Due libri.

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Segnalo due libri pubblicati recentemente, a cui ho collaborato anch’io. Il primo si intitola Rhetorical Strategies in Late Antique Literature, è curato da uno studioso spagnolo, Alberto Quiroga Puertas, e pubblicato da Brill. Qui c’è la presentazione, con tutti i dati, nel sito dell’editore: http://www.brill.com/products/book/rhetorical-strategies-late-antique-literature.

Il mio contributo si intitola Rhetoric against the Theatre and Theatre by Means of Rhetoric in John Chrysostom (pp.117-148 del libro). È in inglese e il prezzo del volume è scoraggiante, né io dispongo di un PDF dell’articolo da mandare a chi lo chiedesse, però si può leggere in gran parte lecitamente a sbafo su Google Books, qui: https://books.google.it/books?id=G-EqDwAAQBAJ&printsec=frontcover&dq=%22rhetorical+strategies+in+late+antique+literature%22&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjI1-m13e_WAhXD2BoKHWuAAVoQ6AEIJzAA#v=onepage&q=%22rhetorical%20strategies%20in%20late%20antique%20literature%22&f=false

Il secondo libro, appena uscito, invece è in italiano, ha un prezzo più umano e soprattutto è l’ultimo prodotto del lavoro di “Patres”, un gruppo di ricerca sul cristianesimo dei Padri a cui tengo molto. Si intitola Krisis e cambiamento in età tardoantica. Riflessi contemporanei, è curato da Angela Maria Mazzanti e  Ilaria Vigorelli e pubblicato da Edusc, la casa editrice della Pontificia Università della Santa Croce. Qui la presentazione del libro nel sito dell’editore, da cui si può anche scaricare un estratto: http://www.edizionisantacroce.it/catalogo/teologia/collane-e-raccolte/ror-studies-series/308-krisis-e-cambiamento-in-et%C3%A0-tardoantica.html.

Ci sono contributi di Moreno Morani, Maria Vittoria Cerutti, Alfredo Valvo, Michel Fattal, Alessandra di Pilla, Giovanni Manabu Akiyama, Christian Gnilka, Mark Edwards, Giulio Maspero, Mattia Agostinione, Giovanni Assorati, Giuseppe Fidelibus, Sincero Mantelli, Ysabel De Andia, Marcello La Matina. Il mio articolo si intitola Cottidie obsidemur. Vivere da cristiani in un mondo non cristiano: la proposta di Tertulliano, ed è alle pp. 169-214 del volume.

(Scrivere, non ci vuol niente: il difficile è leggere. Come diceva Borges, non un patacca qualsiasi: «Che altri si vantino delle pagine che hanno scritto. Io sono orgoglioso di quelle che ho letto». Quando si è scritto, trovare un lettore è sempre una festa).

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Fatima: dal miracolo allo spettacolo.

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Sul sito ufficiale del santuario di Fatima si può leggere questo avviso:

«La proiezione multimediale “Fatima – Tempo di Luce”, commissionata dal Santuario di Fatima per chiudere le celebrazioni del Centenario delle Apparizioni, debutterà a Fatima il 12 ottobre, dopo la processione del silenzio, cioè verso la mezzanotte e sarà ripetuta alle ore 22:30 del 13 e 14 ottobre.
La presentazione audiovisiva innovativa, con la tecnica di video mapping 3D, si sviluppa partendo dall’esperienza di preghiera che migliaia di pellegrini sperimentano in questo Santuario. Composto da 7 scene: – “Il riflesso della luce di Dio”; “Il Cuore di Maria, immacolato e vittorioso che conduce a Dio”; “La Chiesa canta il Messaggio di Fatima”; “Le vie dei pellegrini”; “A Fatima ascoltiamo un messaggio di pace per il mondo”; “A Fatima celebriamo il Dio prossimo all’essere umano” e “A Fatima illuminiamo il nostro cuore” – questa produzione audiovisiva vuole proiettare la luce di Fatima nel cuore di ciascun credente, portandolo ad avvicinarsi maggiormente al cuore di Dio».

L’iniziativa vuole celebrare il centenario dell’ultima apparizione, quella del cosiddetto “miracolo del sole” (13 ottobre 1917). Non dubito che le intenzioni dei suoi promotori siano buone, e sono certo che sarà uno spettacolo suggestivo, che emozionerà molti pellegrini, ma il punto non è questo.

Rileggete con attenzione il testo sopra citato: il contenuto è pio e intenzionalmente cristiano, ma la forma è atea. Ponderate, in particolare l’ultima frase, che ho trascritto in corsivo: «questa produzione artistica vuole proiettare la luce di Fatima nel cuore di ciascun credente, portandolo ad avvicinarsi maggiormente al cuore di Dio». Il candore di questa dichiarazione farebbe persino tenerezza se non facesse paura: la fede come prodotto di una tecnica, questo è il senso del messaggio. (Poco conta se chi l’ha scritto non se ne è reso conto; anzi, peggio!).

Con la «presentazione audiovisiva innovativa» (miracoli della scienza e della tecnica!, avrebbe detto un positivista dell’Ottocento) ti faccio “vedere cose che voi umani non potete neanche immaginare”. Ti faccio provare un’emozione religiosa, ti proietto (materialmente sulla facciata della chiesa, ma spiritualmente nel tuo cuore) la luce di Fatima. Così ti avvicino a Dio.

Un Dio che però nel frattempo è morto, ucciso dalla stessa potenza tecnica dell’uomo di cui è diventato un prodotto. Se è il «mapping 3D» che suscita in me quell’emozione che chiamo fede, Dio non c’entra. E se non c’entra non c’è. Ecco perché ho parlato di forma atea di un contenuto religioso cristiano.

Esagero? La faccio cadere troppo dall’alto? Mah, può anche darsi. Però ci sono due cose che credo di sapere e che mi fanno stare in guardia: la prima è che nella fede cristiana c’è ben poco da vedere, e questo per una precisa volontà di Dio. Sì Gesù fa dei miracoli, ma pochi e visti da poca gente. Risorge dai morti, ma alla risurrezione non assiste nessuno. Appare risorto, ma solo per pochi giorni e, di nuovo, a pochi. (Paolo, per dire il massimo, in 1 Cor 15,6 dice che «è apparso a più di cinquecento fratelli in una sola volta»: e che sarà mai?). Nei miracoli che ogni giorno, a decine di migliaia, avvengono nella chiesa non si vede praticamente niente: si consacra pane e vino, diventano carne e sangue e non si vede niente; si battezza un uomo mortale, diventa un figlio di Dio, e niente. C’è poco da vedere e molto da ascoltare, nel cristianesimo: fides ex auditu. Si crede ai testimoni, c’è poco da fare. E Gesù ha proclamato beato non tanto chi vede, ma chi crede senza avere visto. Certo, si vede il cambiamento della vita, si sperimenta in tanti modi che Dio c’è e opera nella vita degli uomini. Ma, propriamente, questi sono esiti di un fattore che resta, di per sé, invisibile.

Lo stesso “miracolo del sole”, del resto, che fu una cosa esagerata per gli standard medi della “visibilità cristiana”, in quel 13 ottobre del 17 lo videro forse in cinquantamila, dei tanti milioni che in quella sciagurata Europa massacrata dall’inutile strage della grande guerra avrebbero forse avuto bisogno di un segno eclatante. E i racconti dei testimoni, come sempre, divergono: chi vide in un modo, chi vide in un altro. Il fatto è che il miracolo non elimina la necessità della fede, ma semmai la conferma.

La seconda cosa che so è che la chiesa dei primi secoli, proprio per la ragione che ho appena detto, ha sempre avuto moltissima diffidenza nei riguardi della mentalità dello spettacolo. Certo, nel medioevo e nell’età moderna le cose stanno in maniera parzialmente diversa: c’è tutta una storia del “visibile cristiano” che andrebbe ricostruita e analizzata, ma il senso di quella cautela iniziale, a mio avviso, rimane tutto.

La lezione di un maestro.

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Venerdì 22 settembre 2017, su iniziativa del centro di “Ricerche di ontologia relazionale” della Pontificia Università della Santa Croce e dell’associazione “Patres”, di cui faccio parte, si è svolta a Roma una giornata di studio intitolata La serietà della storia. Omaggio a Christian Gnilka e Joseph Ratzinger.

Il prof. Christian Gnilka, docente emerito di filologia classica dell’Università di Münster, uno dei più grandi studiosi viventi di letteratura cristiana antica, vero amico di Jospeh Ratzinger (che ha spesso citato i suoi lavori) ha tenuto una lezione su I Padri e la cultura antica: scienza senza presupposti?, che può essere integralmente seguita su Youtube. Ci vogliono tre quarti d’ora e un po’ di attenzione, ma vi assicuro che ne vale davvero la pena. Eccola:

(R)Esiste un popolo cristiano.

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Ieri sera ho parlato con l’amico Pierluigi Tonti, che nel fine settimana si è fatto più di duemila chilometri in macchina, tra andata e ritorno, per partecipare sabato scorso al rosario ai confini della Polonia. È stato in un paesino alla frontiera meridionale e ha pregato insieme con più di duemila persone, in piazza, guidate dai loro preti, a tratti sotto una pioggia battente: predicazione, canti, adorazione eucaristica al mattino, poi nel primo pomeriggio il rosario intero con tutti e venti i misteri. Persone di tutte le età e di tutte le condizioni, dai vecchi ai bambini piccoli. Tutti col rosario in mano.

L’impressione sintetica che mi ha riportato è stata questa: «ho visto un popolo».

Un popolo: la cosa che il potere, il “brutto poter che ascoso a comun danno impera” odia e teme più di tutto e perciò si adopera a distruggere.

Ma perché ci sia un popolo, bisogna che ci siano delle guide, dei pastori. Il fatto che più mi sembra da sottolineare, nell’evento polacco, è che i vescovi hanno aderito pienamente ad un’iniziativa sorta dal basso, da una qualche associazione di laici, e così facendo l’hanno guidata, ne hanno fatto una manifestazione di popolo cristiano.

Lo scollamento – che è quasi completamente inavvertito perché in pubblico non se ne parla mai, anzi mediaticamente si “pompa” sempre un’immagine opposta, ma c’è – tra gerarchia e quel che resta del popolo cristiano credo sia uno dei problemi maggiori della chiesa, perlomeno in molti paesi europei, Italia compresa.

Post scriptum (ore 10.23): ho voluto guardare anche oggi se e come i giornali italiani si occupano del fatto accaduto in Polonia. Perché non c’è dubbio che sia un fatto, dunque in teoria qualcosa di cui i giornali dovrebbero occuparsi. Il sito online del Corriere della sera lo ignora completamente: dunque per il Corriere il fatto non è avvenuto, o è del tutto irrilevante. Anche il sito di Avvenire lo ignora completamente: dunque anche per Avvenire il fatto non è avvenuto o è del tutto irrilevante. Per Repubblica, invece, qualcosa è successo, ma è qualcosa di brutto. Perciò l’evento è “coperto”, addirittura con una galleria di 46 foto che vi consiglio di guardare. Però, siccome Repubblica vuole che proviamo repulsione e vergogna guardando quelle foto, le accompagna con questa didascalia, così perfetta nel suo genere, che voglio riprodurla:

«”Il rosario alla frontiera”. Si chiama cosí la controversa, enorme azione collettiva dei movimenti cattolici polacchi: lungo le frontiere terrestri e marittime del paese, oltre un milione di fedeli guidati da vescovi e incitati da conferenza episcopale e governo hanno pregato contro l’Islamizzazione dell’Europa in quello che appare come una sorta di esorcismo di massa. In un’atmosfera quasi medievale e in un paese che di fatto non ospita profughi, appare singolare che i cristiani diventino antimigranti e messaggeri di odio. Ma la chiesa polacca conferma così di essere in rotta con papa Francesco che attraverso i media vaticani censura ogni giorno la potente emittente iperclericale Radio Maryja, spina dorsale dei mega-raduni degli ultrà cattolici».

Tanto perché si sappia.

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Questo blog è minimo, ma – dato che cercando in rete non sono riuscito a trovare quasi nessuna notizia sul gesto del rosario ai confini della Polonia pregato ieri da decine di migliaia di persone – segnalo questo breve articolo del Foglio: http://www.ilfoglio.it/chiesa/2017/10/08/news/rosario-confini-polonia-madonna-fatima-cristiani-156424/  e quest’altro del New York Times, con alcune belle foto: https://www.nytimes.com/2017/10/07/world/europe/poland-rosary-border-prayer.html .

Se in questo modo anche solo una persona in più venisse a conoscenza di questo fatto, che a me pare significativo e invece, a quanto pare, ai media cattolici italiani no, sarò contento.

Non hanno più vino.

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Oggi è giovedì, quindi misteri luminosi, quelli introdotti da san Giovanni Paolo II. Nel secondo mistero si medita sul miracolo delle nozze di Cana (Gv. 2,1-11) e stamattina mi ha colpito una frase di Maria: «Non hanno (più) vino» (οἶνον οὐκ ἔχουσιν).

È la formula più sintetica per descrivere la condizione di tanti uomini del nostro tempo. Non hanno più vino: cioè non hanno più ragioni adeguate per vivere, hanno finito il senso (e perciò il gusto) dell’esistenza.

Maria, che è l’immagine e il modello della chiesa, ci dà un esempio perfetto di krisis cristiana, cioè di esercizio del giudizio come forma essenziale di carità. Si accorge che manca il vino. Il vangelo, nell’estrema stringatezza del suo dettato, non dice che sia l’unica ad accorgersene, ma proprio il silenzio su ciò che avviene attorno a lei ci porta a pensarlo. Se ne accorge e lo constata, senza aggiungere né togliere niente. Questo è il primo aspetto. Cosa ci sta a fare la chiesa nel mondo? Cosa ci stanno a fare i cristiani, se non si accorgono che il vino è finito e non lo dicono?

Secondo punto: a chi Maria dice che «non hanno più vino»? A Gesù, anzi «rivolta a Gesù» (πρὸς αὐτὸν). La chiesa c’è per far presenti a Dio le necessità degli uomini: per chiedergli che trasformi l’acqua in vino. Il giudizio cristiano («non hanno più vino») o è preghiera o non è.

Terzo: cosa dice Maria agli altri? Il vangelo dice «ai servi»: vuol dire a tutti quelli che devono provvedere, cioè in definitiva a tutti quelli che hanno qualcosa da fare, cioè a tutti gli uomini. «Fate quello che vi dirà». Nient’altro. La chiesa ha una sola cosa da dire al mondo, di fronte a tutti i problemi che il mondo ha: fate quello che vi dirà.

Mi pare che una certa “scienza della pastorale” oggi molto in voga contempli invece altre opzioni.

Opzione numero uno: negare che il vino manchi (nel mondo e nella chiesa). “Ce n’è, ce n’è. Chi dice che manca è un “profeta di sventura” e bisogna chiudergli la bocca. Di vino ce ‘è magari un po’ meno che in passato, ma vuoi mettere la qualità? Grazie ai nostri enologi è enormemente migliorata”.

Opzione numero due: allungare il poco vino rimasto, così basta per tutti, e sostenere con forza che non è cambiato niente, che il vino è sempre quello di prima e chi lo mette in dubbio è un farabutto. Continuare a servirlo come sempre (tanto la gente di vino non capisce niente, e i più guardano solo l’etichetta sulla bottiglia).

Opzione numero tre: affermare che in fondo tra acqua e vino non c’è quasi nessuna differenza. Il vino, infatti, è composto al 90 % di acqua, quindi adesso si può benissimo brindare con l’acqua minerale, poi per chi proprio vuole un goccio di vino dal fondo del barile lo si rimedia sempre.

Rendere più umana l’eucarestia?

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Ha fatto un po’ discutere, in questi giorni, la scelta dell’arcivescovo di Bologna di tenere il pranzo del papa «con i poveri, i rifugiati, i detenuti» dentro la basilica di San Petronio. Molti (o alcuni, se preferite, per me fa lo stesso) ne sono rimasti sconcertati, qualcuno anche scandalizzato e ha parlato di “profanazione”. Sulla rete si era sparsa anche la notizia che dentro la chiesa fossero stati allestiti per giunta dei bagni chimici, il che aveva suscitato un certo scalpore, ma quest’ultima diceria è stata fortunatamente smentita. Ha provveduto a farlo (e gliene siamo grati) il vaticanista principe, qui: http://www.andreatornielli.it/?p=8758 . Lo stesso autore, peraltro, si era cimentato in dotte citazioni patristiche (qui: http://www.lastampa.it/2017/10/01/vaticaninsider/ita/vaticano/quei-poveri-che-pranzano-in-chiesa-e-laccusa-di-profanazione-uLUgbqrmYi7EmAeuCq22xM/pagina.html) per dimostrare il carattere perfettamente tradizionale del pranzo in chiesa. Su quell’argomentazione sorvolo, perché mi pare che bastino le giudiziose, pertinenti e fondate repliche di Luisella Scrosati, qui: http://www.lanuovabq.it/it/pranzo-in-basilica-i-buchi-di-tornielli .

Il punto, a mio avviso, è un altro. Nessuno, ovviamente, sostiene che non sia una cosa ottima che il papa pranzi con i poveri; nessuno dice che, se necessario, in una chiesa non si possano fare cose diverse dal culto divino, senza che ciò sia una profanazione; nessuno nega che l’arcivescovo avesse l’autorità per fare la scelta che ha fatto. Ma la questione è, appunto, che si è trattato di una scelta, non della presa d’atto di una necessità (o, se si  vuole, anche di una mera convenienza, opportunità o comodità). È del tutto evidente che c’erano a Bologna cento altri posti in cui quel pranzo si poteva svolgere: lo si è voluto fare proprio lì, forse anche con una certa forzatura rispetto alle perplessità che, a quanto si dice, erano state manifestate da almeno una parte del clero e dei fedeli bolognesi.

Perché? Lo dice candidamente lo stesso arcivescovo in un’intervista alla radio, ripresa nel primo degli articoli che ho citato sopra: «Posso capire chi si è scandalizzato. È chiaro che c’è un punto importante che riguarda la sacralità del luogo. Ma quello che è successo non significa desacralizzare anzi ci aiuta a capire ancora meglio e a sentire ancora più umana l’eucarestia».

Ecco, questo è il punto. C’è bisogno di qualcosa per “sentire ancora più umana l’eucarestia”. Ci vogliono i poveri che mangiano in chiesa, perché se no si ha l’impressione che in chiesa Dio non sia abbastanza vicino, anzi che non ce ne sia abbastanza. Mi pare di riconoscere qui l’emergere di un fiume carsico di incredulità che scorre nelle viscere della chiesa almeno dagli anni del post-concilio. (Ci sarà stato anche prima, naturalmente; anzi, sono sicuro che c’era, ma non c’ero io quindi non me lo ricordo). Chiarisco che non ce l’ho assolutamente con l’arcivescovo di Bologna (che mi sta anche simpatico, tra l’altro), ma lo cito solo come “portatore sano” di un virus molto diffuso. Lo stesso che ha portato, per decenni, i liturgisti a usare un’espressione assurda come “animare la liturgia” (la quale, dunque, senza sforzi, orpelli e trovate nostre sarebbe “morta”). Quel “sentimento” che spingeva, negli anni della nostra giovinezza, tanti giovani preti entusiasti e sconsiderati, a consacrare belle pagnotte casarecce invece di ostie, perché così sì che il segno sacramentale è bello concreto; o a trasformare l’altare in una mensa attorno alla quale si sta tutti seduti, come gli apostoli all’ultima cena, perché così sì che ci immedesimiamo, e a fare mille altre cose del genere. Convocare i poveri a banchetto dentro la chiesa mi pare che risponda allo stesso bisogno: le lasagne solidali sono percepite come più concrete (dunque, in un certo senso, più reali) di quella piccola cialda insipida, custodita in un tabernacolo che, non per caso, in molte chiese oggi è decentrato e quasi nascosto, e che alle messe si dà via con disinvolta noncuranza. E che noi dovremmo credere essere vera carne. Con il cibo non si scherza. «La mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda» (Gv 6,55): è quando Gesù ha detto questo, che i più se ne sono andati.

Il punto, dunque, a me sembra che sia la nostra (la mia!) crisi di fede nel sacramento. L’esiguità del segno ci scandalizza (non i poveri che mangiano!). Ma l’esiguità del segno non è stata forse voluta da Cristo stesso?

Piazza del popolo.

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Non c’è solo a Roma. Ce l’abbiamo anche noi a Cesena, più piccola, naturalmente, senza obelisco e soprattutto priva di un lato perché più di cento anni fa gli edifici che lo formavano vennero abbattuti dal Comune e mai più ricostruiti.

Oggi vi è stato papa Francesco e ha fatto un discorso, ispirato appunto all’immagine della piazza, interamente dedicato all’elogio della politica.

Peccato che nessuno abbia segnalato a chi gli ha scritto il discorso che in una nicchia della facciata del palazzo comunale, a pochi metri dal punto in cui lo ha pronunciato, c’è l’immagine della Madonna, né lui pare se ne sia accorto. Chi non è di Cesena la può vedere qui: Cosa c’entri la Madonna (che noi qui veneriamo come “Madonna del popolo”) con la politica dovrebbe essere chiaro. A un politico come Giorgio La Pira, ad esempio, sarebbe stato evidente.

Il discorso di saluto che, nello stesso luogo, fece Giovanni Paolo II l’8 maggio 1986 fu diverso. Chi vuole può leggerlo qui: http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1986/may/documents/hf_jp-ii_spe_19860508_popolazione-cesena.html .

Confrontarli può essere di aiuto per capire meglio entrambi, (perché le cose si capiscono sempre a due a due).

A proposito della Correctio filialis.

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Una premessa indispensabile. Io considero ineccepibile, nel merito e nel metodo, la posizione dei quattro cardinali dei Dubia, i quali non hanno azzardato giudizi ma hanno semplicemente chiesto al papa, in modo formale, di chiarire il senso di alcuni passaggi, oggettivamente ambigui e di fatto interpretati in maniera divergente, di un documento da lui scritto.

Purtroppo il papa ha deciso, pare definitivamente, di non rispondere ai quesiti. È una scelta per me incomprensibile, ma da cattolico devo riconoscere che è pienamente legittima e inoltre devo ammettere, in linea di principio, che egli possa avere delle ragioni a me sconosciute per agire in tal modo.

I cardinali però chiedevano, in subordine, una seconda cosa: che il papa li ricevesse, possibilmente insieme ma anche singolarmente se così preferiva, e parlasse con loro delle questioni che tanto li assillavano. Il papa ha rifiutato di fare anche questo, e ciò a me appare – dispiace davvero dirlo, ma bisogna dirlo – non solo incomprensibile ma anche ingiustificabile. Per quanto ci abbia pensato su, in tutti questi mesi non sono riuscito a trovare una sola ragione, umanamente comprensibile, perchè il papa (il papa!) possa rifiutare un incontro faccia a faccia, a cuore aperto, con persone come i cardinali Caffarra, Meisner, Brandmüller e Burke che supplicano di potergli parlare di questioni gravi che riguardano la fede e la vita della chiesa. C’è nel vangelo una parola di Gesù su questo: «Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione?» (Lc 11, 11-12).

Dispiace dirlo, ma bisogna dirlo: quell’incomprensibile rifiuto sta in aperta, diametrale contraddizione con tutto il resto dell’insegnamento di papa Francesco, perché nega – di fatto e sia pure solo per questo specifico caso – tutta la sua bella predicazione sull’accoglienza, sul dialogo, sulla misericordia. Dio inoltre, per un suo imperscrutabile disegno, ha voluto chiamare a sé, a ricevere il premio che spetta ai servi buoni e fedeli, due di quei cardinali, e ha voluto che morissero improvvisamente, come per ricordarci che tutti possiamo andarcene da un battito di cuore all’altro. L’ho già scritto in questo blog: quando ho saputo della morte di Meisner e poi di Caffarra, la prima cosa che ho pensato è stata che con loro papa Francesco non avrebbe più potuto parlare. Gli restano Brandmüller e Burke – ai quali auguro lunghissima vita! – poi resterà solo col suo diniego.

Richiamare questo antefatto era necessario perché a mio avviso aiuta a contestualizzare l’iniziativa della cosiddetta Correctio filialis, della quale, in breve, penso quanto segue. Comprendo e condivido il forte disagio (per non dire la vera e propria sofferenza) di cui essa è l’espressione; credo che i problemi che pone (in continuità con le domande dei cardinali) siano reali e gravi. In particolare, a me pare difficilmente oppugnabile l’argomento formulato dal prof. Seifert a proposito del paragrafo 303 di Amoris Laetitia. Riconosco e apprezzo la retta intenzione dei firmatari (o quantomeno di molti di essi), così come è stata chiarita, ad esempio, da mons. Livi qui: http://www.lanuovabq.it/it/correzione-al-papa-la-verita-che-i-lettori-meritano.

D’altro canto, però, ho delle forti riserve sulla forma (che diventa poi contenuto) di quel testo, sulla sua pubblicizzazione, sul fatto che sia firmato indistintamente da persone che sono canonicamente in piena comunione con il papa e da altre, come mons.Fellay, che invece sono tuttora in una posizione gravemente irregolare. Per questo motivo ho molti dubbi sulla sua opportunità e in ogni caso non lo sottoscrivo.

Il punto principale, però, mi sembra un altro: dato che, comunque lo si voglia valutare, anch’esso è la spia di un malessere diffuso e profondo e segnala l’esistenza di un problema grave, come si risponde? In questo senso, ha un grande valore, ai miei occhi, quello che ha detto ieri il segretario di stato, cardinale Parolin. Poche semplici parole, che in un altra situazione sarebbero parse ovvie e scontate e invece nella presente condizione della chiesa non lo sono affatto: «È importante dialogare anche all’interno della Chiesa. Le persone che non sono d’accordo esprimono il loro dissenso ma su queste cose si deve ragionare, cercare di capirsi».

Che la cosa più urgente sia recuperare un atteggiamento di rispetto e accoglienza reciproca tra i cattolici lo dimostra, fra gli altri, la citazione con cui devo purtroppo chiudere questa nota. Il giorno prima di Parolin aveva parlato anche il cardinale Müller, ex prefetto della dottrina della fede, il quale aveva proposito una commissione di cardinali per approfondire teologicamente le questioni poste dalla Correctio. Come reazione, è apparso su un sito, che certo non è ufficiale del Vaticano ma che si dice goda di molto favore in alto loco, questo pezzullo, a firma del direttore: http://ilsismografo.blogspot.it/2017/09/vaticano-la-postilla-della-giornata_27.html. Non spreco nemmeno un aggettivo della lingua italiana per definirlo. Dico solo che non conosco l’uomo che lo ha scritto, ma lo sento molto diverso e lontano da me, perché io ho provato vergogna anche solo a leggere quello che lui non si è vergognato di scrivere.

Francesco nella città dei papi prigionieri.

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Domenica prossima papa Francesco viene a Cesena. Più esattamente, va a Bologna ed essendo di strada si ferma un paio di ore qui da noi. Gli organizzatori della visita l’hanno voluta collegare al terzo centenario della nascita di Pio VI (1717-1799), e per questo da diversi mesi sulla facciata della nostra cattedrale campeggiano i ritratti di papa Bergoglio e di papa Braschi. Alla prima, questo sembra un pretesto, di cui forse non c’era nemmeno bisogno, perché in effetti del terzo centenario della nascita di Pio VI qui non frega niente a nessuno, però a furia di passare davanti a quei due faccioni e di chiedermi tutte le volte che cosa possa mai collegare Braschi a Bergoglio, mi è venuto in mente che un senso c’è, e forse non è banale.

Cesena ha dato i natali a due papi: Pio VI, appunto, che regnò dal 1775 al 1799, e Pio VII (Barnaba Chiaramonti) che fu eletto il 14 marzo del 1800, dopo un difficile conclave tenuto per necessità a Venezia e durato più di tre mesi, e regnò fino al 1823. (Qui da noi si dice che la nostra è la “città dei tre papi” perché si aggiunge abusivamente alla lista anche Pio VIII, papa dal 1829 al 1830, che era marchigiano, ma di Cesena era stato vescovo, però è un po’ tirata per i capelli). Due figure molto diverse, Braschi e Chiaramonti, ma accomunati da un fatto peculiare che caratterizza le loro biografie: sono i due soli pontefici che nell’età moderna sono stati imprigionati. Altri forse hanno rischiato di esserlo (Pio IX e Pio XII), c’è chi ha rischiato di essere ucciso (Paolo VI e Giovanni Paolo II), ma solo ai due papi cesenati è toccata l’esperienza della prigione: Pio VI fu catturato dai francesi il 20 febbraio del 1798 e rimase loro prigioniero fino alla morte, avvenuta il 29 agosto del 1799; Pio VII fu arrestato il 9 luglio del 1809, per ordine di Napoleone, e subì una lunga detenzione, prima a Savona e poi a Fontainebleau, che durò praticamente fino al crollo dell’impero napoleonico, nel 1814. Per questo si può dire che Cesena è la città dei papi prigionieri.

Si dirà: ma che c’entra tutto questo con papa Francesco, che prigioniero non è, anzi viene da molti acclamato come un papa libero da tutti gli schemi e dai vincoli del suo stesso ruolo, gode di una vasta popolarità ed è esaltato dall’intero sistema mediatico e onorato dalle principali autorità mondane?

C’entra, perché il mondo ha più di un modo di imprigionare chi odia. E il mondo, per quanto siano diverse le forme in cui lo manifesta, per quanto si mostri talvolta simpatico e benevolo, odia sempre e comunque Pietro e i suoi successori. Con Pio VI e Pio VII il potere mondano – «il brutto poter che, ascoso, al comun danno impera» per dirla con le parole che Leopardi riferisce, a torto, alla natura –  ha usato la violenza aperta e brutale, ma quando gli conviene sa essere mellifluo. A Francesco, in particolare, ha costruito una gabbia d’oro, fatta di adulazione e distorsione dell’immagine che del papa arriva a milioni di persone in tutto il mondo. Non so chi stia peggio. (E chissà che un pensiero simile non attraversi anche la sua mente, quando gli racconteranno le vicende di quel suo lontano predecessore).