovo, colpevole di nulla, le cui conversazioni private sono state a lungo intercettate per ordine dell’autorità giudiziaria e poi divulgate, per decisione non si sa di chi (!?), e usate per una campagna mediatica contro di lui, fino ad indurlo alle dimissioni. In quelle conversazioni, ovviamente, non potevano esserci colloqui sacramentali – la chiesa, infatti, nella sua saggezza!, non ha mai ammesso che la confessione possa avvenire se non in forma diretta, da bocca a orecchio, senza l’intervento di alcun medium – ma potevano sicuramente esserci  scambi che rientrano in quello che per il documento vaticano è «il cosiddetto “foro interno extra-sacramentale”, sempre occulto, ma esterno al sacramento della Penitenza. Anche in esso la Chiesa esercita la propria missione e potestà salvifica: non rimettendo i peccati, bensì […] occupandosi di tutto ciò che riguarda la santificazione delle anime e, perciò, la sfera propria, intima e personale di ciascun fedele. Al foro interno extra-sacramentale appartiene in modo particolare la direzione spirituale, nella quale il singolo fedele affida il proprio cammino di conversione e di santificazione a un determinato sacerdote, consacrato/a o laico/a. […] Anche questo particolare ambito, perciò, domanda una certa qual segretezza ad extra, connaturata al contenuto dei colloqui spirituali e derivante dal diritto di ogni persona al rispetto della propria intimità (cf. can. 220 CIC). Per quanto in modo soltanto “analogo” a ciò che accade nel sacramento della confessione, il direttore spirituale viene messo a parte della coscienza del singolo fedele in forza del suo “speciale” rapporto con Cristo, che gli deriva dalla santità di vita e – se chierico – dallo stesso Ordine sacro ricevuto».

I preti (e i vescovi) si portino avanti con il lavoro e si preparino ad andare in galera, se necessario, per difendere la confessione e la direzione spirituale. Se lo faranno, il sacrificio sarà ricompensato: torneranno le file davanti ai pochi confessionali rimasti.

Lodo Pietro, ma prima mi vergogno per lui.

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«Che cosa diciamo di Pietro? Predicò Cristo, fu mandato, evangelizzò ancor prima della passione del Signore. Sappiamo infatti che gli apostoli furono mandati a predicare il vangelo: fu mandato e predicò. […] Tuttavia non era ancora simile a Protasio e Gervasio. Era già apostolo, era il primo, era unito al Signore. A lui era stato detto: “Tu sei Pietro”, ma non era ancora un Protasio o un Gervasio, non era ancora Stefano, non era ancora il fanciullo Nemesiano. Pietro non era ancora questo; non era ancora ciò che furono certe donne, certe ragazze, come Crispina o come Agnese. Pietro non era ancora al livello della loro fragilità femminile.

Lodo Pietro, ma prima mi vergogno per lui (Laudo Petrum: sed pria erubesco pro Petro). Che anima pronta, la sua; ma incapace di misurarsi. Certo, se non fosse  pronta non direbbe al Salvatore: “Morirò per te. Anche se dovessi morire con te non ti rinnegherò”. […] Ecco che sta per soccombere, ecco che Pietro muore. Che altro è, infatti, morire, se non rinnegare la vita?. Rinnegò Cristo, negò la vita, morì (Negavit Christum, negavit vitam, mortuus est). Ma colui che risucita i morti, il Signore, lo guardò e lui pianse amaramente. Rinnegando perì, piangendo risuscitò. Per lui morì per primo il Signore, come era necessario; dopo, fu Pietro a morire per il Signore, così come richiedeva l’ordine stesso delle cose; quindi seguirono i martiri. La via, prima spinosa, fu lastricata, battuta dai piedi degli apostoli e resa più praticabile per quelli che sarebbero venuti dopo. La terra è stata riempita del seme del sangue dei martiri, e da quel seme è sorta la messe della chiesa. Hanno affermato Cristo ancor più da morti che da vivi (Plus asseruerunt Christum mortui, quam vivi).

[Agostino, serm. 286, 3-4,3, nella festa dei martiri Protasio e Gervasio]

 

Avrei una domanda.

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La domanda è reale, non retorica: quale solidarietà (reale, non retorica) è stata espressa – non solo e non tanto adesso, a cose fatte, ma anche e soprattutto prima, quando serviva maggiormente – dai vescovi italiani, e in particolare da quelli dell’Emilia-Romagna, verso un loro confratello, mons.Cavina, già vescovo di Carpi, che è stato vittima di una campagna di maldicenze e calunnie tali da portarlo a prendere la decisione – gravissima per un vescovo – di rinunciare al suo ufficio?

Corollario: la condanna e il rifiuto di maldicenza e calunnia non sono forse uno dei temi principali della predicazione di papa Francesco? [Questa domanda, invece, è retorica]

La morte non è (appena) un fenomeno naturale.

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Non la morte dell’uomo. Lo sarà la morte di ogni altro organismo vivente, ma non la morte dell’uomo. Tutte le volte in cui mi è accaduto, nel corso della mia esistenza, di essere presente alla morte di un’altra persona ho sempre avuto, talmente forte da portare il marchio della certezza, l’impressione di assistere ad un mistero impensabile. La morte dell’uomo, infatti, non è “pensabile”: il pensiero umano, con i suoi concetti, non la contiene, non ne regge il peso. E non è questione di paura: la morte dell’altro, infatti, anche quando ci addolora profondamente, anche quando ci sconvolge e sembra sgomentarcii, è sempre accompagnata dall’implicita, un po’ cinica constatazione che “lui è morto, ma io invece sono vivo”. No, è proprio una questione di incomprensibilità.

Che la morte non sia “naturale”, ma abbia bisogno della “soprannatura”, cioè della grazia, per essere se non compresa almeno inquadrata, l’ho pensato ancora una volta anche stamattina, vedendo questo impressionante documento, che non conoscevo:

Così morì, esattamente 27 anni fa, il 26 giugno del 1992, padre Gaston Hurtubise, un francescano canadese molto devoto a Maria, mentre parlava di Dio, e con Dio. Come resistere, guardando le immagini e ascoltando le sue parole, all’evidenza, sovrana e misteriosa, di una chiamata? Come non riconoscere che lì non c’è appena il compiersi di un fenomeno naturale – che avrebbe quanto meno i suoi prodromi,  giacché “natura non facit saltus” ed anche la più improvvisa delle presunte “morti naturali” vorrebbe, sia pure un istante prima di compiersi, almeno qualche segno di affaticamento, un rantolo, una smorfia di dolore, qualcosa … – ma l’arrivo di Qualcuno. «Vieni servo buono e fedele, entra nella gioia del tuo Signore»: forse che queste parole non risuonano chiare, anche se Youtube non le registra?

Mi piace pensare che quel padre avesse sempre pregato per una buona morte e che questo transito così improbabile e così perfetto sia stato il dono che Dio ha voluto fargli.

Anche a noi, Signore, anche a noi! (Benché in nessun modo ce lo meritiamo).