Accanimento terapeutico, eutanasia e stupidità

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Entro la fine di questa settimana, quasi certamente, avremo un’altra cattiva legge (che si aggiunge alle troppe che già ci opprimono), formalmente dedicata alle “Disposizioni anticipate di trattamento” (DAT, dette anche “testamento biologico”) ma effettivamente volta a legittimare l’eutanasia omissiva.

Data la cultura e la mentalità dominanti nella nostra società, è logico che ci si arrivi: né l’una né l’altra hanno gli strumenti per opporre valide ragioni a un esito di questo genere. Però è totalmente stupido che una decisione di questa portata, che ha effetti tanto penetranti sulla vita di ciascuno di noi (letteralmente, è questione di vita o di morte) venga presa in questo modo frettoloso e incosciente. Le persone comuni mi pare che ne sappiano (e ne capiscano) assai poco, in parte per colpa loro ma in parte per colpa di un sistema di informazione (!) che non informa e non spiega nulla. È lecito temere che poco ne sappiano e meno ne capiscano i politici che, pure, sono gli esecutori materiali del processo legislativo che tra poche ore ci regalerà quest’altro mostro giuridico.

Quanto alla domanda se la chiesa italiana stia facendo tutto il suo dovere, come “agenzia di saggezza” al servizio degli uomini (se anche non la vogliamo considerare nel suo ruolo di mater et magistra dei fedeli), per far ragionare, per far capire, per far riflettere … (poi sia quel che sia, almeno ci abbiamo provato), beh, la lascio aperta …

Ma  non è su problemi come questo che si dovrebbe aprire nel paese un approfondito dibattito politico e culturale? Se non si discute di questo, di che cosa mai si dovrebbe parlare? Ma cultura e politica, oramai, non abitano più qui. Qui si misura quanto sono vere la parole, tante volte citate, di Milosz: «Si è riusciti a far capire all’uomo che se vive è solo per grazia dei potenti. Pensi dunque a bere il caffè e a dare la caccia alle farfalle. Chi ama la res publica avrà la mano mozzata»

Chi vuole sapere di che cosa stiamo parlando, legga per favore almeno i due articoli scritti da una persona competente e seria come Roberto Colombo, qui: http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2017/12/12/BIOTESTAMENTO-Legge-sulla-Dat-la-trappola-del-suicidio-medicalmente-assistito/796831/, e qui: http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2017/12/13/BIOTESTAMENTO-Papa-Francesco-la-legge-sulle-Dat-e-il-gioco-di-prestigio-sull-eutanasia/796967/. Penso che domani ce ne sarà un terzo, ugualmente da non perdere.

(Una sola annotazione: nel secondo articolo, Colombo se la prende, giustamente, con i sostenitori dell’eutanasia che hanno strumentalizzato il recente intervento di papa Francesco nel messaggio del 7 novembre ai partecipanti ad un convegno dell’Associazione Medica Mondiale, arruolandolo abusivamente tra le proprie file.

È vero che il papa non ha detto affatto quello che gli vogliono far dire, però: se in una situazione come la presente – sapendo di essere, fra le altre cose, il vescovo di Roma e il primate d’Italia e scrivendo in italiano un testo che inevitabilmente qui da noi sarebbe stato oggetto di attenzione prevalentemente nell’ottica della discussione sulla legge – egli ha messo l’accento soprattutto sul rifiuto dell’accanimento terapeutico, come se questa fosse l’emergenza del momento, ciò significa, quantomeno, che non si è curato degli effetti che il suo intervento poteva avere. Il che, volgarmente, si direbbe: un po’ se l’è cercata).

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Non ci indurre in tentazione.

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Nei giorni scorsi si è parlato molto della sesta domanda del Padre Nostro (Mt 6,13; Lc 11,4) per via dell’espressione «non ci indurre in tentazione», che, come ha detto papa Francesco, non sarebbe una buona traduzione. Che sia un’espressione problematica è vero, ma la difficoltà non sta nella traduzione, che è fedele, bensì nel testo originale: μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν vuol dire proprio “non ci portare nella tentazione”. Il verbo εἰσφέρω significa “portare in”, “condurre” e, se si può ammettere che nell’italiano “indurre” vi sia una sfumatura di intenzionalità e forse anche di forzatura dolosa, che qui risultano fuori posto, si deve anche riconoscere onestamente che altre traduzioni che sono state proposte, come “non lasciarci cadere nella tentazione” o “non ci abbandonare nella tentazione” si allontanano molto di più dal dettato evangelico. Se nel vangelo c’è scritto “non portare”, è lecito cancellarlo e soprascrivere “non abbandonare”?

Al di là del caso specifico, mi pare importante osservare che, di fronte alle “difficoltà del cristianesimo” (siano esse di natura esegetica e riferite alla Scrittura, come in questo caso, o derivanti dalle formulazioni dogmatiche oppure dalle norme morali dell’insegnamento cristiano) ci sono, fondamentalmente, due atteggiamenti. Uno è quello di spianare tali difficoltà, perché “gli uomini del nostro tempo non possono capire / accettare” questo o quell’altro aspetto della fede cristiana. Di conseguenza, in base a questo criterio ermeneutico (che può finire per diventare, surrettiziamente, la regula fidei) di quel che appare incomprensibile/inaccettabile, qualcosa si tace, qualcos’altro si spiega, qualcos’altro ancora si cambia. Beninteso, l’esigenza di comunicare il vangelo di Gesù Cristo in modo che sia comprensibile agli uomini che ne ascoltano l’annuncio è sacrosanta: corrisponde a un preciso dovere dei cristiani ed è nel solco della condotta di Gesù stesso. «Mi sono fatto tutto a tutti», la bussola dell’impresa missionaria di Paolo, è un criterio permanentemente valido per l’evangelizzazione. Ma il pericolo di snaturare la proposta cristiana è incombente.

L’esigenza di “comprensibilità” può richiedere che anche nel caso di “passi difficili” delle Scrittura si operino talvolta delle scelte che tagliano corto rispetto al groviglio di problemi esegetici che essi comportano. Senza andare troppo lontano, c’è nel Padre Nostro un altro punto oscuro di cui curiosamente in questi giorni mi pare che non si sia parlato, proprio perché in questo caso una traduzione “facile” (ma molto discutibile) ha provveduto a sanare, occultandola, la difficoltà. Poco prima di chiedere a Dio Padre di «non indurci in tentazione» (scandalizzando l’uomo moderno), Gesù ci ha insegnato a chiedergli di darci «oggi il nostro pane quotidiano», e questo l’uomo moderno lo capisce benissimo, anzi lo trova molto appropriato e vicino alle sue istanze sociali. Peccato però che nel vangelo ci sia scritto τὸν ἄρτον ἡμῶν τὸν ἐπιούσιον (Mt 6,11), che non è proprio la stessa cosa. Il fatto è che non si sa bene che cosa voglia dire l’aggettivo epiousios, che si trova praticamente solo qui. Reso alla lettera, significa “sovrasostanziale” (da epi + ousia, che è un termine quanto mai pregnante e complesso della lingua greca: in senso materiale significa “sostanze”, “beni”, poi in ambito filosofico assume il valore di “essenza”, “natura di una cosa”, “sostanza”). Non è il caso qui di entrare nella disputatissima questione: basterà notare, en passant, che per buona parte dell’esegesi patristica, a partire da Origene, quel rarissimo aggettivo scovato dagli evangelisti va inteso come indicazione che il pane che Gesù ci fa chiedere al Padre è quello spirituale, non quello materiale (che dobbiamo procurarci col lavoro delle nostre mani).

L’esegesi patristica, però, ha un’altra cosa ben più importante da insegnarci, ed è il secondo atteggiamento da avere di fronte alle “difficoltà del cristianesimo”. I Padri, partendo dalla fede nella rivelazione biblica, che è tutta vera, tutta santa, tutta utile per la salvezza, non sono animati dalla volontà di “spianare” le difficoltà, le oscurità e persino gli aspetti a prima vista incresciosi della Scrittura, ma al contrario riconoscono in quelle “asperità” un aiuto provvidenziale a non fermarsi alla lettura più ovvia e superficiale, ma ad approfondire lo studio e la comprensione del testo per attingere ad un senso spirituale che spesso è arduo da raggiungere. Quando la lettera è difficile, oscura o scandalosa, lì c’è un pozzo da scavare.

Non è solo un principio di metodo esegetico, è anche un criterio generale dell’esistenza cristiana. Impariamo dunque ad amare e a valorizzare, in ciò che del cristianesimo ci è difficile da capire e da accettare, la “crepa” che può farci penetrare in una profondità di coscienza che, senza, ci resterebbe ignota.

Un’ultima annotazione: anche Origene trovava difficile da digerire quel versetto del Padre Nostro, ma per ragioni opposte alle nostre. Per lui, infatti, come ha scritto Lorenzo Perrone, «è impensabile che il Signore ci insegni a pregare perché non siamo sottoposti alla tentazione, quando l’intera vita dell’uomo sulla terra si svolge nel segno della “prova”. […] Nessuno è escluso dalla tentazione, neppure coloro che sono avanzati sul cammino della perfezione […] non v’è momento della vita che sfugga alla “tentazione” e al rischio di peccare insito in essa», ma «Origene afferma che le prove a cui gli uomini sono sottoposti sono volute da Dio per la loro maturazione e salvezza. Egli non abbandona nessuno al proprio destino, specialmente coloro che, “entrati in tentazione”, non sono stati capaci di reggere ad essa» (L.Perrone, La preghiera secondo Origene. L’impossibilità donata, Brescia: Morcelliana, 2011, pp.234-236. Sull’interpretazione origeniana del Padre Nostro, tutte le pp.195-239 sono da leggere).

Ubi fides ibi libertas. (Ambrogio e il cardinale Biffi)

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«Dove c’è (la) fede, lì c’è (la) libertà»: chi conosce questa frase, probabilmente la ricorda come motto episcopale del compianto cardinale Biffi (ce ne fossero, come lui!), il quale però l’aveva presa da una lettera di Ambrogio, il santo che festeggiamo oggi. Biffi peraltro diceva argutamente che Ambrogio doveva averla copiata da lui, tanto la sentiva propria, così oggi citare il testo da cui è tratta è per me anche un modo per rievocare entrambi questi uomini credenti e liberi.

Il passo è questo: «Sicut ergo parvuli, ita et Judaei sub paedagogo sunt. Lex paedagogus est: paedagogus ad magistrum ducit; magister noster solus est Christus: Nolite dicere vobis dominum et magistrum; quia dominus et magister vester unus est Christus (cfr Mt 23,10). Paedagogus timetur, magister viam salutis ostendit. Timor ergo ad libertatem perducit, libertas ad fidem, fides ad charitatem: charitas acquirit adoptionem, adoptio haereditatem. Ergo ubi fides, ibi libertas: servus enim sub metu, liber ex fide. Ille sub littera, iste sub gratia: ille in servitute, iste in spiritu. Ubi autem spiritus Domini, ibi libertas (2 Cor 3,17). Si igitur ubi fides, ibi libertas; ubi libertas, ibi gratia; ubi gratia, ibi haereditas; Judaeus autem littera non spiritu in servitute est; qui non habet fidem, non habet spiritus libertatem. Ubi autem nulla libertas, nulla gratia; ubi nulla gratia, nulla adoptio; ubi nulla adoptio, nulla successio». (ep. 75, 5).

Questa una traduzione (che serve solo perché tutti possano tornare su a leggere il testo originale, che va gustato in latino): «Come dei bambini, i Giudei sono sotto il pedagogo. La legge è il pedagogo: il pedagogo  è colui che conduce al maestro; il nostro solo maestro è Cristo: “Non chiamatevi signore e maestro, perché vostro signore e maestro è solo Cristo”. Il pedagogo viene temuto, il maestro spiega la via della salvezza. Dunque il timore conduce alla libertà, la libertà alla fede, la fede alla carità: la carità procura l’adozione, l’adozione procura l’eredità. Pertanto, dove c’è la fede c’è la libertà: il servo, infatti è sottomesso alla paura, il libero è tale per la fede. L’uno è legato alla lettera, l’altro dipende dalla grazia: quegli vive in schiavitù, questi nello spirito. “Dove poi c’è lo spirito del Signore, lì c’è la libertà”. Se  dunque dove c’è fede c’è libertà, dove c’è libertà c’è grazia, dove c’è grazia c’è eredità, il Giudeo a causa della lettera, non dello spirito, è in una condizione di schiavitù. Chi non ha la fede, non ha la libertà dello spirito. Ma dove non c’è libertà, non c’è grazia; dove non c’è grazia, non c’è adozione; dove non c’è adozione, non c’è successione ereditaria».

Un solo brevissimo commento: la parola libertà, pronunciata da sola come troppe volte hanno fatto gli uomini moderni, non significa nulla. Si riempie di senso solo quando è correttamente inserita nella rete di nessi che vediamo esemplificata dalle parole di Ambrogio: libertas – fides – charitas – adoptio – haereditas – gratia

Tra tutte queste giunzioni sinaptiche, ce n’è una che nel nostro cervello stenta ormai più di altre ad accendersi, perché inibita da un interdetto ideologico: quella che dice «timor ergo ad libertatem perducit». Un motto così “ecclesiasticamente scorretto” ai nostri giorni che forse un cardinale Biffi redivivo sarebbe tentato di aggiungerlo beffardamente alla sua insegna episcopale.

Le interviste volanti del papa: una modesta proposta per abolirle.

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Le chiacchierate che il papa fa con i giornalisti, durante i suoi viaggi in aereo, non mi pare che siano una buona cosa. Di solito, più che la «necessaria edificazione» (Ef 4,29) sembra che generino perplessità. Anche l’ultima non fa eccezione, come rileva – con molta più competenza di me – Aldo Maria Valli in questo articolo equilibrato, rispettoso e non polemico: http://www.aldomariavalli.it/2017/12/05/ma-perche-pietro-viaggia/.

Purtroppo sono diventate ormai una prassi, sin dai tempi di Giovanni Paolo II, ed eliminarle sarebbe difficile, anche per un motivo molto “concreto”. I giornalisti che viaggiano sull’areo del papa pagano un biglietto (per giunta molto salato, tanto che, se non ricordo male, in passato ci furono anche delle lamentele), che contribuisce a sostenere le spese dell’organizzazione del viaggio. Ora, chi paga si aspetta sempre qualcosa: è una regola che vale dappertutto, anche in Vaticano.

La modesta proposta dunque sarebbe che, dalla prossima volta, il papa e i suoi accompagnatori viaggassero su normali voli di linea (avendo, ovviamente, le condizioni per la tutela della tranquillità e della riservatezza che sono necessarie) e i giornalisti si arrangiassero come vogliono. In fondo, papa Francesco ha già compiuto una quantità di gesti simbolici tesi a mostrare la “normalità” della sua persona e del suo stile di vita (la borsa portata a mano, le telefonate, la visita dall’ottico a comprarsi gli occhiali, eccetera eccetera): perché non compierne uno più sostanziale, che lo metterebbe realmente nelle condizioni di tanti altri milioni di viaggiatori e lo avvicinerebbe al modo in cui viaggiavano Pietro e Paolo?

Si dirà che in questo modo le televisioni e i giornali – dopo la prima volta in cui il cambiamento farebbe notizia –  finirebbero per “coprire” meno o addirittura smetterebbero del tutto di occuparsi dei viaggi del papa. Beh, che male ci sarebbe? Per come funziona il sistema mediatico, meno si alimenta il “papa percepito” a discapito del papa reale, meglio è per la chiesa.

I Rohingya e i Degar. (Il mondo è orbo).

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In questi giorni alla televisione e sulla stampa e negli altri media si portano molto i Rohingya. Impossibilitati a saperne alcunché fino a poco fa, perché nessuno ce ne parlava, noi gente comune siamo ora imperiosamente sollecitati a interessarci moltissimo a questo popolo, che oggi al telegiornale ho sentito definire “il più perseguitato della terra” (come facciano a fare queste classifiche non so, ma tant’è). Il viaggio papale in Birmania e in Bangladesh, mediaticamente ha avuto il suo fulcro e il suo senso nell’incontro con i Rohingya, oscurando il fatto che il papa là presumibilmente c’è andato, prima di tutto, per visitare e confermare nella fede gli sparuti cristiani di quelle regioni, (anch’essi, per inciso, provati da ostilità quando non da vere e proprie persecuzioni).

Ma i Degar, sapete chi sono? Non credo, e anche se li chiamo Montagnard la cosa non cambia molto.

Sono un altro popolo dell’estremo oriente. Vivono (male) in Vietnam, subiscono anche loro una dura persecuzione, anche moltissimi di loro sono profughi. Sono così poco considerati che, se fate una ricerca su internet scoprite che non è facile trovare informazioni aggiornate sulla loro condizione. Comunque, per averne un’idea, qui c’è un articolo di due anni fa, che mi pare attendibile: https://www.hrw.org/news/2015/06/26/vietnam-end-evil-way-persecution-montagnard-christians. Se avete problemi con l’inglese, potete almeno guardare la voce di Wikipedia.it  che, per quanto scarsa, contiene questa affermazione che, se è vera, è decisamente impressionante: «Negli anni settanta del XX secolo erano stimati attorno ai due milioni e mezzo di unità nell’intero Vietnam. Mantenendo il tasso di crescita del resto nella nazione, nel 2006 avrebbero dovuto essere circa sei milioni di individui, ma tenendo conto degli eccidi , dei massacri, e delle oppressioni subite, i superstiti sono stati stimati tra i 700 e gli 800 mila».

Chi si occupa di loro? Chi se ne interessa? Chi chiede perdono per le violenze che hanno subito e tuttora subiscono?

Ah, dimenticavo: i Degar sono cattolici.

Verrà, se resisto (versi per l’Avvento)

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«verrà, se resisto / a sbocciare non visto, / verrà d’improvviso, / quando meno l’avverto / […] verrà, forse già viene»: versi di Clemente Rebora, che sono sempre stati tra i miei preferiti. Volessi fare il gioco che faceva un altro poeta che amo, Umberto Saba, li metterei tra “i più belli della letteratura italiana”.

(Saba, come è noto, dava la palma a «la bocca mi baciò tutto tremante», ex aequo con un improbabile «l’uno buggera l’altro, Santità» attribuito a Belli e forse messo lì per far capire che queste medaglie sono sempre date un po’ per scherzo. Per parte mia, sul podio accanto ai versi di Rebora, farei salire «Amore, amore / lieto disonore», distico perfetto di Sandro Penna).

Curioso, però, che io li ricordassi male: nella mia mente affioravano così: «verrà, se resisto / a spiare non visto». Perché spiare? Forse ha influito l’inconscia reminiscenza di un’altra poesia del ‘900 italiano, Come Zaccheo di Montale: «Si tratta di arrampicarsi sul sicomoro / per vedere il Signore se mai passi. / Ahimè, non sono un rampicante ed anche / stando in punta di piedi non l’ho visto». Forse perché continuo a pensare più a me che a Lui.

Ma forse c’è un senso in tutto ciò: bisogna sì resistere nell’attesa («verrà, se resisto»), e aguzzare la vista “nascondendosi” alla vista altrui, perché l’attesa è interiore, o non è («resisto / a spiare non visto»). Però l’Avvento non è nell’attesa, non è l’attesa, non è il prodotto dell’attesa (come se uno dicesse: “l’ho atteso tanto, dunque viene”). No, «verrà, se resisto, a sbocciare non visto», come una fioritura che avviene quando vuole e di cui sul momento non ci si accorge neanche, «quando meno l’avverto». Quando sembra che non venga, forse è già qui: «forse già viene».

Buon Avvento a tutti.

Cerca su internet! (Un pensiero sulla curiositas e l’Avvento)

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«Nobis curiositate opus non est post Christum Iesum nec inquisitione post evangelium». Noi non abbiamo bisogno della curiositas dopo aver incontrato Gesù Cristo, né di cercare altro dopo aver conosciuto il vangelo: così scriveva il nostro Tertulliano in un passo famoso del De praescriptione haereticorum (7,12).

Bisognerà riflettere sulla curiositas di noi sempreconnessi, noi che abbiamo la rete sempre a nostra disposizione per pescare ben più dei 153 grossi pesci presi quella volta da Pietro (Gv 21,11: e se vi viene la curiosità di sapere perché erano proprio 153, cliccate, cliccate e qualcosa apparirà!). Noi, continuamente a caccia su tutte le piste che, dietro a un nome, una data, un luogo, una battuta, il titolo di un libro, di un film o di una canzone anche malamente ricordati, di link in link ci portano in luoghi sconosciuti, a scoprire altri nomi, altri fatti e altri luoghi che nemmeno sospettavamo che esistessero. Luoghi dove peraltro non sostiamo, perché altre “curiosità” premono e si impadroniscono di noi: nuovi indizi, nuove ricerche (che non ambiscono, peraltro, a trovare alcunché, perché ormai non conta più quel che si trova ma solo quel che si cerca). Il greco ha una bella parola per nominare questo morbo, che preoccupava gli antichi e non abbastanza noi moderni, che  invece ne siamo afflitti in modo molto più grave: πολυπραγμοσύνη, il volersi impicciare di tutto, mettere il naso in tutti gli affari, senza stringer nulla in fin dei conti.

Sia l’Avvento, che sta per cominciare (ma a Milano è già cominciato da un po’), il tempo in cui «delle divertite passioni / per miracolo tace la guerra», e l’inquisitio nostra è tutta per Cristo. Perché – se possiamo permetterci di correggere “il maestro” (come Cipriano lo chiamava) – la nostra esistenza è sì post Christum, ma al contempo è anche e sempre ante Christum: Cristo per noi è venuto, viene, verrà.

Il compleanno di questo blog.

Questo piccolo blog è nato tre anni fa, nella seconda metà di novembre. L’idea era quella di fornire, a chi ne volesse fare uso, delle “pillole patristiche”: grani di pensiero dei padri della chiesa utili a noi oggi proprio perché così remoti ed eccentrici rispetto al “parlare comune” (dietro il quale spesso non c’è un pensiero, ma solo “idee ricevute”). Strada facendo si è un po’ imbastardito, e delle volte ho “detto la mia” su questioni di attualità. Spero però che nella maggioranza dei casi, “la mia” non fosse in realtà farina del mio sacco, ma venisse, sia pure indirettamente, dal mulino dei padri.

Ora è piccolino, ma quando è nato era infintesimale, perciò quasi nessuno ha letto i primi post. Li ripropongo qui, a beneficio degli ormai ventiquattro lettori:

Il 18 novembre 2014 si iniziò con Gregorio Nazianzeno su Fede e cultura: «Insegna a temere una cosa sola: di dissolvere la fede nei sofismi. Non è terribile essere battuti sul terreno della cultura, perché la cultura non è di tutti; è terribile che Dio sia messo in questione, perché la speranza è di tutti» (or.25,18).

Il 19, Evagrio Pontico parlò di Teologia e preghiera: «Se tu sei teologo, pregherai veramente, e se preghi veramente, tu sei teologo» (De oratione, 60).

Il giorno dopo, sempre lui disse la sua su Trinità e preghiera: «La preghiera è uno stato dell’intelletto, che si produce solamente sotto l’effetto della luce della Santa Trinità» (Cent. Suppl. 30).

Libertà va cercando, ch’è sì cara … (Il problema che abbiamo è bello grosso)

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Sono appena venuto a conoscere il caso di Jordan Peterson, un professore canadese di cui non sapevo nulla. Se ne avete voglia, per farvene un’idea leggete almeno la voce di Wikipedia a lui dedicata: https://it.wikipedia.org/wiki/Jordan_Peterson.

In estrema sintesi, Peterson è uno studioso che, per aver criticato le nuove direttive del governo sulla libertà di espressione del pensiero, è stato oggetto di una campagna di ostilità che ha condotto anche a provvedimenti disciplinari  e discriminatori nei suoi confronti. Tutto questo in Canada, un paese che la maggior parte delle persone considera civile, libero, moderno eccetera eccetera.

Dalla voce di Wikipedia sopra citata estraggo un brano di un intervento di Peterson, da un articolo scritto esattamente un anno fa e felicemente intitolato The right to be politically incorrect:

«Non utilizzerò mai parole che odio, come i termini di moda e costruiti artificialmente “zhe” e “zher”. Queste parole sono all’avanguardia di un’ideologia post-moderna, di sinistra radicale che io detesto, e che è, secondo la mia opinione professionale, spaventosamente simile alle dottrine marxiste  che hanno ucciso almeno cento milioni di persone nel ventesimo secolo. Ho studiato l’autoritarismo di destra e di sinistra per trentacinque anni. Ho scritto sull’argomento un libro, Maps of Meaning: The Architecture of Belief, che esplora come le ideologie si appropriano del linguaggio e delle credenze. Come risultato dei miei studi, sono arrivato alla convinzione che il Marxismo sia un’ideologia omicida. Ritengo che i suoi praticanti nelle università moderne dovrebbero vergognarsi di sé stessi per il fatto che continuano a promuovere idee talmente feroci, indifendibili e anti-umane, e a indottrinare i propri studenti con queste convinzioni. Pertanto, non mi metterò in bocca parole marxiste. Ciò farebbe di me un pupazzo della sinistra radicale, e questo non accadrà. Punto».

Direte che è il Canada, ma negli Stati Uniti succede che una teaching assistant, quindi oltretutto un soggetto accademicamente molto più debole di un illustre cattedratico come Peterson, viene messa sotto accusa per aver creato un «toxic enviroment» semplicemente per avere utilizzato un video di Peterson (senza sposarne le tesi, ma solo per farne oggetto di riflessione) in un «critical thinking course» (e qui ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere)! Chi ha un po’ di pratica con l’inglese può ascoltare un allucinante frammento del “processo” alla poveretta, qui:

https://globalnews.ca/video/3867811/extended-excerpts-from-secretly-recorded-meeting-between-wilfrid-laurier-university-grad-student-and-faculty

Le parole di Peterson possono piacere o non piacere; sono comunque discutibili come lo sono tutte le parole umane. Io a occhio e croce le condivido in pieno, altri magari no. Ma non è questo il punto: vogliamo davvero vivere in un paese in cui, per averle scritte, qualcuno viene additato come “nemico del popolo”?

Ribadisco quanto ho già scritto in un altro post. Una volta ammesso che l’ampiezza e il contenuto della libertà di espressione del pensiero siano determinati dal potere, la differenza tra la Corea del nord, il Canada, gli USA (e l’Italia!) – sotto questo profilo, beninteso – è quantitativa, non qualitativa. Ovviamente, essere mandato in un lager per le tue idee ed essere “semplicemente” licenziato sono due cose enormemente diverse, e c’è differenza anche tra questo ed essere privato di un finanziamento per la ricerca o ricevere dei richiami disciplinari, ma è solo una questione di scala. In tutti i casi non sei libero.

Bada a come parli! (Abbiamo un problema con la libertà).

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Prima ci rendiamo conto che siamo ormai in regime di “libertà condizionata”, meglio (o meno peggio) è.

Teoricamente, l’articolo 21 della costituzione è sempre in vigore, ma di fatto il suo primo comma, quello che tutti ricordano e sbandierano: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione», viene sempre più fagocitato dall’ultimo, che nessuno cita mai: «Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume».

La questione è: chi decide che cos’è il buon costume? La risposta è semplice: lo decide chi detiene il potere. Quello reale, non quello formale (i titolari del potere formale sono, in pratica, degli esecutori). Quando i costituenti scrissero quell’articolo era chiaro a che cosa si riferivano («o gran bontà dei cavalieri antichi!»), e del resto vivevano in un’Italia in cui quell’espressione aveva un senso immediatamente comprensibile a tutti, perché c’era un ethos condiviso. Ma oggi?

Oggi i controllori del discorso pubblico impongono in maniera sempre più sfacciata e impudente che buon costume è ciò che pensano loro. L’altro giorno, per esempio, un mio amico, don Francesco Pieri, si è fatto, ad alta voce, una domanda – che io voglio riproporre in termini più “asettici” perché risalti meglio la sua indiscutibile legittimità: “il numero di individui appartenenti alla specie umana la cui morte è stata causata, direttamente o indirettamente, dall’attività di Salvatore Riina è maggiore o minore di quello degli individui appartenenti alla specie umana la cui morte è stata causata, direttamente o indirettamente, dall’attività di Emma Bonino?”

Ciascuno, ovviamente, ha il diritto di considerare questa domanda sbagliata, malposta, oziosa, assurda, oppure provocatoria, scandalosa, ripugnante eccetera eccetera, o al contrario opportuna, pertinente, imprescindibile, ma il punto non è questo. La campagna mediatica che si è immediatamente scatenata nei confronti dell’autore del quesito, reo oltretutto di essere un prete cattolico, serve oggettivamente a ribadire nella testa della gente il concetto che espressioni del pensiero di quel genere sono «contrarie al buon costume». Per ora non sono ancora legalmente perseguibili (forse), ma – come diceva Napoleone – l’intendence suivra.

(Frattanto qui da me, a Cesena, il comune si è già portato avanti, stabilendo – per via amministrativa! – come discriminare i buoni dai cattivi nella possibilità di manifestazione pubblica del pensiero).

Contro tutto questo, c’è un principio evidente a cui dovremmo stare attaccati come ostriche: la libertà di espressione del pensiero non è reale se non viene garantita anche ai pensieri (che noi consideriamo) aberranti, moralmente ripugnanti, inaccettabili. Siamo liberi, anzi abbiamo il dovere morale e politico di combatterli con tutte le armi intellettuali di cui disponiamo, ma dobbiamo tutelarne la libertà.

Altrimenti la libertà di cui cianciamo continuamente non è diversa da quella di cui si gode in Corea del Nord, dove tutti sono liberi di dire “Viva Kim Jong Un!”. L’unico problema è che possono dire solo quello. Noi possiamo dire qualche cosa di più, ma è una differenza solo quantitativa, non qualitativa.